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Detenzione Di Stupefacenti A Fini Di Spaccio

14 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio tra uso e vendita
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio a causa del possesso congiunto di marijuana e cocaina già suddivise in dosi. La difesa ha presentato ricorso per cassazione sostenendo la destinazione delle sostanze all'uso personale e a un consumo di gruppo, lamentando inoltre il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno confermato che il quantitativo totale, la diversa tipologia di sostanze e le modalità di frazionamento dimostrano la finalità di vendita a terzi, senza bisogno di cogliere l'imputato nell'atto materiale della cessione. La condanna resta definitiva e l'imputato deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: tra scorta e reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione e 2.000 euro di multa nei confronti di un uomo sorpreso con circa 63 grammi di marijuana nei pressi di una stazione ferroviaria. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata all'uso personale durante un viaggio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la detenzione di stupefacenti a fini di spaccio non si desume solo dal superamento dei limiti quantitativi, ma da una valutazione globale delle circostanze. Nel caso specifico, il luogo pubblico di transito, il tentativo di nascondere la droga e le dichiarazioni contraddittorie fornite dall'imputato escludono l'uso personale, confermando la destinazione allo spaccio.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio o uso personale?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, sostenendo che la sostanza fosse destinata all'uso personale. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione delle prove. Nel caso specifico, la destinazione allo spaccio è stata logicamente desunta dalla suddivisione in dosi pronte per lo smercio, dalle modalità di occultamento e dall'incompatibilità del quantitativo con il reddito del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: basta il bilancino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione circa 184 grammi di hashish suddivisi in ovuli e panetti, oltre a 5 grammi di marijuana e un bilancino di precisione. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la condanna, stabilendo che la pluralità di sostanze, la suddivisione in dosi e il possesso del bilancino dimostrano inequivocabilmente l'attività di spaccio. Inoltre, i precedenti penali del soggetto precludono sia le attenuanti sia la sostituzione della pena con lavori di pubblica utilità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: no alla scorta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un giovane condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato sosteneva che l'hashish sequestrato (pari a 823 dosi) fosse una scorta per uso personale, valorizzando la restituzione del denaro contante. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza basandosi su molteplici indizi: il confezionamento in bustine termosaldate, il possesso di carta da forno per l'imballaggio, la deperibilità della droga e la distruzione intenzionale dello smartphone durante il controllo. La Corte ha ribadito che il superamento dei limiti quantitativi, unito a elementi sintomatici, esclude l'uso personale.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio della cocaina sequestrata. I giudici hanno confermato la condanna basandosi su elementi concreti: il quantitativo di droga, la suddivisione in dosi, il nascondiglio utilizzato, il possesso di denaro senza un lavoro giustificato e l'atteggiamento sospetto durante il controllo delle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione di queste prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale. Tuttavia, i giudici hanno confermato la condanna basandosi su elementi concreti: la sostanza era divisa in dosi, nascosta tra le siepi e in quantità eccessiva per un solo consumatore. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio (hashish, 15,25 grammi). L'imputato sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno ritenuto decisivi il nascondiglio negli indumenti intimi, la presenza in una nota piazza di spaccio e le segnalazioni dei residenti. Il ricorrente è stato condannato anche a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'uomo era stato sorpreso a cedere una dose a un terzo e a disfarsi di un altro quantitativo di droga, mentre ulteriori sostanze erano state rinvenute nella sua abitazione. La difesa ha tentato di contestare la ricostruzione dei fatti e la provenienza del denaro ritrovato addosso all'imputato. I giudici di legittimità hanno stabilito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di Stupefacenti: Ricorso Generico, Condanna Certa
Un individuo, già condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, presenta ricorso alla Corte di Cassazione. Sostiene che la sua responsabilità non sia stata provata, che la droga fosse per uso personale e che la pena fosse eccessiva. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I motivi sono considerati generici e, in parte, proposti per la prima volta in Cassazione, una pratica non consentita. La sentenza di condanna diventa così definitiva e l'imputato viene condannato a pagare le spese processuali e una multa di tremila euro alla Cassa delle Ammende. La decisione sottolinea l'importanza di presentare argomentazioni specifiche e tempestive nei gradi di giudizio precedenti.
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Spaccio di droga: condannato per l’attrezzatura da serra in casa
Un uomo è stato condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio dopo il ritrovamento, nella sua abitazione, di marijuana e di un'intera attrezzatura per la coltivazione e il confezionamento. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio chiaro: la presenza di un'organizzazione complessa (serra, bilancini, macchina per sottovuoto) è una prova schiacciante della finalità di spaccio, anche a prescindere dalle ammissioni. Tale organizzazione, unita ai precedenti penali, ha impedito l'applicazione di sconti di pena o della non punibilità per fatto di lieve entità. La condanna è stata quindi confermata in via definitiva.
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Detenzione stupefacenti: condanna confermata senza prova diretta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due individui per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Sebbene non direttamente colti in flagrante, la loro presenza in un appartamento, il possesso di presse per il confezionamento e il ritrovamento di marijuana in un nascondiglio sono stati considerati prove indiziarie sufficienti. La Corte ha ritenuto che questi elementi, valutati insieme alle loro conversazioni telefoniche, dimostrassero un'attività organizzata e consapevole. È stata respinta la richiesta di qualificare il fatto come di 'lieve entità' a causa dell'ingente numero di dosi ricavabili (940) e delle modalità operative, che indicavano un traffico strutturato e non occasionale. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Detenzione di stupefacenti: fuga e purezza della droga sigillano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato era stato trovato con 13,2 grammi di cocaina di elevata purezza in una nota piazza di spaccio e aveva tentato la fuga. La Corte ha stabilito che le prove (quantità, purezza, luogo e comportamento) erano sufficienti a giustificare la condanna, respingendo il tentativo dell'imputato di far riesaminare i fatti. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: arresti confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Durante una perquisizione, sono stati rinvenuti circa 12 grammi di cocaina pura, frazionati in numerosi involucri e nascosti in diversi punti della casa, insieme a un bilancino di precisione. La difesa ha sostenuto l'uso personale e l'assenza di proventi in denaro, ma i giudici hanno ritenuto tali elementi incompatibili con il consumo privato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando come la personalità dell'indagato, gravato da precedenti specifici, e le modalità di occultamento della droga configurino un pericolo di reiterazione attuale. La decisione ribadisce che il frazionamento della sostanza e la presenza di strumenti di pesatura sono indizi gravi di un'attività di spaccio strutturata.
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