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Evasione

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1212 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Reato di evasione: il finto litigio non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di evasione. La ricorrente si era allontanata dall'abitazione della sorella, dove si trovava agli arresti domiciliari, giustificando il gesto con la volontà di recarsi dai carabinieri dopo un litigio familiare. I giudici hanno smentito questa ricostruzione, ritenendo l'allontanamento privo di reale giustificazione e pienamente offensivo. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali della donna, molti dei quali specifici per evasione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il citofono spento condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione a carico di un soggetto sottoposto a misura cautelare. Durante un controllo della polizia giudiziaria, l'uomo non aveva risposto al citofono, nonostante ripetuti e prolungati squilli. La difesa sosteneva che l'imputato non avesse sentito a causa di un sonno profondo. I giudici hanno ritenuto questa giustificazione del tutto inverosimile. La sentenza stabilisce che l'allontanamento non autorizzato e la conseguente evasione dagli arresti domiciliari possono essere legittimamente dedotti dalla mancata risposta al citofono, se suonato con insistenza e per un tempo prolungato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna per evasione
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso lamentando una generica mancanza di motivazione nella sentenza della Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha rigettato l'impugnazione, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano del tutto generici e privi di un reale confronto critico con le argomentazioni della decisione impugnata, la quale descriveva invece in modo dettagliato la condotta illecita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'Imputato, obbligandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: fugge al canile per evitare la madre
Il Detenuto si è allontanato senza autorizzazione dalla propria abitazione, dove si trovava agli arresti domiciliari, per portare i suoi cani al canile comunale a causa dell'insostenibile convivenza con la madre. Successivamente ha allertato le forze dell'ordine chiedendo di essere condotto in carcere. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione, escludendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. I giudici hanno chiarito che qualsiasi allontanamento non autorizzato integra il reato di evasione, indipendentemente dalla distanza, dalla durata o dai motivi personali che hanno spinto il soggetto ad agire. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la condanna non libera il reo
Il Tribunale non aveva convalidato l'arresto di un soggetto sorpreso fuori casa, ritenendo che la misura cautelare degli arresti domiciliari fosse cessata automaticamente con il passaggio in giudicato della condanna. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che le misure detentive non si estinguono da sole con la sentenza definitiva, ma proseguono senza interruzioni trasformandosi in esecuzione della pena. Di conseguenza, l'allontanamento ingiustificato configura pienamente il reato di evasione dagli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha così annullato senza rinvio l'ordinanza del Tribunale, confermando la legittimità dell'arresto eseguito dalla polizia giudiziaria.
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Reato di evasione: quando il ricorso costa caro al condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. Il ricorrente contestava la sussistenza del fatto e lamentava la mancata applicazione delle attenuanti e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni di fatto non possono essere riesaminate in Cassazione. Inoltre, le richieste sulle attenuanti e sulla tenuità del fatto non erano state presentate nel precedente giudizio d'appello, rendendole non proponibili per la prima volta in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione fissa i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti e la misura della pena stabilita dalla Corte d'appello di Ancona. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni di fatto non possono essere riesaminate in Cassazione se la sentenza precedente è adeguatamente motivata. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione respinge il ricorso sui fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di evasione (art. 385 c.p.). L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può essere utilizzato per ridiscutere gli aspetti di fatto della vicenda, ma solo per contestare violazioni di legge. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione nega la derubricazione
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava per il reato di evasione (art. 385 c.p.). La difesa sosteneva che la condotta integrasse la meno grave inosservanza dei provvedimenti dell'autorità (art. 650 c.p.) e invocava una causa di esclusione della colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'allontanamento ingiustificato configura pienamente il reato di evasione e hanno respinto le contestazioni di fatto sulla colpevolezza, in quanto non deducibili in sede di legittimità. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione nega le attenuanti e infligge una multa
Il Ricorrente ha proposto ricorso per Cassazione contro la condanna per il reato di evasione, contestando la responsabilità penale, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo è stato ritenuto generico poiché riproduceva argomenti già respinti nei precedenti gradi di giudizio. Il secondo motivo è stato giudicato manifestamente infondato, poiché il giudice di merito ha motivato correttamente il diniego delle attenuanti basandosi su elementi decisivi. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fuga costa carissima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per evasione dagli arresti domiciliari, resistenza a pubblico ufficiale e false dichiarazioni. L'imputato contestava l'aumento di pena inflitto per l'evasione, ritenendo la motivazione dei giudici d'appello inadeguata. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione, sottolineando la particolare gravità della condotta del soggetto, il quale si era allontanato dal domicilio per recarsi in una nota piazza di spaccio di sostanze stupefacenti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la lite non giustifica l’uscita
