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Evasione

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1212 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Rivolta e fuga: confermata la custodia cautelare in carcere
Durante una rivolta in un istituto penitenziario nel marzo del 2020, scatenata dalle restrizioni per la pandemia, Il Detenuto ha partecipato attivamente alla distruzione di un cancello per facilitare l'evasione. Il Tribunale del Riesame ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per il reato di devastazione. Il Detenuto ha proposto ricorso contestando l'attualità del pericolo a distanza di tre anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che il tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione se la personalità del soggetto, desunta da precedenti penali e reati successivi violenti, dimostra una spiccata aggressività e un totale rifiuto dell'autorità.
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Revoca della detenzione domiciliare: l’evasione costa il carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti de Il Condannato a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui contatti con soggetti pregiudicati e una condotta di evasione dal domicilio. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'illegittimità del provvedimento e la mancata valutazione di alcune prove difensive relative al braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la revoca della detenzione domiciliare è legittima quando il comportamento del soggetto è incompatibile con la misura, anche prima della condanna definitiva per il reato di evasione. Di conseguenza, Il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: consumato anche se il ladro non è fuggito
Due uomini sono stati condannati per furto in abitazione pluriaggravato. Uno dei due era evaso dai domiciliari e ha ferito gli agenti, mentre l'altro ha opposto resistenza e possedeva un coltello. La difesa sosteneva si trattasse solo di tentato furto, poiché i due si trovavano ancora sul posto al momento dell'arresto. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per furto consumato: i beni erano già stati caricati sulla loro auto, configurando la piena disponibilità della refurtiva. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili perché generici e ripetitivi. I condannati dovranno pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: confermato il furto
Un uomo, condannato per tentato furto aggravato da mezzo fraudolento ed evasione, ha presentato ricorso lamentando la mancanza di motivazione sull'aggravante del furto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché la contestazione sull'aggravante non era stata sollevata durante il precedente giudizio di appello. La legge vieta infatti di proporre in sede di legittimità questioni mai discusse nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando definitivamente la sua colpevolezza.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato a chi evade
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un condannato contro il diniego della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza aveva invece concesso la detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del diniego, evidenziando i numerosi precedenti penali del soggetto, tra cui l'associazione mafiosa, e la commissione di nuovi reati durante precedenti benefici. Inoltre, il condannato si era reso responsabile di evasione durante una passata detenzione domiciliare. Mancando elementi concreti di risocializzazione e un reale cambiamento di vita, la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale è stata ritenuta inidonea a prevenire il rischio di recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato di evasione dai domiciliari: il sonno non salva l’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per il reato di evasione dai domiciliari. L'uomo, sottoposto alla detenzione domiciliare, non aveva risposto al controllo notturno delle Forze dell'Ordine, nonostante i ripetuti e vigorosi tentativi di farsi aprire durati circa quindici minuti. La difesa sosteneva che L'Imputato fosse in casa ma addormentato a causa di una dipendenza da alcol certificata dal Ser.D. I giudici hanno ritenuto tale giustificazione del tutto inverosimile, confermando che la mancata risposta equivale all'allontanamento volontario. La Cassazione ha ribadito che il controllo di legittimità non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: dal dentista al bar con la fidanzata
Il caso riguarda un uomo in detenzione domiciliare autorizzato a recarsi dal dentista. Invece di rientrare subito a casa, come ordinato dalle forze dell'ordine, l'uomo si è fermato in un bar con la fidanzata e poi è andato a fare la spesa al supermercato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che, mentre brevi soste senza deviazioni significative dal percorso autorizzato possono non costituire reato, l'intrattenersi volontariamente per attività di svago e spesa configura pienamente la volontà di eludere la vigilanza dello Stato, integrando così il reato di evasione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: l’errore di notifica non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. Il ricorrente sosteneva che il controllo delle forze dell'ordine fosse avvenuto presso un indirizzo errato, corrispondente a un'abitazione diroccata e priva di porte. Tuttavia, i giudici hanno confermato che la discrepanza nell'indirizzo era dovuta a un semplice errore materiale di notifica e che l'imputato non si trovava nel luogo stabilito per la misura cautelare. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il cortile non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari a carico di un uomo sorpreso nel cortile condominiale. L'imputato si era giustificato sostenendo di essere sceso solo per aprire il cancello alla pattuglia dei carabinieri, dimostrando un intento collaborativo. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando che l'uomo non poteva prevedere l'arrivo imminente delle forze dell'ordine. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il finto alibi non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per evasione dagli arresti domiciliari. Il soggetto si era allontanato da casa giustificandosi con un presunto attacco d'ansia che richiedeva cure mediche urgenti. