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Dichiarazione Di Fallimento

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89 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Dichiarazione di fallimento: bozze inutili contro debiti reali
Una società cooperativa ha impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo di non superare le soglie dimensionali di fallibilità. A riprova di ciò, ha depositato solo bozze di bilancio non approvate né depositate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la produzione di bilanci non approvati equivale alla loro totale omissione. I giudici di merito hanno legittimamente ritenuto inattendibile tale documentazione, valutando invece come prova del dissesto i debiti scaduti indicati nelle stesse bozze. La Suprema Corte ha ribadito che spetta al giudice di merito valutare liberamente l'attendibilità delle scritture contabili alternative, senza l'obbligo di disporre una consulenza tecnica d'ufficio esplorativa. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata definitivamente confermata.
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Dichiarazione di fallimento: valida anche durante il blocco Covid
Una società di carburanti ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale durante il primo lockdown del 2020. La società sosteneva che la dichiarazione di fallimento fosse nulla perché pronunciata nel periodo di sospensione straordinaria delle procedure per l'emergenza Covid-19 e che i debiti fiscali, temporaneamente sospesi per legge, non dovessero essere conteggiati per valutarne l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione emergenziale riguardava i termini processuali e non impediva l'adozione di provvedimenti decisori già maturi. Inoltre, la valutazione dello stato di insolvenza spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se motivata correttamente, soprattutto quando i debiti fiscali sospesi rappresentano solo una minima parte del debito complessivo.
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Dichiarazione di fallimento: crediti futuri ma ricorso in ritardo
Una società in liquidazione impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo che la Corte d'Appello non abbia considerato alcuni crediti in corso di causa che avrebbero potuto risanare il debito. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per tardività. La notifica del ricorso è avvenuta infatti molti mesi dopo la comunicazione della sentenza d'appello tramite posta elettronica certificata (PEC) da parte della cancelleria. I giudici confermano che, in materia fallimentare, la comunicazione del testo integrale della sentenza da parte del cancelliere fa decorrere il termine breve di trenta giorni per proporre ricorso in Cassazione, escludendo l'applicazione dei termini ordinari più lunghi previsti dal codice di procedura civile. Di conseguenza, la società perde definitivamente la causa.
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Dichiarazione di fallimento: conta il registro, non la chiusura
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione, respingendo il ricorso dei soci. I ricorrenti sostenevano che l'attività fosse cessata anni prima e che i requisiti dimensionali escludessero la fallibilità. La Suprema Corte ha chiarito che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla cancellazione formale dal registro delle imprese, e non dalla semplice cessazione dell'attività. Inoltre, i soci non hanno fornito i bilanci degli anni successivi al 2012, non assolvendo all'onere di provare il mancato superamento delle soglie di fallibilità. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Dichiarazione di fallimento: la cancellazione formale vince
Il Socio Accomandatario di una società in accomandita semplice ha impugnato la dichiarazione di fallimento della società, sostenendo che l'attività fosse cessata prima della formale cancellazione dal registro delle imprese e che vi fosse un unico creditore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla data di effettiva cancellazione formale dal registro delle imprese, non rilevando la precedente cessazione di fatto. Inoltre, l'esistenza di un solo creditore non esclude lo stato di insolvenza se il debito supera la soglia di legge e l'impresa non è in grado di pagare.
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Dichiarazione di fallimento: la garanzia vince sull’arbitrato
Una società cede le proprie quote garantendo l'acquirente da future passività. A seguito di un'ispezione fiscale, l'amministrazione finanziaria emette pesanti accertamenti. Di fronte al disinteresse della venditrice, l'acquirente aderisce alla rottamazione delle cartelle esattoriali e chiede il rimborso attivando la garanzia contrattuale. Ottenuto un sequestro conservativo sull'unico immobile della venditrice, l'acquirente ne chiede la dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione conferma la dichiarazione di fallimento, stabilendo che il giudice fallimentare può accertare in via provvisoria (incidenter tantum) il credito del richiedente, anche in presenza di una clausola arbitrale. Inoltre, lo stato di insolvenza è provato dalle enormi perdite accumulate e dall'inattendibilità dei bilanci della società debitrice.
