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Devoluzione

56 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il termine devoluzione è un anglicismo del tipo calco linguistico (da devolution), tendente a soppiantare il termine italiano decentramento, utilizzato nella Costituzione italiana ma sempre meno usato sia nel linguaggio politico che in quello giornalistico. Nel diritto costituzionale, devoluzione o decentramento sono sinonimi e indicano il trasferimento delle competenze e dei poteri dalla sede del governo centrale verso le sedi dei governi locali o periferici. La costituzione italiana prevede come sedi del governo locale le regioni, le province e i comuni, e prevede tra loro un principio di sussidiarietà. Nella storia, specie quella dell'Ancien régime, devoluzione indica la successione al trono, come nel caso della cosiddetta guerra di devoluzione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Motivi generici e inammissibilità del ricorso per cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione contro la sentenza emessa dalla Corte di Appello. La Suprema Corte ha stabilito la inammissibilità del ricorso per cassazione sulla base di due motivi principali. In primo luogo, le doglianze risultavano del tutto generiche e riguardavano valutazioni di fatto sull'elemento psicologico del reato. In secondo luogo, il ricorrente ha introdotto una questione mai sollevata nel precedente giudizio di appello. Per tali ragioni, i giudici hanno respinto l'impugnazione e hanno condannato L'Imputato al pagamento delle spese del processo. Il ricorrente deve inoltre versare la somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato in appello: condanna ferma ma pena da ricalcolare
L'Imputata, condannata per il reato di rapina, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione della Corte d'Appello. Il giudice di secondo grado aveva dichiarato inammissibile la richiesta di applicare il reato continuato in appello con un'altra condanna divenuta definitiva solo successivamente. La Suprema Corte ha accolto la doglianza della difesa, chiarificando che è del tutto ammissibile richiedere la continuazione con motivi nuovi se la precedente sentenza è passata in giudicato dopo la scadenza dei termini iniziali per l'impugnazione. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena per la continuazione, disponendo un nuovo giudizio in appello, mentre ha confermato la responsabilità penale e il giudizio sulle attenuanti nel resto.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: quando il merito non è svista
Un Lavoratore, condannato per tentata estorsione, ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente sentenza della Cassazione. Questa sentenza aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso d'appello. Il Lavoratore sosteneva che la Cassazione avesse commesso un errore di fatto nel valutare l'ammissibilità della richiesta di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. La Corte ha però stabilito che il ricorso non riguardava una svista materiale, ma mirava a contestare il merito della precedente decisione. Per questo motivo, il ricorso straordinario per errore di fatto è stato dichiarato inammissibile.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no alla pena rinunciata
L'Imputato ha presentato impugnazione davanti alla Suprema Corte per contestare l'entità della sanzione decisa nei gradi precedenti. Nel giudizio di secondo grado, tuttavia, il difensore munito di procura speciale aveva formalmente rinunciato al motivo inerente al trattamento sanzionatorio attraverso una memoria scritta. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché l'interessato non può sottoporre al vaglio di legittimità un punto della decisione a cui ha già rinunciato volontariamente nel precedente grado di merito. Il ricorrente ha subito la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Specificità dei motivi di appello: vittoria del Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a una contribuente per reddito d'impresa e reddito di partecipazione societaria. La contribuente ha impugnato l'atto contestando in primo e secondo grado solo i rilievi bancari sull'impresa individuale. Tuttavia, in una successiva memoria difensiva d'appello, la contribuente ha inserito la richiesta di annullare anche il reddito societario, e i giudici d'appello hanno accolto questa nuova censura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la mancata specificità dei motivi di appello nell'atto principale impedisce al giudice di pronunciarsi su punti non contestati tempestivamente, integrando un vizio di ultrapetizione. La contribuente è stata condannata alle spese legali.
