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Definizione Agevolata — Anno 2026

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279 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Definizione Agevolata

Provvedimenti

Pace fiscale e debiti: estinzione del processo tributario
Una società in liquidazione, dopo aver impugnato una cartella di pagamento per imposte dirette e IVA, viene cancellata d'ufficio dal Registro delle Imprese. L'ex liquidatore dichiara di non avere più interesse a proseguire la causa, presentando formale rinuncia al ricorso a seguito dell'adesione a una procedura di definizione agevolata delle cartelle esattoriali. La Corte di Cassazione, preso atto della situazione e della mancata costituzione dell'Agente della Riscossione, dichiara l'estinzione del processo tributario per cessazione della materia del contendere. I giudici supremi precisano inoltre che, in questi specifici casi, non è dovuto il pagamento del doppio contributo unificato da parte del ricorrente, e le spese legali restano a carico della parte che le ha anticipate.
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Appello riassunto: l’autosufficienza del ricorso costa la causa
Un contribuente impugna in Cassazione la sentenza della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo gravame contro l'estinzione del giudizio per adesione alla definizione agevolata. Il ricorrente lamentava l'errata valutazione sulla specificità dei motivi di appello. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile per difetto del principio di autosufficienza del ricorso. Il cittadino, infatti, non ha trascritto integralmente i motivi dell'appello originario, limitandosi a riassumerli e a riportarne solo le conclusioni. Questa grave omissione redazionale impedisce ai giudici di legittimità di valutare concretamente la fondatezza della censura. Il ricorrente subisce la condanna al pagamento delle spese legali e al versamento del doppio del contributo unificato.
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Definizione agevolata delle liti pendenti: Fisco fermato
Una società contribuente e l'amministrazione finanziaria discutevano sulla deducibilità dei canoni di un leasing immobiliare relativo a un terreno industriale. Durante il giudizio in Cassazione, l'azienda ha presentato istanza per la definizione agevolata delle liti pendenti, allegando la ricevuta del pagamento dovuto. L'ente impositore non ha notificato alcun diniego entro i termini di legge. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del processo. I giudici hanno ribadito che la definizione agevolata delle liti pendenti determina la chiusura automatica del giudizio con il solo deposito della domanda e della prova di pagamento. Le spese processuali restano a carico di chi le ha anticipate e non si applica la sanzione del raddoppio del contributo unificato.
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Definizione agevolata delle liti pendenti: l’errore non blocca
Una società contribuente e l'amministrazione finanziaria erano in lite riguardo alla deducibilità dei canoni di un leasing immobiliare. Durante il giudizio in Cassazione, l'azienda ha presentato istanza per la definizione agevolata delle liti pendenti, versando l'importo dovuto. L'ufficio fiscale aveva notato un'inesattezza nel numero identificativo dell'avviso di accertamento riportato nei documenti. La Suprema Corte ha stabilito che tale inesattezza costituisce un mero errore materiale, in quanto gli altri elementi identificativi confermavano inequivocabilmente la pratica corretta. Constatato il regolare pagamento e l'assenza di un diniego formale, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio. La decisione conferma che la definizione agevolata delle liti pendenti si perfeziona con la semplice presentazione della domanda e il pagamento, favorendo la rapida chiusura dei contenziosi tributari.
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Pretesa Fiscale e Impresa: vince la Definizione Agevolata
Una società contribuente riceve un avviso di accertamento per IRES e IRAP relativo a contestazioni su interessi passivi, canoni di leasing e ammortamenti. L'impresa impugna l'atto ottenendo parziale annullamento nei primi due gradi di giudizio. L'Amministrazione Finanziaria propone ricorso in Cassazione. Durante la pendenza del giudizio, l'azienda aderisce alla definizione agevolata liti pendenti prevista dalla Legge n. 197/2022. La società deposita la domanda di adesione e la prova del pagamento. La Suprema Corte prende atto della regolarità della procedura. I giudici chiariscono che il semplice deposito della domanda e del pagamento determina l'estinzione automatica del processo, in assenza di un formale diniego dell'Ufficio. La Corte dichiara estinto il giudizio, stabilisce che le spese restano a carico di chi le ha anticipate e conferma la non applicabilità del raddoppio del contributo unificato.
