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Dichiarazione Di Fallimento

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89 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Dichiarazione di fallimento per la società già cancellata
Una società di capitali, cancellata dal registro delle imprese, ha contestato la propria dichiarazione di fallimento avvenuta entro l'anno dalla cancellazione. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della procedura. I giudici hanno stabilito che la notifica al liquidatore è corretta anche dopo l'estinzione della società. Inoltre, il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla data di cancellazione formale e non dalla precedente cessazione dell'attività. Infine, per le società in liquidazione, lo stato di insolvenza si valuta verificando se il patrimonio sia insufficiente a pagare tutti i debiti, a prescindere dalla disponibilità di liquidità immediata. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.
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Dichiarazione di fallimento: inutile contestare il debito ammesso
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società in liquidazione, respingendo il ricorso da questa proposto. La società debitrice contestava l'ammontare del debito verso il fornitore, sostenendo che fosse sceso sotto la soglia di fallibilità di trentamila euro. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la debitrice aveva precedentemente riconosciuto l'esistenza del debito, seppur in misura ridotta, e non aveva sollevato tempestivamente nei gradi precedenti la questione della soglia minima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la società al pagamento delle spese di giudizio.
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Dichiarazione di fallimento: la finta cancellazione non salva
Una società si cancella dal registro delle imprese nel 2009, ma nel 2014 il Giudice del registro annulla la cancellazione perché fittizia. Nel 2019 viene pronunciata la dichiarazione di fallimento su richiesta di un creditore. L'ex liquidatore si oppone, sostenendo che fosse scaduto il termine di un anno dalla cancellazione originaria. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'ex liquidatore. I giudici chiariscono che l'annullamento della cancellazione ha effetto retroattivo e fa presumere la continuazione dell'attività d'impresa. Inoltre, i rendiconti di un trust liquidatorio autonomo non possono dimostrare i requisiti di non fallibilità della società, e lo stato di insolvenza è confermato dall'insufficienza del patrimonio a pagare i debiti.
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Dichiarazione di fallimento: la PEC non letta condanna la società
Una società creditrice ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice, pronunciata dal Tribunale e confermata in appello. La debitrice ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di non essere fallibile in quanto piccola impresa artigiana, di non aver ricevuto validamente la notifica della convocazione via PEC a causa dello sfratto subito, e che l'attività era cessata da oltre un anno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la fallibilità si basa esclusivamente su parametri numerici oggettivi (attivo e debiti, inclusi quelli contestati), che la notifica via PEC all'indirizzo del Registro delle Imprese è sempre valida anche dopo la cessazione dell'attività, e che il termine di un anno per il fallimento decorre solo dalla cancellazione formale dal registro.
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Dichiarazione di fallimento: debiti validi anche senza cartelle
L'ex amministratore di una società ha impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo che i debiti tributari non potessero essere considerati scaduti poiché le relative cartelle esattoriali non erano state notificate. Di conseguenza, secondo il ricorrente, non veniva superata la soglia di trentamila euro di debiti scaduti prevista dalla legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la dichiarazione di fallimento. I giudici hanno chiarito che i debiti fiscali sono scaduti a prescindere dalla notifica formale degli atti impositivi. L'obbligo tributario sorge infatti direttamente dalla legge al verificarsi del presupposto di fatto. La mera produzione in giudizio dei documenti contabili è sufficiente a dimostrare l'esistenza e la scadenza del debito ai fini della procedura concorsuale.
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Dichiarazione di fallimento: la notifica d’urgenza è valida
Una società immobiliare impugna la dichiarazione di fallimento, lamentando l'invalidità della notifica della convocazione, eseguita tramite deposito nella casa comunale dopo l'irreperibilità presso la sede legale, e la riduzione dei termini a difesa per l'imminente scadenza del termine annuale dalla cancellazione dal registro delle imprese. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici confermano la regolarità della notifica speciale fallimentare e la legittimità della procedura d'urgenza promossa dal creditore. Inoltre, chiariscono che il reclamo fallimentare ha natura devolutiva: il debitore non può limitarsi a eccepire vizi procedurali, ma deve difendersi anche nel merito della pretesa creditoria. La società perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: la PEC non letta non evita la crisi
Un'imprenditrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento della sua ditta individuale, sostenendo di non aver ricevuto la notifica dell'atto (inviata alla sua PEC ma gestita dal consulente) e di non essere insolvente, vantando crediti verso terzi e un patrimonio immobiliare. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, evidenziando che la notifica PEC era regolare e che i debiti superavano i 700.000 euro. Inoltre, l'imprenditrice non ha depositato i bilanci per dimostrare di essere sotto le soglie di fallibilità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che la disponibilità di beni immobili o crediti futuri non esclude lo stato di insolvenza se manca la liquidità immediata per pagare i debiti scaduti.