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Dichiarazione di fallimento: il pagamento tardivo non salva l’azienda
L'Azienda ha proposto ricorso contro la sentenza che confermava la propria dichiarazione di fallimento. Il creditore istante aveva ricevuto un pagamento tramite assegno da un terzo prima della sentenza, manifestando l'intenzione di desistere. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che la desistenza del creditore, per revocare la dichiarazione di fallimento, deve basarsi su un pagamento con data certa anteriore alla sentenza stessa. Nel caso specifico, la comunicazione del pagamento era priva di data certa e l'Azienda non ha dimostrato l'estinzione tempestiva del debito, superando comunque le soglie di insolvenza previste dalla legge fallimentare. Di conseguenza, l'Azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: quando la terra non salva i soci
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società agricola e dei suoi soci illimitatamente responsabili. I soci sostenevano che l'attività fosse puramente agricola e quindi non soggetta a fallimento. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la società svolgeva in via prevalente un'attività commerciale, disponendo di un piccolo terreno ma di un enorme punto vendita al dettaglio con un canone d'affitto elevatissimo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci, confermando che spetta all'imprenditore dimostrare i requisiti di non fallibilità e che le notifiche dell'udienza prefallimentare erano corrette.
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Dichiarazione di fallimento: l’artigiano non evita il crac
Una società artigiana impugna la dichiarazione di fallimento, sostenendo di essere un piccolo imprenditore esente dalla procedura concorsuale. L'impresa evidenzia di avere un solo dipendente e di non aver potuto depositare i bilanci per colpa del proprio contabile. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che l'esenzione dal fallimento dipende esclusivamente dal mancato superamento di precisi parametri quantitativi e numerici stabiliti dalla legge fallimentare, e non dalla qualifica civilistica o artigiana dell'impresa. Inoltre, la mancata consegna dei documenti da parte del contabile non giustifica il totale silenzio probatorio della società, né obbliga il giudice a sostituirsi alla parte attivando i propri poteri d'ufficio. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento viene confermata.
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Dichiarazione di fallimento: valida anche con debiti contestati
L'Agente della Riscossione ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società per un debito tributario superiore a otto milioni di euro. La Società ha impugnato la decisione, lamentando l'invalidità della notifica dell'atto (avvenuta tramite deposito nella casa comunale a ridosso di Ferragosto) e contestando la legittimazione del creditore, poiché i debiti erano ancora sotto giudizio (sub judice). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la notifica è valida se la Società non mantiene attiva la propria PEC. Inoltre, per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito: basta una valutazione provvisoria del giudice fallimentare sulla sussistenza del debito, anche se questo è contestato in altre sedi.
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Dichiarazione di fallimento: il ricorso incompleto salva il creditore
Una società in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su richiesta di una società creditrice. La debitrice sosteneva che la creditrice non avesse la legittimazione ad agire, avendo ceduto il proprio credito al socio unico prima di presentare l'istanza di fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il mancato esame di una questione processuale non costituisce omessa pronuncia. Inoltre, la ricorrente non ha fornito le prove specifiche dell'immediato effetto traslativo della cessione del credito, non allegando i documenti necessari. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata e la società debitrice è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: l’errore sui tempi costa caro
Una società di costruzioni ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale di Asti, eccependo l'incompetenza territoriale del giudice a favore del Tribunale di Milano e contestando lo stato di insolvenza. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, evidenziando bilanci non approvati, un sistema di cash pooling privo di contratti scritti e fatture non emesse usate per gonfiare l'attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'eccezione di incompetenza territoriale deve essere sollevata inderogabilmente entro la prima udienza del giudizio di primo grado, pena la decadenza. Inoltre, la motivazione della sentenza d'appello sul dissesto finanziario è risultata logica e completa, escludendo ogni vizio di motivazione apparente. La società perde definitivamente la causa.
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Dichiarazione di fallimento: il ritardo nei contratti costa caro
Una s.n.c. affitta la propria azienda a una s.r.l. Successivamente, per ottenere un finanziamento, concorda un aumento del canone, subordinato a investimenti tempestivi. La s.r.l. fallisce e il curatore, rilevando che gli investimenti non sono stati eseguiti nei termini, chiede la restituzione del canone maggiorato versato ingiustamente. Sulla base di questo enorme credito, il curatore chiede e ottiene la dichiarazione di fallimento della s.n.c. e dei suoi soci. I debitori propongono reclamo contestando il credito e la legittimazione del fallimento istante. La Corte d'Appello respinge il reclamo e la Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ribadisce che la valutazione delle prove e dei termini contrattuali spetta al giudice di merito, confermando definitivamente la dichiarazione di fallimento.
