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Dichiarazione Di Fallimento

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89 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Dichiarazione di fallimento e crediti svalutati a bilancio
Un creditore ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata per debiti scaduti superiori alle soglie legali. La società debitrice si è difesa sostenendo la cancellazione di un debito milionario dal bilancio del principale creditore, qualificando la posta contabile come rinuncia al credito. I giudici di merito e la Corte di Cassazione hanno respinto questa tesi: la svalutazione contabile operata dal creditore esprime soltanto l'inesigibilità della somma dovuta alla crisi d'impresa e non costituisce una remissione del debito. I debiti superano quindi i limiti di legge e confermano pienamente la dichiarazione di fallimento.
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Dichiarazione di fallimento: i debiti a bilancio inguaiano l’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento a carico di una società commerciale, rigettando il ricorso promosso da quest'ultima e dal suo legale rappresentante. La società debitrice sosteneva che il creditore fosse privo di legittimazione poiché il decreto ingiuntivo azionato non era stato notificato. I giudici hanno chiarito che la dichiarazione di fallimento prescinde dall'efficacia del titolo esecutivo se il debito è iscritto nelle scritture contabili prodotte dalla stessa impresa debitrice. L'onere di dimostrare la non fallibilità o la solvibilità spetta esclusivamente all'imprenditore. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato la società e il legale rappresentante al pagamento delle spese legali e a una sanzione per lite temeraria.
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Dichiarazione di Fallimento: Pagamento personale non estingue debito
Un'Azienda Creditrice ha chiesto la **dichiarazione di fallimento** di un'Azienda Debitore per un finanziamento non restituito. L'Azienda Debitore ha sostenuto che il debito fosse estinto per compensazione, poiché il suo Rappresentante Legale aveva pagato i fornitori dell'Azienda Creditrice usando fondi ricevuti dall'Azienda Debitore. I giudici di merito hanno dichiarato il fallimento, ritenendo che il Rappresentante Legale avesse agito a titolo personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Debitore, confermando la decisione di fallimento e ribadendo che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito, se adeguatamente motivata.
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Dichiarazione di fallimento: udienza non ripetibile dopo trasferimento
Un'Azienda è stata dichiarata fallita. L'Azienda ha contestato la decisione, sostenendo di non essere stata nuovamente ascoltata dopo che il procedimento era stato trasferito da un tribunale all'altro per incompetenza. La Corte d'Appello aveva confermato il fallimento. L'Azienda ha presentato un ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha respinto. La Corte ha stabilito che la dichiarazione di fallimento non richiede una nuova audizione del debitore se il procedimento è trasferito per incompetenza, purché il debitore sia già stato sentito e abbia l'onere di seguire lo sviluppo della procedura, in virtù del principio di unitarietà del procedimento fallimentare.
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Società in liquidazione: Dichiarazione di fallimento confermata dalla Cassazione
Una società in liquidazione ha contestato la sua Dichiarazione di fallimento, emessa su richiesta di lavoratori creditori. L'azienda sosteneva una difficoltà finanziaria temporanea e non una vera insolvenza. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, rilevando l'assenza di liquidità, l'incompletezza contabile e un indebitamento superiore al patrimonio. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, ribadendo che la Dichiarazione di fallimento era corretta. La Corte ha riconosciuto la legittimazione dei creditori e la fondatezza dello stato di insolvenza, basandosi su vari indici fattuali. La società ha perso e dovrà pagare le spese legali.
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Sede fittizia e debiti: la dichiarazione di fallimento
Un amministratore societario gestiva due aziende collegate. Egli trasferiva un consistente patrimonio immobiliare tramite contratti di locazione strategici tra le due compagini. L'amministratore sospendeva fittiziamente il pagamento dei canoni dovuti alla prima società per poi sublocare gli immobili a terzi e incassare personalmente i relativi proventi. Tale manovra sottraeva risorse ai creditori e generava un pesante debito. Su richiesta della Procura, il tribunale disponeva la dichiarazione di fallimento della società conduttrice. L'amministratore contestava la competenza del giudice, indicando la sede legale formale e non quella effettiva degli affari, e denunciava irregolarità procedurali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la validità della procedura concorsuale.
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Dichiarazione di fallimento valida anche per un solo debito
Una società creditrice in concordato preventivo ha ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice per un debito insoluto di oltre 1,6 milioni di euro. L'impresa debitrice ha impugnato la sentenza contestando i poteri del liquidatore creditore e sostenendo che il mancato pagamento di una singola pretesa non potesse dimostrare l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il liquidatore giudiziale possiede piena legittimazione ad agire per recuperare i crediti sociali. Inoltre, anche l'inadempimento verso un solo creditore evidenzia lo stato di insolvenza quando assume importi rilevanti e manifesta una strutturale incapacità finanziaria dell'impresa, rendendo legittima la dichiarazione di fallimento.