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Droga o uso personale: inammissibilità del ricorso per cassazione
Due imputati, condannati per spaccio di lieve entità, hanno presentato ricorso al supremo Collegio lamentando la mancata adozione di un proscioglimento immediato. La difesa ha sostenuto che la sostanza stupefacente fosse destinata esclusivamente all'uso personale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. La contestazione difensiva mancava infatti di specificità e riguardava un tema mai discusso in secondo grado, dove l'appello era stato limitato soltanto alla misura della pena. I giudici hanno confermato la condanna e hanno sanzionato ciascun ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione motivi nuovi: no a sconti di pena tardivi
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, ha proposto ricorso lamentando la mancata concessione dell'attenuante della speciale tenuità. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione poiché la questione non era stata sollevata nel precedente giudizio d'appello. La Corte ha ribadito che non si possono proporre con il ricorso per cassazione motivi nuovi mai sottoposti al giudice di secondo grado. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: contesta la colpevolezza ma perde per un errore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. L'uomo aveva contestato in Cassazione la sussistenza degli elementi costitutivi del reato. Tuttavia, nei precedenti motivi d'appello, la difesa si era limitata a richiedere una riduzione della pena, senza contestare la colpevolezza. Poiché la Corte d'Appello non aveva potuto esaminare il merito della responsabilità penale, non devoluta in secondo grado, il successivo ricorso per Cassazione è stato ritenuto del tutto generico. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato di usura aggravata: condanna definitiva per ricorso errato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di usura aggravata continuata. L'imputato aveva contestato la ricostruzione dei fatti e richiesto l'esclusione di una circostanza aggravante. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti già accertati nei precedenti gradi. Inoltre, la richiesta di escludere l'aggravante era stata sollevata solo verbalmente durante l'udienza d'appello e non inserita nei motivi scritti del ricorso originario. Di conseguenza, non poteva essere proposta in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: i beni dei familiari non sfuggono allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di alcuni immobili riconducibili a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. I beni, formalmente intestati ai familiari, erano stati acquistati con i proventi della vendita di una villa in Spagna, a sua volta comprata grazie al traffico internazionale di stupefacenti. La difesa contestava la riqualificazione della pericolosità da generica a qualificata e la provenienza illecita del denaro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la riqualificazione della pericolosità è legittima se basata su atti già noti alla difesa, e le contestazioni sulla provenienza dei beni non erano state sollevate in appello. L'interessato perde definitivamente i beni e deve pagare le spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la condanna
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati in materia di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché il primo motivo di contestazione non era stato presentato nel precedente giudizio di appello, mentre il secondo motivo, relativo al diniego delle attenuanti generiche, si limitava a riproporre in modo vago argomenti già respinti dai giudici di secondo grado. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a cambi di rotta
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato. L'uomo aveva contestato la sussistenza del reato solo dinanzi alla Suprema Corte, mentre in appello si era limitato a chiedere l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che non è possibile proporre per la prima volta in sede di legittimità questioni mai sottoposte al vaglio del giudice di secondo grado. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affrancazione dell’enfiteusi: il riscatto vince sull’abuso
L'Amministrazione Pubblica ha chiesto la devoluzione di alcuni terreni concessi in enfiteusi, lamentando che L'Enfiteuta aveva abusivamente edificato un complesso edilizio violando gli obblighi contrattuali. L'Enfiteuta ha invece richiesto l'acquisto della proprietà dei terreni. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno stabilito che l'affrancazione dell'enfiteusi, quale diritto potestativo dell'utilizzatore, prevale sempre sul diritto di devoluzione o di risoluzione del contratto spettante al proprietario concedente, anche a fronte di gravi inadempimenti da parte dell'utilizzatore stesso. Di conseguenza, L'Enfiteuta ottiene la piena proprietà del fondo pagando la somma determinata, mentre l'Amministrazione Pubblica perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Rinuncia ai motivi di appello: no alle attenuanti in Cassazione
L'Imputato, condannato in primo grado per omicidio, propone appello ma rinuncia parzialmente ai motivi di impugnazione, mantenendo solo la richiesta di riduzione della pena. La Corte d'Appello riduce la sanzione. Successivamente, l'Imputato ricorre in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la rinuncia ai motivi di appello, con l'esclusione di quello sulla misura della pena, comprende anche la rinuncia alle attenuanti generiche. L'applicazione delle attenuanti costituisce infatti un punto autonomo della decisione. Di conseguenza, la questione era gi$0 coperta da giudicato e non poteva essere riproposta. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: quando il ricorso costa caro
L'Imputato è stato condannato per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la questione della recidiva non era stata sollevata durante il precedente giudizio d'appello, rendendola non proponibile in sede di legittimità. Inoltre, il motivo di ricorso è risultato formulato in modo troppo generico. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per la colpa nella presentazione di un ricorso non consentito dalla legge.