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Dichiarazione di fallimento: l’accordo tardivo non la revoca
Un'azienda ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su richiesta del suo unico creditore. L'azienda sosteneva che, prima della sentenza, era stato firmato un accordo transattivo con il creditore, il quale aveva rinunciato alla procedura (desistenza). Tuttavia, questo accordo è stato presentato solo durante la fase di appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che la desistenza del creditore non cancella automaticamente la dichiarazione di fallimento se non c'è la prova certa che il debito sia stato interamente pagato prima della sentenza stessa. Nel caso di pagamento con assegno, l'estinzione del debito avviene solo al momento dell'effettivo incasso della somma e non con la semplice consegna del titolo.
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Dichiarazione di fallimento: l’assegno in garanzia punisce la Srl
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società debitrice, respingendo il suo ricorso. La vicenda nasce dal mancato pagamento di un assegno bancario di oltre centomila euro, emesso a favore di una società creditrice come garanzia per un contratto preliminare di compravendita immobiliare mai concluso. La Suprema Corte ha chiarito che l'assegno, anche se emesso in garanzia (patto nullo per legge), conserva il valore di promessa di pagamento. Questo strumento inverte l'onere della prova: spetta al debitore dimostrare che il debito non esiste o è estinto. Poiché la società debitrice non ha fornito tale prova e si trovava in un evidente stato d'insolvenza, caratterizzato da debiti elevati e assenza di liquidità, i giudici hanno ritenuto legittima la procedura concorsuale.
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Dichiarazione di fallimento: la rottamazione non salva l’impresa
Una società di persone e i suoi soci accomandatari hanno impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo che la presentazione di una domanda di definizione agevolata dei debiti fiscali impedisse all'Agenzia delle Entrate di chiederne il fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice domanda di definizione agevolata non fa perdere al fisco la legittimazione a chiedere il fallimento, poiché il blocco delle azioni esecutive individuali non si estende alle procedure concorsuali. Inoltre, spetta al debitore dimostrare l'effettivo accoglimento della richiesta di sanatoria al momento della decisione. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Dichiarazione di fallimento: la notifica fantasma non salva l’azienda
Una banca ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società cooperativa sulla base di un decreto ingiuntivo non opposto e dichiarato esecutivo. L'Azienda ha impugnato la decisione, sostenendo l'inesistenza della notificazione del decreto ingiuntivo e la conseguente invalidità del titolo di credito. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno rilevato che la ricorrente si è limitata ad affermare l'inesistenza della notifica in modo generico, senza riprodurre la relazione di notificazione né spiegare i motivi concreti del vizio. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata e l'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: valida anche se il debito è piccolo
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di una dichiarazione di fallimento anche se avviata da un creditore con un credito inferiore alla soglia di legge. La sentenza stabilisce che, per fallire, non conta l'importo del singolo creditore istante, ma l'ammontare complessivo dei debiti scaduti dell'azienda, che deve superare il limite legale. I giudici hanno il potere di indagare d'ufficio l'intera situazione debitoria, acquisendo prove anche dal curatore fallimentare non costituito in giudizio. In questo caso, i debiti totali superavano ampiamente la soglia, rendendo la dichiarazione di fallimento inevitabile e respingendo il ricorso dell'azienda.
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Dichiarazione di fallimento: i criteri della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale operante nel settore immobiliare e finanziario. Il ricorrente contestava la competenza territoriale del tribunale e la propria natura di imprenditore commerciale, sostenendo di svolgere solo attività di gestione condominiale. La Suprema Corte ha chiarito che la sede legale prevale su quella effettiva se non vi sono prove univoche del contrario e che l'esercizio professionale di attività finanziarie complesse giustifica pienamente la dichiarazione di fallimento, indipendentemente dalle contestazioni formali sui crediti.
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Dichiarazione di fallimento e reclamo del socio
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata già sottoposta a sequestro penale. Il ricorrente, socio di maggioranza ed ex liquidatore, lamentava la mancata convocazione nel procedimento prefallimentare. La Corte ha stabilito che il reclamo è inammissibile se si limita a vizi procedurali senza contestare lo stato di insolvenza e che la società era validamente rappresentata dal liquidatore nominato dall'amministratore giudiziario.
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