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Forza Maggiore — Anno 2022

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138 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Forza Maggiore

Provvedimenti

Sospensione del rapporto di lavoro: la malattia non basta
Un medico chirurgo disponeva la sospensione del rapporto di lavoro senza stipendio per una dipendente di studio, invocando la forza maggiore dovuta a un problema agli occhi e a un intervento chirurgico. Successivamente intimava il licenziamento per riduzione dell'attività lavorativa. La Suprema Corte accoglie il ricorso della lavoratrice: per esonerare il titolare dal pagamento dello stipendio durante la sospensione del rapporto di lavoro non basta una temporanea difficoltà personale o una parziale contrazione dell'attività. L'evento di forza maggiore deve rendere totalmente impossibile l'impiego del personale e deve persistere per l'intero periodo di interruzione. La decisione d'appello viene cassata.
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Violazione di sigilli: custode inerte condannato per i lavori
L'Autorità Giudiziaria aveva sottoposto a sequestro un immobile, affidandone la custodia formale alla proprietaria. Nonostante l'apposizione dei sigilli, i lavori edili all'interno del cantiere sono proseguiti regolarmente. La custode è stata condannata per violazione di sigilli per non aver vigilato sul bene e per aver consentito tacitamente l'avanzamento delle opere abusive. L'imputata ha proposto ricorso per cassazione, contestando la propria responsabilità omissiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il custode ha infatti l'obbligo giuridico inderogabile di garantire una vigilanza costante e attiva sui beni sequestrati. Egli può andare esente da responsabilità penale solo dimostrando il caso fortuito, la forza maggiore oppure chiedendo tempestivamente l'esonero formale dall'incarico all'autorità competente.
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Rimessione in termini e ricorso tardivo: no alla forza maggiore
Un cittadino straniero ha impugnato la sentenza della Corte d'appello che respingeva la sua richiesta di protezione internazionale. Il ricorso è giunto alla Suprema Corte con oltre un anno e tre mesi di ritardo rispetto alla scadenza di legge. Il difensore ha richiesto la rimessione in termini invocando la forza maggiore: l'avvocato ha conseguito l'abilitazione al patrocinio in Cassazione dopo il decorso dei termini e il ricorrente si trovava trattenuto presso una struttura di permanenza per i rimpatri senza contatti con altri legali. I giudici hanno respinto la richiesta e dichiarato inammissibile il ricorso. La detenzione o le difficoltà nel reperire un difensore abilitato non costituiscono un'impossibilità assoluta e oggettiva, ma semplici ostacoli di fatto che non giustificano la violazione delle scadenze processuali.
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Restituzione nel termine: l’inerzia del legale non scusa
Un imputato ottiene dal giudice la restituzione nel termine per impugnare tre sentenze di condanna. L'uomo riceve la notifica del provvedimento mentre si trova in carcere, ma lascia scadere i termini senza proporre appello, determinando il passaggio in giudicato delle pronunce. Due anni dopo, il soggetto presenta nuove istanze per ottenere un altro termine, attribuendo la mancata impugnazione all'inerzia e alla negligenza del proprio difensore. I giudici territoriali respingono la richiesta per inammissibilità. La Corte di Cassazione conferma la decisione: l'eventuale inadempimento professionale del legale non costituisce caso fortuito o forza maggiore. Il cliente ha il preciso dovere di vigilare sull'attività difensiva, potendo agire anche in prima persona.
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Omessa dichiarazione dei redditi: il fisco vince sul commercialista
Una società e i suoi soci hanno impugnato gli avvisi di accertamento emessi dal fisco a causa dell'omessa dichiarazione dei redditi. I contribuenti si giustificavano incolpando il proprio commercialista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'omessa dichiarazione dei redditi legittima il fisco a utilizzare l'accertamento induttivo con presunzioni supersemplici. Inoltre, il contribuente risponde delle sanzioni per l'errore del professionista incaricato, a meno che non provi di aver vigilato attentamente sul suo operato e di essere stato ingannato da un comportamento fraudolento del consulente. I contribuenti sono stati condannati a pagare le tasse accertate e le spese di giudizio.
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Restituzione nel termine per impugnare: l’errore di cancelleria
Un cittadino richiede la restituzione nel termine per impugnare una sentenza di condanna. Il suo avvocato si era recato piu volte in cancelleria per verificare il deposito dell'atto. Gli impiegati e i registri interni avevano indicato erroneamente che la sentenza non era stata ancora depositata. In realta, il provvedimento era stato depositato nei tempi, ma la cancelleria aveva omesso di registrarlo nei sistemi cartacei e informatici. La Corte d'Appello respinge la richiesta di recupero dei termini. La Suprema Corte ribalta la decisione e chiarisce il principio di diritto. L'errata informazione fornita dalla cancelleria costituisce una causa di forza maggiore. L'imputato che dimostra rigorosamente il disguido dell'ufficio ha diritto alla restituzione nel termine per impugnare.
