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Espiazione

20 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'accezione comune del verbo espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena, come in: "Espiò il suo delitto con lunghi anni di carcere". In testi di argomento religioso il vocabolo ha anche altre accezioni accomunate dal concetto di ripristinare una situazione precedente più favorevole. Il vocabolo, infatti, deriva dal latino expiatio e dal verbo expio, che può significare anche: purificare un oggetto, un luogo o una persona dopo un sacrilegio o un delitto, placare e rendere propizia una divinità, stornare una maledizione, ecc. Il termine italiano, quindi, acquista anche valenza di propiziazione, riconciliazione. ecc. Nella sua accezione religiosa l'espiazione comporta usualmente un rito o un sacrificio compiuto per placare la divinità e renderla nuovamente propizia quando la si ritiene offesa.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Carenza di interesse: quando il ricorso è inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza. Il ricorrente aveva richiesto l'accesso a una misura alternativa alla detenzione, ma durante il corso del giudizio è emerso che lo stesso era già stato rimesso in libertà per fine pena. La cessazione dell'espiazione della pena ha determinato una sopravvenuta carenza di interesse, poiché la decisione della Corte non avrebbe più potuto produrre alcun effetto pratico o beneficio per il ricorrente.
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Carenza di interesse: inammissibilità del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto contro un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza. La decisione si fonda sulla sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il ricorrente è stato rimesso in libertà prima della discussione del ricorso. Essendo cessata l'espiazione della pena detentiva, la richiesta di accesso a misure alternative non produce più alcun effetto utile o vantaggio concreto per l'interessato.
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Carenza di interesse e ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto che chiedeva l'accesso a una misura alternativa alla detenzione. Durante lo svolgimento del giudizio, il ricorrente è stato rimesso in libertà per fine pena. Tale circostanza ha determinato una sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'obiettivo del ricorso era l'ottenimento di una modalità di espiazione diversa dal carcere, presupposto ormai venuto meno con la libertà già acquisita.
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Carenza di interesse: ricorso inammissibile
Un cittadino straniero ha proposto ricorso in Cassazione contro il rigetto di un'opposizione a un decreto di espulsione. Durante il procedimento, il ricorrente è stato scarcerato per aver terminato di scontare la propria pena. La Suprema Corte ha rilevato che tale evento determina una sopravvenuta carenza di interesse, rendendo inutile la decisione sul ricorso. Di conseguenza, l'impugnazione è stata dichiarata inammissibile senza condanna alle spese processuali, seguendo l'orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità.
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Carenza d’interesse: ricorso inammissibile fine pena
Il ricorrente ha impugnato la revoca dell'affidamento in prova, ma è stato liberato per fine pena prima della decisione. La Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità per carenza d'interesse, escludendo la condanna alle spese.
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Carenza di interesse nel ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti contro l'applicazione del braccialetto elettronico durante gli arresti domiciliari. Sebbene la rinuncia formale presentata dal difensore fosse inefficace per mancanza di procura speciale, i giudici hanno rilevato una sopravvenuta carenza di interesse. Tale condizione è emersa poiché i ricorrenti avevano già interamente espiato la pena inflitta con sentenza definitiva. Di conseguenza, l'eventuale annullamento della misura cautelare non avrebbe apportato alcun beneficio pratico, rendendo il ricorso privo di utilità giuridica.
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Rideterminazione della pena e sanzione già espiata
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della rideterminazione della pena per reati legati agli stupefacenti a seguito della sentenza n. 40/2019 della Corte Costituzionale. Il ricorrente chiedeva il ricalcolo di una condanna basata su norme dichiarate incostituzionali, nonostante la pena fosse stata già interamente scontata da anni. La Suprema Corte ha stabilito che la rideterminazione della pena non è ammessa quando il rapporto esecutivo è esaurito. L'irreversibilità degli effetti della pena già espiata rende il giudicato impermeabile a modifiche successive, anche se favorevoli al condannato.
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Custodia cautelare e divieto di doppio computo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che lamentava l'errata determinazione della **custodia cautelare** (presofferto) all'interno di un provvedimento di cumulo. Il ricorrente sosteneva che alcuni periodi di detenzione dovessero essere imputati a una specifica sentenza d'appello anziché ad altre condanne definitive. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Giudice dell'esecuzione, ribadendo che un medesimo periodo di detenzione non può essere conteggiato due volte. Se un soggetto in custodia cautelare inizia a scontare una pena definitiva per un altro reato, il tempo trascorso viene imputato a quest'ultima, escludendo la fungibilità per il primo titolo.
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Detenzione domiciliare: revoca e fine pena
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un condannato in detenzione domiciliare che aveva commesso diverse violazioni. Tuttavia, prima che il Tribunale di Sorveglianza potesse decidere sulla revoca della misura, il soggetto ha terminato l'espiazione della pena. Nonostante la fine della pena, il Tribunale aveva dichiarato la rilevanza delle violazioni per impedire futuri benefici. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, stabilendo che, senza una revoca formale intervenuta prima della fine della pena, non possono essere applicati gli effetti ostativi previsti dall'ordinamento.