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Dichiarazione di Fallimento: Quando il Credito Controverso non Salva l’Azienda
Il Tribunale ha dichiarato la **dichiarazione di fallimento** di una società su richiesta di alcuni creditori. L'ex amministratore ha presentato reclamo, sostenendo che uno dei creditori non avesse diritto di agire e che la società avesse crediti da compensare con i debiti erariali, riducendo così le passività sotto la soglia minima per il fallimento. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il credito del lavoratore era valido e che la presunta compensazione con un debito risarcitorio della società era irrilevante, poiché il debito non era liquido. Inoltre, ha ribadito che la soglia minima di debiti per la dichiarazione di fallimento si riferisce alle passività totali della società, non al singolo credito del richiedente. Il ricorso dell'ex amministratore è stato rigettato.
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Dichiarazione di fallimento: il credito contestato non ferma la procedura
La Corte di Cassazione ha confermato la `dichiarazione di fallimento` di un'azienda e dei suoi soci. L'azienda contestava il credito della parte avversa e presentava nuovi documenti di pagamento. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che un credito, anche se contestato, può giustificare lo stato di insolvenza. Ha inoltre ritenuto irrilevanti i nuovi documenti, poiché il credito era già stato oggetto di un giudicato definitivo in un altro procedimento. Il ricorso dell'azienda è stato dichiarato inammissibile, con condanna alle spese.
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Dichiarazione di fallimento: il contenzioso non salva l’azienda insolvente
Un'Azienda in liquidazione è stata dichiarata fallita su istanza di un Agente della Riscossione per debiti erariali. L'Azienda ha contestato la decisione, sostenendo che i debiti fossero oggetto di contenzioso tributario e che avesse risorse per far fronte alle obbligazioni. La Corte d'Appello ha confermato la **dichiarazione di fallimento**, rilevando l'assenza di provvedimenti di sospensione per i debiti e la mancata prova della capacità patrimoniale dell'Azienda. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda. Ha ribadito che per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito, ma basta una valutazione incidentale del giudice. L'Azienda non ha contestato adeguatamente le motivazioni sulla sussistenza del debito e sull'insolvenza.
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Dichiarazione di fallimento: speranza di ripresa contro realtà giudiziaria
Un'Azienda, operante nel settore dei diamanti da investimento, è stata dichiarata fallita dal Tribunale a causa di una grave situazione di insolvenza. Questa includeva la sospensione delle attività, l'incapacità di pagare una sanzione milionaria e numerose richieste di risarcimento. Due Ricorrenti principali hanno impugnato la decisione, sostenendo che l'Azienda potesse ancora recuperare. La Corte d'Appello ha confermato la dichiarazione di fallimento. I Ricorrenti hanno poi presentato un ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso principale inammissibile, poiché contestava valutazioni di fatto, non consentite in Cassazione. Ha anche dichiarato inefficaci i ricorsi incidentali, presentati tardivamente. La dichiarazione di fallimento è stata quindi confermata, e i Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Dichiarazione di fallimento: il giudicato conferma il debito
Una società in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su istanza del fallimento di un'azienda creditrice. La vertenza derivava dalla restituzione di oltre 86.000 euro per pagamenti via assegno incassati dopo l'iscrizione del fallimento della beneficiaria. Tali pagamenti erano stati dichiarati inefficaci con ordinanza del tribunale, poi passata in giudicato a causa dell'estinzione del giudizio di appello. L'ex liquidatore contestava l'esistenza del credito e lo stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il credito accertato con decisione a cognizione piena costituisce prova idonea per la dichiarazione di fallimento senza necessità di riesame. Inoltre, per le società in liquidazione, lo stato di insolvenza si valuta sul deficit patrimoniale complessivo rispetto alle passività accertate.
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Dichiarazione di fallimento valida: debiti e cambi sede
Una società creditrice ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice sulla base di un decreto ingiuntivo esecutivo per oltre quattro milioni di euro. La società debitrice ha impugnato la decisione sostenendo l'incompetenza territoriale del tribunale a causa del trasferimento della propria sede e contestando l'esistenza del debito sulla scorta di una scrittura privata poco chiara. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il fallimento. I giudici hanno chiarito che il cambio di sede effettuato nell'anno precedente all'istanza non sposta la competenza del tribunale originario. Inoltre, la presenza di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo fondato su assegni prova adeguatamente lo stato di insolvenza, rendendo irrilevanti accordi indecifrabili o contestazioni generiche.