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Dichiarazione di fallimento: fuga all’estero e prove contabili
Un ex amministratore ha impugnato la dichiarazione di fallimento della propria società, sostenendo l'irregolarità delle notifiche, il mancato superamento delle soglie dimensionali e il decorso del termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese per trasferimento all'estero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il trasferimento della sede all'estero garantisce la continuità giuridica della società e non fa decorrere il termine annuale per la dichiarazione di fallimento. Inoltre, sebbene il debitore possa dimostrare il mancato superamento delle soglie di fallibilità con qualsiasi mezzo di prova (non solo con i bilanci ufficiali), nel caso specifico l'ex amministratore non ha fornito alcuna prova concreta sui ricavi aziendali.
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Dichiarazione di fallimento: se il PM rinuncia il giudice si ferma
Il Pubblico Ministero presentava un'istanza per la dichiarazione di fallimento nei confronti di un'Azienda in liquidazione, ma decideva di desistere prima della decisione del Tribunale. Nonostante la rinuncia, il Tribunale dichiarava comunque il fallimento. La Corte d'Appello revocava tale decisione, ritenendo che la desistenza del Pubblico Ministero impedisse al giudice di procedere d'ufficio. La Corte di Cassazione ha confermato questa linea, rigettando il ricorso del Fallimento. I giudici hanno stabilito che il Pubblico Ministero, agendo come parte sostanziale, ha la piena facoltà di rinunciare alla propria richiesta. Consentire al giudice di pronunciare la dichiarazione di fallimento nonostante la desistenza significherebbe reintrodurre illegittimamente il fallimento d'ufficio, abolito dalla riforma del diritto fallimentare. L'Azienda in liquidazione vince definitivamente la causa.
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Dichiarazione di fallimento: stop se i debiti sono sotto la soglia
Un creditore otteneva la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale. Quest'ultimo proponeva reclamo, sostenendo di non superare le soglie dimensionali previste dalla legge fallimentare e contestando la regolarità della notifica. La Corte d'Appello rigettava il reclamo, ritenendo inattendibili i modelli fiscali prodotti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imprenditore. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte d'Appello ha omesso di esaminare un fatto decisivo: lo stato passivo esecutivo registrava debiti per circa 280.000 euro, cifra nettamente inferiore alla soglia di 500.000 euro richiesta per la dichiarazione di fallimento. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Dichiarazione di fallimento: la contestazione non salva l’azienda
Una società estera ha richiesto la dichiarazione di fallimento di un'azienda italiana per un debito non pagato di oltre 44.000 euro. L'azienda debitrice si è opposta, contestando la validità della procura alle liti del difensore della creditrice, la certezza del credito (oggetto di opposizione) e il proprio stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda debitrice. I giudici hanno chiarito che la prova del potere di rappresentanza della società estera può essere presentata anche in appello. Inoltre, la contestazione del credito non impedisce la dichiarazione di fallimento se il giudice fallimentare ne accerta sommariamente l'esistenza, come avvenuto nel caso specifico grazie a una transazione da 30.000 euro. Infine, lo stato di insolvenza può essere dimostrato anche tramite la relazione del curatore fallimentare.
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Dichiarazione di fallimento: bilanci in ritardo e spese errate
Un creditore ha ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società. Il liquidatore ha impugnato la decisione sostenendo che l'impresa si trovava sotto le soglie di fallibilità, depositando in ritardo i bilanci degli ultimi tre anni. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, ritenendo inattendibili i bilanci presentati tardivamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del liquidatore. I giudici hanno chiarito che il deposito tardivo dei documenti contabili giustifica il dubbio sulla loro veridicità. Inoltre, l'indicazione errata di una società terza nel dispositivo per il pagamento delle spese legali costituisce un mero errore materiale, correggibile con apposita procedura e non tramite ricorso in Cassazione.
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Dichiarazione di fallimento: il cambio attività tardivo non salva
Un imprenditore ha impugnato la dichiarazione di fallimento della sua ditta individuale, sostenendo che il Pubblico Ministero non potesse richiederlo dopo la scadenza dei termini del concordato preventivo. Inoltre, l'imprenditore affermava di aver trasformato la propria attività da commerciale ad agricola, diventando così non fallibile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che lo smarrimento del verbale d'udienza imponeva la sua rinnovazione e che il Pubblico Ministero mantiene il potere di chiedere il fallimento. Infine, il mutamento di attività in agricola non rileva se viene registrato solo il giorno prima della richiesta di fallimento e se l'insolvenza si è manifestata in precedenza.