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Restituzione nel termine: l’inerzia del legale non evita la pena
Un cittadino chiede la restituzione nel termine per impugnare una condanna penale per reati fiscali. L'uomo sostiene di non aver presentato appello in tempo a causa dell'inerzia del proprio difensore di fiducia, il quale non lo avrebbe informato dello svolgimento del processo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte stabilisce che l'inadempimento o l'errore del difensore di fiducia non costituisce caso fortuito o forza maggiore. Spetta infatti all'imputato vigilare sull'operato del proprio legale, specialmente quando mantiene contatti periodici con lo studio. Di conseguenza, la richiesta di restituzione nel termine viene respinta e la condanna diventa definitiva.
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Omesso versamento IVA: la crisi d’impresa non salva dalle pene
L'Amministratore di una società impugna la condanna penale per il reato di omesso versamento IVA relativo all'anno d'imposta 2012. La difesa sostiene l'esistenza di una causa di forza maggiore dovuta a una crisi di liquidità e a una truffa subita dall'azienda. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la crisi finanziaria non esclude la responsabilità penale, specialmente quando l'imprenditore sceglie di destinare le risorse al pagamento degli stipendi dei dipendenti anziché al Fisco. Le vicende commerciali rientrano nel normale rischio d'impresa. Vengono respinte anche le eccezioni procedurali sui rinvii del processo. L'Amministratore viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Carcere e sequestri non scusano l’omessa dichiarazione dei redditi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di tre contribuenti condannati per il reato di omessa dichiarazione dei redditi. I ricorrenti sostenevano che lo stato di detenzione in carcere e il sequestro delle scritture contabili costituissero una causa di forza maggiore tale da impedire l'adempimento fiscale. I giudici hanno chiarito che lo stato di detenzione non esclude il dolo né costituisce forza maggiore, poiché i soggetti avrebbero potuto presentare la dichiarazione tramite intermediari o delegati. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha inflitto il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Assistenza dell’interprete: arresto valido pur senza traduttore
Tre cittadini stranieri, arrestati per furto, contestano la validità dell'arresto a causa della mancata assistenza dell'interprete durante l'udienza di convalida. Il giudice non era riuscito a reperire un traduttore di lingua georgiana nei tempi di legge. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che l'impossibilità di trovare un interprete in tempi rapidi costituisce forza maggiore e non blocca la convalida. Inoltre, la mancata assistenza dell'interprete doveva essere impugnata subito con ricorso in Cassazione contro l'ordinanza di convalida, e non sollevata successivamente davanti al Tribunale del Riesame. Di conseguenza, la mancata impugnazione tempestiva sana ogni vizio, confermando la custodia in carcere per gli indagati.
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Decreto di espulsione: nullo se le frontiere sono chiuse
Uno straniero, entrato regolarmente in Italia, vi è rimasto oltre il limite di novanta giorni a causa della chiusura delle frontiere con il proprio Paese d'origine dovuta alla pandemia da Covid-19. La Prefettura ha emesso un decreto di espulsione, successivamente convalidato dal Giudice di Pace. Lo straniero ha impugnato la decisione in Cassazione, lamentando che l'impossibilità di rimpatrio costituiva una causa di forza maggiore non valutata dal giudice. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando la contraddittorietà della decisione precedente: se l'emergenza sanitaria impediva l'esecuzione del provvedimento da parte dello Stato, la stessa forza maggiore doveva giustificare il mancato rientro spontaneo dello straniero. L'ordinanza di convalida è stata quindi annullata con rinvio.
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Forza maggiore nei debiti tributari: lo Stato ritarda ma sanziona
Un'azienda di fornitura elettrica non versa l'acconto sulle accise a causa di una grave crisi di liquidità, provocata dai ritardi nei pagamenti da parte dei suoi clienti pubblici. L'Agenzia delle Dogane applica le sanzioni, ma i giudici di merito le annullano ritenendo che il ritardo dello Stato costituisca una causa di forza maggiore. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici stabiliscono che la crisi finanziaria, anche se causata dalla Pubblica Amministrazione, non rientra nella nozione di forza maggiore nei debiti tributari. Questo perché il ritardo nei pagamenti pubblici in Italia è un fenomeno ampiamente prevedibile e non cancella la volontà del contribuente. Di conseguenza, l'azienda perde la causa e deve pagare le sanzioni e le spese di giudizio.
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Finto povero e violazione degli obblighi di assistenza familiare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un uomo per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. L'Ex Marito sosteneva di non poter pagare il mantenimento alla figlia e all'ex moglie a causa di una grave crisi economica. I giudici hanno però accertato che l'uomo aveva simulato la propria povertà. Egli aveva infatti venduto fittiziamente la propria casa alla seconda moglie, possedeva quote attive in una società commerciale e pagava un affitto non necessario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'uomo deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria, confermando la sua responsabilità penale per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla famiglia.