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Definizione agevolata: silenzio del Fisco, lite estinta
Una società contribuente e l'Agenzia delle Entrate erano in lite per la deducibilità dei canoni di leasing relativi a un terreno e a un fabbricato industriale. Dopo alterne vicende nei primi gradi, il caso giunge in Cassazione. Nelle more del processo, l'azienda decide di aderire alla definizione agevolata prevista dalla Legge 197/2022, depositando l'istanza e pagando l'importo dovuto. L'Agenzia delle Entrate non notifica alcun diniego entro i termini di legge. La Suprema Corte, preso atto della regolarità della procedura, dichiara l'estinzione del giudizio. I giudici ribadiscono che la definizione agevolata determina la chiusura automatica della lite con il semplice deposito della domanda e la prova del pagamento, senza necessità di ulteriori verifiche di merito.
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Fisco vs Soci: fatale la motivazione apparente della sentenza
Il caso esamina un contenzioso tra l'Amministrazione Finanziaria e una società, unitamente ai suoi soci, riguardante un accertamento fiscale per maggiori ricavi. La posizione della società si è chiusa positivamente grazie all'adesione a una definizione agevolata. Il giudizio è invece proseguito per i soci. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco contro le sentenze di appello favorevoli ai contribuenti. Il motivo centrale dell'annullamento è la motivazione apparente della sentenza. I giudici di secondo grado si erano limitati a confermare la decisione precedente con formule generiche e richiami acritici ad altri procedimenti, senza spiegare l'iter logico-giuridico. La Suprema Corte ha ribadito che una decisione priva di un'effettiva analisi critica viola i principi costituzionali. I provvedimenti sono stati quindi cassati con rinvio per un nuovo esame.
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Definizione agevolata: la Cassazione ammette anche le cartelle
Un contribuente ha ottenuto la revocazione di un'ordinanza della Cassazione che aveva erroneamente ignorato il perfezionamento di una definizione agevolata. La Corte non si era avveduta che il debito residuo era nullo grazie a versamenti precedenti, ritenendo erroneamente necessario il pagamento di una prima rata. Successivamente, l'Agenzia delle Entrate ha negato la sanatoria sostenendo che riguardasse solo atti impositivi e non cartelle di pagamento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la definizione agevolata prevista dalla Legge 197/2022 si applica a tutte le controversie tributarie, inclusi gli atti di riscossione. L'ordinanza precedente è stata revocata, il diniego annullato e il giudizio dichiarato estinto per cessata materia del contendere.
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Termine breve per ricorso in Cassazione: il Fisco decade
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza favorevole ai soci di una società di persone estinta. Uno dei soci ha aderito alla definizione agevolata, determinando l'estinzione del giudizio nei suoi confronti. Per gli altri soci, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività. Il punto centrale riguarda il mancato rispetto del **termine breve per ricorso in Cassazione**. La sentenza d'appello era stata infatti notificata all'ufficio finanziario da uno dei soci mesi prima del deposito del ricorso. Poiché le posizioni dei soci sono considerate cause dipendenti e inscindibili, la notifica effettuata da un solo soggetto fa decorrere il termine per impugnare verso tutti i partecipanti al processo, rendendo nullo l'intervento tardivo dell'amministrazione finanziaria.
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Definizione agevolata liti pendenti: sì alla cartella di pagamento
Un contribuente ha impugnato una cartella di pagamento emessa per il recupero di rimborsi ritenuti indebiti dall'Agenzia delle Entrate. Durante il giudizio in Cassazione, il contribuente ha richiesto la definizione agevolata liti pendenti ai sensi della Legge 197/2022. L'Ufficio ha negato l'accesso, sostenendo che la cartella fosse un mero atto di riscossione e non un atto impositivo. La Suprema Corte ha invece stabilito che la normativa del 2022 non pone limiti alla tipologia di atti impugnati, includendo quindi anche le cartelle di pagamento. Di conseguenza, avendo il contribuente pagato il dovuto per il condono, la Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando l'ampia portata dello strumento deflattivo e la possibilità di sanare pendenze derivanti da atti meramente riscossivi.