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Fisco e crisi d’impresa: quando scatta la dichiarazione di fallimento
L'Impresa ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa su richiesta dell'Agenzia delle Entrate per un debito fiscale di quasi sei milioni di euro. La società sosteneva di non essere insolvente e lamentava la mancata ammissione di una consulenza tecnica d'ufficio per valutare la propria situazione finanziaria, oltre a eccepire la tardiva costituzione della curatela. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che lo stato di insolvenza si configura come un'impotenza strutturale a pagare i debiti, desumibile anche dallo stato passivo e dall'inattività aziendale. I giudici hanno chiarito che la valutazione della solvibilità spetta esclusivamente al giudice di merito e che la consulenza tecnica è un mezzo discrezionale non obbligatorio.
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Dichiarazione di fallimento: il debito contestato non salva l’azienda
La Societa Creditrice ha richiesto la dichiarazione di fallimento dell'Azienda Debitrice sulla base di un credito provvisoriamente sospeso in appello. L'Azienda Debitrice si e opposta, sostenendo che il credito fosse contestato e che i propri bilanci dimostrassero il mancato superamento delle soglie di fallibilita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Debitrice. I giudici hanno chiarito che la dichiarazione di fallimento non richiede un accertamento definitivo del credito, essendo sufficiente una verifica sommaria del giudice. Inoltre, i bilanci dell'Azienda Debitrice sono stati ritenuti inattendibili a causa di incongruenze e della mancata iscrizione del debito contestato, confermando cosi il fallimento.
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Dichiarazione di fallimento: ditta chiusa ma ancora fallibile
Un ex imprenditore individuale impugna la dichiarazione di fallimento emessa su richiesta dei suoi ex dipendenti. L'imprenditore sostiene di essersi cancellato dal Registro delle Imprese oltre un anno prima della sentenza e di essere un piccolo artigiano non fallibile. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre dalla cancellazione, ma l'attività non deve proseguire di fatto. Nel caso specifico, l'imprenditore ha continuato a pagare fornitori e utenze anche dopo la cancellazione formale. Inoltre, la qualifica di artigiano non rileva, poiché contano solo i parametri economici previsti dalla legge. L'imprenditore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Dichiarazione di fallimento: il cambio sede non blocca la PEC
Una società in liquidazione si oppone alla dichiarazione di fallimento pronunciata dal Tribunale di Novara, contestando la competenza territoriale, la validità della notifica via PEC e l'iniziativa del Pubblico Ministero basata su indagini penali. La Corte d'Appello respinge il reclamo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il Pubblico Ministero può legittimamente richiedere la dichiarazione di fallimento ogni volta che emerga lo stato di insolvenza, anche da indagini della Guardia di Finanza. Inoltre, confermano che la notifica del ricorso tramite PEC all'indirizzo della società è pienamente valida ed efficace, rendendo irrilevante il successivo trasferimento della sede o la nomina di un liquidatore. La società ricorrente viene condannata anche al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Dichiarazione di fallimento: no al ricorso prima del tempo
Una società ha impugnato la decisione della Corte d'appello che, accertando l'esistenza di una supersocietà di fatto, aveva rinviato gli atti al Tribunale per la dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il provvedimento di rinvio della Corte d'appello non è definitivo e non incide direttamente sui diritti delle parti. Di conseguenza, non può essere impugnato direttamente davanti alla Cassazione. Qualsiasi vizio del procedimento potrà essere contestato solo successivamente, impugnando la vera e propria dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale.
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Dichiarazione di fallimento: attivo milionario ma cassa vuota
L'Azienda ha impugnato la sentenza che ne dichiarava il fallimento su istanza di un privato (Il Creditore), titolare di un credito di 260.000 euro derivante dalla risoluzione di un contratto preliminare di vendita immobiliare. L'Azienda sosteneva che il credito fosse contestato e che non vi fossero altri indicatori di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la dichiarazione di fallimento. I giudici hanno chiarito che il giudice fallimentare può valutare sommariamente anche un credito contestato e che lo stato di insolvenza si desume dall'incapacità strutturale dell'impresa di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni, a prescindere dal mero rapporto tra attivo e passivo patrimoniale.
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Dichiarazione di fallimento: bozze inutili contro debiti reali
Una società cooperativa ha impugnato la dichiarazione di fallimento, sostenendo di non superare le soglie dimensionali di fallibilità. A riprova di ciò, ha depositato solo bozze di bilancio non approvate né depositate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la produzione di bilanci non approvati equivale alla loro totale omissione. I giudici di merito hanno legittimamente ritenuto inattendibile tale documentazione, valutando invece come prova del dissesto i debiti scaduti indicati nelle stesse bozze. La Suprema Corte ha ribadito che spetta al giudice di merito valutare liberamente l'attendibilità delle scritture contabili alternative, senza l'obbligo di disporre una consulenza tecnica d'ufficio esplorativa. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata definitivamente confermata.
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