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Liberazione anticipata: guida alla revoca dei benefici
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della liberazione anticipata per un totale di 1.215 giorni a carico di un soggetto condannato per omicidio e associazione mafiosa. Nonostante il delitto di omicidio non fosse inizialmente considerato ostativo ai fini del beneficio, la commissione di un nuovo reato di stampo mafioso durante l'esecuzione della pena ha reso legittimo l'annullamento degli sconti di pena precedentemente accumulati. La decisione ribadisce che la liberazione anticipata decade se il condannato non mantiene una condotta rieducativa costante, dimostrata dalla commissione di nuovi delitti non colposi.
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Recidiva qualificata: analisi della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato condannato per molteplici delitti contro il patrimonio. La decisione si focalizza sulla corretta applicazione della recidiva qualificata, giustificata dalla palese pericolosità sociale del soggetto che ha commesso nuovi reati durante l'espiazione di una pena precedente. La Corte ha inoltre ritenuto legittimo l'aumento di pena per la continuazione, basato sulla gravità del reato satellite e sul corretto esercizio del potere discrezionale del giudice di merito.
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Carenza d’interesse: ricorso inammissibile per fine pena
Un condannato ha impugnato un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, ma durante il giudizio ha terminato di espiare la pena. La Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità per carenza d'interesse, escludendo la condanna alle spese per assenza di soccombenza.
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Contraddittorio e benefici per reati ostativi
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto del Tribunale di Sorveglianza che aveva dichiarato inammissibile, senza udienza, una richiesta di benefici penitenziari. Il ricorrente, condannato per reati ostativi, sosteneva di aver già scontato la quota di pena preclusiva. La Suprema Corte ha stabilito che il principio del contraddittorio non può essere sacrificato quando la decisione richiede accertamenti complessi o valutazioni discrezionali, specialmente a seguito delle riforme normative che hanno mutato la fisionomia dei reati ostativi.
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Carenza di interesse nel ricorso per cassazione penale
Un cittadino ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale, contestando la valutazione sulla mancata collaborazione con la giustizia. Tuttavia, durante la pendenza del giudizio, il ricorrente ha terminato di scontare l'intera pena detentiva. La Suprema Corte ha dunque dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse, in quanto l'eventuale accoglimento non avrebbe prodotto alcun beneficio pratico per un soggetto ormai tornato in libertà.
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Rinuncia all’impugnazione: guida alla procedura
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un soggetto condannato per guida in stato di ebbrezza che aveva impugnato il diniego dell'affidamento in prova. Nelle more del giudizio, il ricorrente ha presentato una formale rinuncia all'impugnazione poiché la pena era stata interamente espiata. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso, confermando che la rinuncia preclude l'esame del merito ma, data l'assenza di colpa del ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità, ha escluso la sanzione pecuniaria verso la Cassa delle Ammende.
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Carenza di interesse nel ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto per sopravvenuta carenza di interesse. Il ricorrente aveva impugnato un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza, ma nel corso del giudizio di legittimità ha terminato di espiare la pena detentiva. Poiché l'utilità concreta del ricorso è venuta meno con la libertà riacquisita, i giudici hanno rilevato l'assenza di un interesse attuale e concreto alla decisione, escludendo tuttavia la condanna alle spese poiché il mutamento della situazione è avvenuto dopo la presentazione dell'atto.
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Carenza di interesse: inammissibilità del ricorso
Il ricorrente ha impugnato il diniego dell'affidamento in prova, ma ha terminato di espiare la pena in detenzione domiciliare prima della decisione della Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse, poiché l'esito del giudizio non avrebbe più prodotto effetti pratici sulla libertà del soggetto, escludendo però la condanna alle spese.
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Reato continuato in esecuzione: calcolo della pena
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio un'ordinanza che, pur riconoscendo il reato continuato in esecuzione tra due condanne, aveva negato effetti pratici sulla pena residua. La Corte ha stabilito che il giudice deve motivare rigorosamente il calcolo della fungibilità e dello scomputo dei periodi già espiati secondo l'art. 657 c.p.p.
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Liberazione condizionale ergastolo: negata senza risarcimento
Un detenuto condannato alla pena perpetua ha richiesto la liberazione condizionale ergastolo. Nonostante il raggiungimento della soglia temporale e una condotta carceraria corretta, il Tribunale ha negato il beneficio per mancanza di un sicuro ravvedimento. La Suprema Corte ha confermato il rigetto, evidenziando come il mancato risarcimento dei danni, pur in presenza di disponibilità economica, dimostri l'assenza di una reale volontà riparatoria verso le vittime.
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Carenza di Interesse: Ricorso Inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego di una misura alternativa. La decisione si fonda sulla sopravvenuta carenza di interesse, poiché il ricorrente aveva già terminato di scontare la pena ed era stato scarcerato prima della data dell'udienza, rendendo così l'esito del ricorso privo di qualsiasi utilità pratica per lui.
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