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Definizione agevolata dei carichi: stop al ricorso in Cassazione
Una società energetica ha impugnato avvisi di pagamento per accise non versate, sostenendo di poter compensare il debito con crediti vantati presso altri uffici doganali. Dopo il rigetto in appello, la società ha presentato ricorso in Cassazione. Durante il giudizio, la ricorrente ha aderito alla definizione agevolata dei carichi (rottamazione-quater), pagando quanto dovuto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'adesione alla sanatoria comporta l'impegno a rinunciare ai giudizi pendenti. Nonostante l'inammissibilità, le spese di lite sono state compensate tra le parti per non penalizzare la scelta della soluzione premiale adottata dal contribuente.
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Definizione agevolata: il Fisco si ferma davanti alla pace fiscale
Una contribuente ha ricevuto un avviso di accertamento per versamenti bancari non giustificati su conto corrente. Dopo aver ottenuto ragione nei primi due gradi di giudizio, la causa è approdata in Cassazione su ricorso dell'Agenzia delle Entrate. Durante il procedimento, la parte ha scelto di aderire alla definizione agevolata prevista dal D.L. 119/2018, provvedendo al pagamento delle somme richieste per chiudere la lite. La Suprema Corte ha preso atto del perfezionamento della procedura e ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere. La decisione conferma che il ricorso alla definizione agevolata permette di porre fine a contenziosi complessi, eliminando anche l'obbligo del raddoppio del contributo unificato e stabilendo che le spese legali restino a carico di chi le ha anticipate.
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Definizione agevolata: soci salvi, ma la società torna in giudizio
La Corte di Cassazione ha analizzato un caso complesso originato da avvisi di accertamento per maggiori ricavi emessi contro una società immobiliare e i suoi soci. Mentre i soci persone fisiche hanno aderito alla definizione agevolata estinguendo la propria posizione, la società ha proseguito il giudizio. La Commissione Tributaria Regionale aveva accolto l'appello della società ma senza fornire alcuna motivazione specifica, limitandosi a trattare la posizione dei soci. La Suprema Corte ha stabilito che la definizione agevolata dei soci non si estende automaticamente alla società se questa non ha presentato domanda. Di conseguenza, ha dichiarato estinto il processo per i soci ma ha annullato la sentenza per la società a causa dell'omessa motivazione, rinviando la causa per un nuovo esame nel merito.
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Raddoppio dei termini per l’accertamento e pace fiscale
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza favorevole a una società immobiliare e ai suoi soci, riguardante un accertamento per plusvalenze non dichiarate. Il punto centrale della controversia riguardava la legittimità del raddoppio dei termini per l'accertamento in presenza di violazioni con rilievo penale. Mentre l'Ufficio sosteneva la tempestività dell'atto basandosi sulla normativa vigente, i contribuenti eccepivano la decadenza del potere impositivo. Durante il giudizio di legittimità, i contribuenti hanno presentato istanza di definizione agevolata ai sensi della normativa sulla pace fiscale. La Corte di Cassazione, preso atto dell'adesione alla sanatoria e del mancato deposito di istanze di trattazione, ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando l'efficacia della definizione agevolata sulla pretesa tributaria originaria.
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Notifica cartella di pagamento: posta privata e prove in appello
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un agente della riscossione contro l'annullamento di un pignoramento presso terzi. Il caso verte sulla validità della notifica cartella di pagamento effettuata tramite operatore postale privato e sulla possibilità di produrre nuovi documenti in appello. I giudici hanno chiarito che nel processo tributario è sempre ammesso il deposito di nuovi documenti in secondo grado, superando le preclusioni del primo grado. Inoltre, la notifica tramite posta privata, sebbene priva di licenza specifica all'epoca dei fatti, non è inesistente ma solo nulla. Tale nullità risulta sanata se il contribuente impugna l'atto successivo, dimostrando di aver avuto piena conoscenza della pretesa tributaria. La decisione ribadisce il principio del raggiungimento dello scopo e la flessibilità istruttoria in appello.