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Forza maggiore nelle sanzioni tributarie: la crisi non scusa
L'Agenzia delle Dogane ha sanzionato una società di distribuzione elettrica per il ritardato pagamento delle accise sull'energia negli anni 2009-2010. La società si è difesa invocando la forza maggiore nelle sanzioni tributarie, giustificando il ritardo con una grave crisi di liquidità causata dal mancato pagamento da parte dei propri clienti, tra cui diverse pubbliche amministrazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che la mancanza di denaro dovuta a ritardi nei pagamenti dei debitori, essendo un evento prevedibile nel contesto economico italiano, non costituisce forza maggiore. Per escludere la punibilità, serve un evento imponderabile e inevitabile che annulli del tutto la volontà del contribuente. La società è stata quindi condannata a pagare le sanzioni e le spese di giudizio.
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Agevolazioni fiscali agricoltura: il sequestro non evita la revoca
Il Lavoratore Agricolo ha acquistato un terreno usufruendo delle agevolazioni fiscali agricoltura per gli imprenditori agricoli professionali. L'Amministrazione Finanziaria ha revocato i benefici poiché l'acquirente non ha ottenuto la qualifica definitiva né l'iscrizione previdenziale entro i termini. Il Lavoratore Agricolo ha giustificato il ritardo invocando la forza maggiore, dovuta al sequestro penale del terreno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la forza maggiore non può giustificare il mancato ottenimento di uno status soggettivo previsto dalla legge, come la qualifica professionale, ma opera solo in caso di inadempimento di obblighi preesistenti. Di conseguenza, la revoca delle agevolazioni è legittima.
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Crisi di liquidità e tasse: quando il ricorso fallisce
L'Imprenditrice ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d'appello che aveva respinto la sua difesa basata sulla crisi di liquidità per giustificare il mancato versamento delle imposte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di specificità estrinseca. La ricorrente si è limitata a riproporre i motivi del precedente grado di giudizio, senza contestare in modo puntuale le motivazioni dei giudici d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha imposto il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Abbuono d’imposta: errore del dipendente o caso fortuito?
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto il pagamento dell'accisa a una società per lo sversamento accidentale di oltre 1500 kg di alcol denaturato, causato dall'errore di un dipendente che ha lasciato aperta una valvola. La società ha chiesto l'abbuono d'imposta, sostenendo che l'evento fosse dovuto a colpa non grave, equiparata dalla legge italiana al caso fortuito. La Corte di Cassazione, rilevando un potenziale contrasto tra la norma nazionale (che concede l'agevolazione anche per colpa non grave) e la direttiva europea (che limita l'esenzione a caso fortuito o forza maggiore), ha sospeso la decisione. Con questa ordinanza interlocutoria, la Corte ha invitato le parti a presentare osservazioni scritte sulla compatibilità tra le due normative.
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Risarcimento per detenzione inumana: sì anche con registri persi
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il risarcimento per detenzione inumana a un detenuto poiché i registri del carcere erano andati distrutti in un'alluvione, rendendo impossibile verificare lo spazio vitale della cella. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la distruzione dei documenti non può penalizzare il detenuto. In base al principio della vicinanza della prova, se il detenuto fornisce indicazioni precise sul periodo e sul luogo di reclusione, spetta all'Amministrazione penitenziaria dimostrare il contrario. Se l'Amministrazione non può farlo, opera una presunzione di veridicità a favore del detenuto. La Cassazione ha quindi rinviato il caso per un nuovo giudizio.
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Opposizione a decreto penale: il ricorso tardivo costa caro
Il Giudice per le indagini preliminari respingeva la richiesta di remissione in termini per proporre opposizione a decreto penale avanzata dal Condannato, ritenendola tardiva e priva di giustificazioni valide come il caso fortuito o la forza maggiore. Il Condannato proponeva ricorso per Cassazione, sostenendo la tempestività dell'opposizione basandosi sulla data di effettivo ritiro del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché presentato oltre il termine perentorio di quindici giorni dalla notifica del provvedimento impugnato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Agevolazione prima casa: il preliminare non evita la revoca
Un contribuente ha venduto la propria abitazione prima dei cinque anni dall'acquisto, perdendo temporaneamente l'agevolazione prima casa. Per conservare il beneficio fiscale, la legge gli imponeva di riacquistare un altro immobile da adibire ad abitazione principale entro un anno dalla vendita. Nonostante la firma tempestiva di un contratto preliminare con una società costruttrice, quest'ultima non ha consegnato l'immobile in tempo, impedendo la stipula del rogito definitivo entro la scadenza annuale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che il preliminare non trasferisce la proprietà e che l'inadempimento della ditta venditrice non costituisce forza maggiore, trattandosi di un rischio contrattuale prevedibile. Il contribuente decade così dalle agevolazioni.
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