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Dichiarazione di fallimento: non basta la semplice inattività
Una società a responsabilità limitata in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa a suo carico. La società sosteneva di non poter più fallire perché totalmente inattiva da oltre tre anni, avendo depositato il bilancio finale di liquidazione molti anni prima. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso confermando il fallimento. I giudici hanno chiarito che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dalla formale cancellazione della società dal registro delle imprese e non dal semplice deposito del bilancio finale o dall'inattività di fatto. Senza la cancellazione ufficiale, l'ente resta pienamente fallibile a tutela dei creditori.
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Dichiarazione di fallimento: debiti fiscali e bilanci tardivi
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento disposta dal tribunale su iniziativa della Procura. L'azienda sosteneva che il debito fiscale superiore a 445.000 euro fosse temporaneo e sanabile con una futura rottamazione delle cartelle. Inoltre, contestava la richiesta del magistrato e presentava bilanci tardivi per dimostrare di essere sotto le soglie dimensionali di legge. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'impresa. I giudici hanno chiarito che i debiti fiscali accumulati per molti anni integrano una vera crisi strutturale irreversibile. La semplice speranza di rottamare i debiti non esclude l'insolvenza se il piano non risulta già attuato. Infine, i bilanci approvati in ritardo durante l'istruttoria non hanno valore probatorio affidabile.
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Debiti e dichiarazione di fallimento: le regole della Cassazione
Alcuni dipendenti hanno richiesto la dichiarazione di fallimento per il titolare di una ditta individuale a causa del mancato pagamento degli stipendi. In seguito, parte dei lavoratori ha rinunciato all'azione, portando i debiti sotto la soglia di trentamila euro. Tuttavia, altri colleghi sono intervenuti nel giudizio facendo risalire il passivo oltre il limite legale. I giudici hanno confermato il dissesto dell'imprenditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del titolare, stabilendo che la soglia minima di debito per la dichiarazione di fallimento deve sussistere al momento della decisione finale del tribunale e che l'onere di provare il mancato superamento dei limiti dimensionali ricade sempre sul debitore.
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Fallimento e debiti fiscali: il Fisco vince la lite
Una società impugna la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale. L'impresa debitrice sostiene che i debiti fiscali siano prescritti a causa dell'estinzione di precedenti contenziosi tributari non riassunti dopo il rinvio. La società invoca inoltre l'improcedibilità del procedimento per effetto della normativa emergenziale della pandemia. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso. I giudici stabiliscono che la mancata prosecuzione del giudizio tributario rende definitiva la pretesa fiscale originaria del Fisco, facendo scattare un nuovo termine di prescrizione decennale dal momento dell'estinzione processuale. Il blocco fallimentare previsto dalla disciplina emergenziale si applicava esclusivamente ai procedimenti introdotti tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020 e non a quelli già pendenti. La Suprema Corte conferma definitivamente lo stato di dissesto dell'impresa e condanna la società alle spese.
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Dichiarazione di fallimento: sede introvabile e debiti confermati
Una società immobiliare in liquidazione impugna la sentenza che ha confermato la sua dichiarazione di fallimento. L'impresa lamenta presunti vizi nella notifica dell'istanza iniziale, sostenendo che l'atto non indicava la specifica scala del palazzo. Inoltre, contesta la valutazione del proprio stato di insolvenza, affermando di vantare crediti da altre cause e negando la propria crisi finanziaria. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici evidenziano la correttezza della notifica eseguita presso la sede legale ufficiale registrata in Camera di Commercio, dove l'ufficiale giudiziario non ha trovato targhette identificative su citofoni o cassette postali. La Suprema Corte conferma l'insolvenza a causa di debiti esecutivi non onorati, bilanci non depositati e un patrimonio insufficiente a pagare i creditori.
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Dichiarazione di fallimento: il debito incerto non la ferma
Una società creditrice ha chiesto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice in liquidazione. Quest'ultima si è opposta, sostenendo che il credito non fosse certo perché successivamente escluso dallo stato passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando che per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito. È sufficiente una verifica provvisoria del giudice basata sulle prove disponibili al momento della richiesta. La Corte ha inoltre confermato la condanna personale del liquidatore della società debitrice al pagamento delle spese processuali per aver agito senza la normale prudenza.
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Dichiarazione di fallimento: l’impresa artigiana non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un'impresa edile, respingendo il ricorso del socio superstite. Il ricorrente contestava la legittimazione ad agire della società creditrice, sostenendo fosse cancellata dal registro delle imprese, e l'attendibilità dei debiti tributari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la questione sulla legittimazione perché non sollevata nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, ha stabilito che i bilanci non depositati e una perizia giurata non bastano a smentire i debiti verso il Fisco. Infine, i giudici hanno ribadito che la qualifica di impresa artigiana non esclude la dichiarazione di fallimento, poiché rilevano solo i parametri dimensionali quantitativi previsti dalla legge e non la prevalenza del lavoro manuale dei soci.
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