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari nei confronti di un giovane che si era allontanato dalla propria abitazione per fare una passeggiata. Il ricorrente aveva giustificato la condotta adducendo un litigio avvenuto con il padre. I giudici hanno stabilito che l'alterco familiare non esclude la punibilità, poiché l'allontanamento non autorizzato interrompe i controlli delle forze dell'ordine, a prescindere dall'intenzione di fuggire definitivamente. La Suprema Corte ha inoltre negato la concessione delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del soggetto, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: niente sconti per chi torna a casa
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione per raggiungere l'ex compagna e la figlia in una struttura protetta, interrompendo la fuga solo per l'arrivo imminente delle forze dell'ordine. Accusato del reato di evasione, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo l'applicazione di una circostanza attenuante per il rientro spontaneo e la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attenuante richiede la consegna in carcere o all'autorità, non il semplice rientro a casa. Inoltre, la condotta non è stata considerata di modesta offensività, vista la destinazione della fuga e la desistenza forzata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: quando cento dosi negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per spaccio di droga ed evasione dagli arresti domiciliari. La difesa invocava lo spaccio di lieve entità e contestava l'allontanamento dal domicilio. I giudici hanno escluso la lieve entità a causa del possesso di quaranta grammi di cocaina e crack (pari a cento dosi), della gestione di una vera e propria piazza di spaccio e della reiterazione dell'attività. Anche la contestazione sull'evasione è stata respinta, trattandosi di accertamenti di fatto non riesaminabili in sede di legittimità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per evasione e tentato furto aggravato. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio, riproponendo le stesse argomentazioni già respinte in appello. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano generici e privi di specificità critica. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Vizio di motivazione: la Cassazione cancella la condanna
Un uomo, condannato in appello per evasione, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha lamentato che i giudici di secondo grado avessero ignorato argomenti decisivi, come la mancata comunicazione dello stato di arresto e l'intervento di agenti in borghese non identificati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, riscontrando un evidente vizio di motivazione. La sentenza impugnata è risultata del tutto silente sulle obiezioni difensive. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna con rinvio, ordinando a un'altra sezione della Corte d'appello di riesaminare integralmente il caso.
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Reato di evasione: la visita in ospedale non salva dai domiciliari
Un uomo sottoposto a misura restrittiva domiciliare si è allontanato dall'abitazione senza autorizzazione, venendo rintracciato solo alcune ore dopo in ospedale per una visita medica. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la buona fede, sostenendo che l'imputato credesse di essere libero a seguito della ricezione di un atto giudiziario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità richiede un pericolo immediato e oggettivo, incompatibile con un allontanamento avvenuto ore prima della visita. Inoltre, l'errata interpretazione di un atto non esclude la colpevolezza.
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Reato di evasione: arresti in ospedale ma seduto in cortile
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari presso una struttura ospedaliera è stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre si trovava seduto su una panchina nel cortile esterno dell'edificio. Accusato del reato di evasione, l'imputato ha presentato ricorso in Cassazione deducendo l'insussistenza del fatto, richiedendo l'applicazione dell'attenuante per il rientro spontaneo e sollevando l'eccezione di prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'uomo, evidenziando che l'allontanamento dal reparto configura il reato di evasione e che il rientro è avvenuto solo dopo il sollecito dei militari, escludendo così l'attenuante. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la fuga durante la rivolta non è mai lieve
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di evasione. Il soggetto aveva sfruttato i disordini scoppiati nel carcere di Foggia, causati dalle restrizioni sui colloqui durante la pandemia da COVID-19, per fuggire, venendo poi prontamente catturato dalla polizia penitenziaria. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della gravità del contesto in cui è avvenuta la fuga. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: addio al ricorso per vizi di motivazione
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha concordato in secondo grado una pena di otto mesi di reclusione tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo tra le parti sulla pena con la rinuncia ai motivi di gravame, non è possibile contestare la decisione per vizi di motivazione. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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