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Riproposizione della domanda in appello: l’errore che costa la pensione
Il Pensionato ha chiesto all'INPS il ricalcolo della propria pensione. Il Tribunale ha dichiarato la decadenza della richiesta senza esaminare il merito della vicenda. Il Pensionato ha proposto appello contestando unicamente la decadenza, senza richiedere espressamente il ricalcolo. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che, anche se il primo grado si pronuncia solo su una questione preliminare, la riproposizione della domanda in appello per la parte di merito è indispensabile ai sensi dell'articolo 346 c.p.c. In mancanza di un richiamo, anche implicito, alla richiesta di ricalcolo, la domanda si considera rinunciata. Il Pensionato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione per motivi tardivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un soggetto condannato per tentato furto pluriaggravato e violazione della sorveglianza speciale. L'imputato lamentava la mancata disapplicazione della recidiva, ma tale questione non era stata sollevata nei motivi di appello. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile proporre per la prima volta in sede di legittimità questioni che non sono state sottoposte al giudice di secondo grado, a meno che non si tratti di questioni rilevabili d'ufficio o non deducibili in precedenza. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione per vizio di motivazione: i limiti di legge
La vicenda nasce da un'accusa di lesioni personali. Il Giudice di Pace condanna L'Imputato, ma il Tribunale, in sede di appello, lo assolve revocando il risarcimento dei danni. La Persona Offesa, costituitasi parte civile, propone ricorso lamentando la rilettura delle prove testimoniali e l'illogicità della motivazione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il giudice d'appello può legittimamente rivalutare le prove se l'imputato contesta la responsabilità. Inoltre, la Corte ribadisce che il ricorso per cassazione per vizio di motivazione non è ammesso contro le sentenze d'appello relative a reati di competenza del giudice di pace, come stabilito dalla legge. Di conseguenza, la parte civile perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Causa bloccata per un vizio? L’appello per vizi procedurali vince
Un professionista chiede il pagamento di un compenso a una compagnia di assicurazioni, ma la sua domanda viene respinta in primo grado per un motivo puramente procedurale. In appello, contesta solo questo errore formale. Il Tribunale dichiara l'appello inammissibile, sostenendo che avrebbe dovuto riproporre anche tutte le argomentazioni di merito. La Corte di Cassazione ribalta questa decisione, affermando un principio chiave: se la prima sentenza si è limitata a una questione di rito, l'appello per vizi procedurali è pienamente valido. È sufficiente ripresentare la domanda originale senza dover ridiscutere il merito, che viene automaticamente trasferito al giudice d'appello. La causa torna quindi in Tribunale per un nuovo esame.
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Indennità Fine Concessione: Contributi Privati Fuori, Costi Sicurezza Dentro
Una società di distribuzione del gas e un Comune si scontrano sul calcolo dell'indennità di fine concessione. La Corte di Cassazione stabilisce due principi fondamentali per evitare ingiusti arricchimenti. Primo: i contributi pagati dai cittadini per gli allacciamenti alla rete non vanno inclusi nell'indennità, poiché non sono un costo sostenuto dall'azienda. Secondo: i costi per la messa in sicurezza degli impianti, invece, devono essere a carico del Comune, in quanto nuovo proprietario che acquisisce un bene a norma. La Corte ha quindi respinto sia il ricorso principale dell'azienda, che voleva un'indennità più alta, sia quello del Comune, che voleva detrarre i costi di adeguamento. L'esito finale definisce un calcolo più equo per l'indennità di fine concessione.
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