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'accesso in ospedale era avvenuto solo dopo il controllo delle forze dell'ordine, svelando un tentativo di precostituirsi un alibi con la complicità dei familiari. La Suprema Corte ha escluso lo stato di necessità, la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche a causa della gravità della condotta pianificata e dei precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fuga con arnesi costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era allontanato da casa ed era stato rintracciato dopo un'ora e mezza mentre tentava di sfuggire ai controlli accelerando il passo. Addosso gli sono stati trovati arnesi da scasso. La difesa sosteneva l'assenza di dolo e chiedeva la particolare tenuità del fatto. I giudici hanno invece confermato la gravità della condotta, escludendo sia la tenuità sia le attenuanti generiche, a causa del possesso di strumenti per commettere furti e del tentativo di fuga. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: ricorso generico e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata contro la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. La ricorrente lamentava la mancata valutazione di cause di non punibilità da parte dei giudici di secondo grado. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il motivo di ricorso eccessivamente generico e privo di elementi concreti. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Evasione dagli arresti domiciliari: nessun beneficio ai recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato era risultato assente durante due distinti controlli delle forze dell'ordine. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la mancata sostituzione della pena detentiva. I giudici hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, evidenziando la gravità del fatto e i numerosi precedenti penali dell'uomo. Inoltre, la sostituzione della pena è stata negata poiché l'imputato, privo di occupazione, non ha fornito prove sulla propria solvibilità finanziaria. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la scusa del sosia non regge
Un uomo, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, è stato condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari dopo essere stato visto alla guida di un'auto da un agente di polizia che lo conosceva bene. Alla vista dei militari, l'uomo è fuggito. Poco dopo, la pattuglia ha trovato l'auto davanti a casa sua con il motore ancora caldo. La difesa ha sostenuto che alla guida ci fosse il cugino, molto somigliante e vestito allo stesso modo, ma la Corte di Cassazione ha ritenuto questa ricostruzione del tutto inverosimile. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna, l'applicazione della recidiva per i suoi numerosi precedenti penali e il diniego delle circostanze attenuanti generiche.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la droga non scusa la fuga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era allontanato dalla propria abitazione sostenendo di aver agito sotto la spinta di un impulso irresistibile dovuto alla ricerca di sostanze stupefacenti, elemento che a suo dire avrebbe annullato la sua capacità di intendere e di volere. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando che una perizia medica non contestata aveva escluso qualsiasi vizio di mente. Inoltre, la presenza di numerosi precedenti penali ha precluso la concessione delle attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, l'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dai domiciliari per fare la carta d’identità: è reato
L'Imputata, sottoposta alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanata dalla propria abitazione per recarsi presso gli uffici comunali al fine di richiedere una nuova carta d'identità. Fermata dalle forze dell'ordine, è stata accusata del reato di evasione dai domiciliari. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, ritenendo il documento di identità un bene di prima necessità per il quale l'allontanamento fosse implicitamente autorizzato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il rinnovo del documento non rientra tra i motivi di assoluta necessità che giustificano l'allontanamento autonomo senza previa autorizzazione del giudice. Inoltre, è stata confermata l'aggravante della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputata.
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Reato di evasione: la mancata presentazione esclude la tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. L'imputato, dopo la scarcerazione, non si era mai recato presso l'abitazione stabilita per scontare la misura degli arresti domiciliari. La difesa sosteneva la mancanza di dolo, lamentando la mancata notifica del provvedimento, e richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto le tesi difensive, confermando che la notifica era avvenuta regolarmente e che la condotta di non presentarsi affatto presso il domicilio coatto esclude qualsiasi ipotesi di minima offensività del fatto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la droga non evita la multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato, autorizzato a recarsi al SERD solo in determinati orari, è stato sorpreso a circolare in città in orari diversi e in compagnia di pregiudicati. Lo stesso ha ammesso di essersi allontanato per acquistare stupefacenti. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del dolo generico, escludendo l'attenuante della spontanea costituzione e le attenuanti generiche, queste ultime negate a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: nessun aiuto al recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e dell'attenuante per essersi consegnato spontaneamente alle forze dell'ordine. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità non si applica in presenza di precedenti condanne specifiche per lo stesso reato, che escludono il requisito dell'occasionalità. Inoltre, l'attenuante della consegna spontanea non spetta a chi si limita ad attirare l'attenzione degli agenti in strada, richiedendo invece la presentazione in un istituto carcerario o a un'autorità preposta alla traduzione in carcere. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: negato lo sconto di pena senza prove
Il Condannato, giudicato colpevole di evasione dagli arresti domiciliari e danneggiamento del braccialetto elettronico, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando il mancato riconoscimento del reato continuato con altre condanne precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che spetta alla difesa l'onere di allegare e specificare i provvedimenti e i reati per cui si richiede l'unificazione. Non basta una richiesta generica né l'aspettativa che il giudice acquisisca d'ufficio i documenti mancanti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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