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Definizione agevolata TARI: stop al contenzioso in Cassazione
Una contribuente ha impugnato un avviso di accertamento relativo alla TARI per gli anni 2010-2014, contestando l'omessa denuncia di occupazione immobili. La difesa sosteneva l'invio di un fax informativo, ma i giudici di merito avevano inizialmente rigettato o accolto solo parzialmente il ricorso, riducendo le sanzioni. Giunta in Cassazione, la ricorrente ha scelto di aderire alla definizione agevolata TARI prevista dal D.L. 119/2018, provvedendo al pagamento integrale delle somme richieste per estinguere il debito. La Suprema Corte, preso atto dell'avvenuto pagamento e della mancanza di opposizioni da parte dell'ente gestore, ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, compensando le spese tra le parti.
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Definizione agevolata: la Cassazione blocca il dietrofront
Un prestigioso ente culturale ha impugnato un avviso di accertamento IMU relativo a un immobile locato a una catena alberghiera, rivendicando un'esenzione storica per le attività istituzionali. Durante il giudizio di appello, l'ente ha aderito alla definizione agevolata della lite, versando le rate previste. Tuttavia, l'entrata in vigore di una norma di interpretazione autentica favorevole ha spinto l'ente a chiedere comunque il riconoscimento dell'esenzione nel merito. La Corte di Cassazione ha rigettato tale pretesa, stabilendo che la definizione agevolata perfezionata comporta l'estinzione del processo. La scelta del contribuente di chiudere la lite è irrevocabile e prevale su qualsiasi modifica legislativa successiva, poiché finalizzata a eliminare l'incertezza del contenzioso.
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Definizione agevolata: stop al contenzioso sui conti correnti
Una società di persone e i suoi soci hanno impugnato un accertamento fiscale derivante da indagini finanziarie che avevano rilevato versamenti in contanti non giustificati per oltre 200.000 euro. L'Agenzia delle Entrate aveva considerato tali somme come ricavi occulti, rettificando il reddito societario e quello dei soci per trasparenza. Dopo la conferma della legittimità dell'atto nei primi due gradi di giudizio, i contribuenti hanno fatto ricorso in Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, i ricorrenti hanno aderito alla definizione agevolata prevista dalla normativa vigente, provvedendo al pagamento integrale delle somme dovute. La Suprema Corte ha dunque dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, disponendo che le spese processuali restino a carico di chi le ha anticipate.
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Debito estinto e ricorso inutile: la carenza di interesse.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Ente Previdenziale Nazionale contro una Grande Società Energetica. La disputa riguardava la validità di una notifica PEC in un giudizio di riassunzione, dichiarato estinto in appello per vizi formali. Tuttavia, è emerso che la società aveva già estinto il debito contributivo aderendo alla definizione agevolata (rottamazione). La Suprema Corte ha stabilito che, venuta meno la pretesa economica, sussiste una manifesta carenza di interesse da parte dell'Ente a proseguire la battaglia legale su questioni puramente procedurali, poiché il rispetto delle regole del processo non è tutelato in astratto ma solo se la loro violazione arreca un pregiudizio concreto.
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Società non operativa: la prova contraria spetta al contribuente
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la qualifica di **società non operativa** a una realtà alberghiera che, per tre anni consecutivi, ha riportato perdite e ricavi inferiori ai minimi legali. Nonostante i giudici di merito avessero annullato gli atti valorizzando gli investimenti effettuati per la ristrutturazione dell'immobile, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ufficio. La Suprema Corte ha stabilito che il fallimento del test di operatività sposta l'onere della prova sul contribuente, il quale deve dimostrare situazioni oggettive e straordinarie, non imputabili alla propria volontà, che abbiano impedito il raggiungimento della soglia minima di ricavi. Poiché una parte delle sanzioni non era stata inclusa nella definizione agevolata, il giudizio è proseguito portando alla cassazione con rinvio della sentenza impugnata.
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