Un uomo viene condannato per concorso in tentata estorsione per aver effettuato telefonate minatorie a una vittima, chiedendo denaro. Durante le chiamate, un complice gli faceva da 'palo'. L'imputato ha contestato la condanna, sostenendo che la minaccia non fosse oggettivamente offensiva e che non fosse a conoscenza dei rapporti precedenti tra il complice e la vittima. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che l'uso del pronome 'noi' durante le telefonate era sufficiente a creare un'intimidazione, evocando un gruppo criminale. Inoltre, l'azione coordinata tra i due (uno al telefono, l'altro a sorvegliare) dimostrava la piena consapevolezza e la volontà condivisa di commettere il reato.
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