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Decorrenza Dei Termini

31 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'inizio del periodo di tempo stabilito dalla legge entro il quale un atto deve essere compiuto o un diritto esercitato. Nel contesto della custodia cautelare, indica l'inizio del calcolo della sua durata massima.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Misure cautelari per decorrenza termini: stop agli automatismi
L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ottiene la scarcerazione dalla custodia in carcere per avvenuta scadenza dei termini massimi. I giudici territoriali applicano nei suoi confronti l'obbligo di firma, richiamando automaticamente la presunzione legale di pericolosità per i reati di mafia e la natura stabile della consorteria criminale. La difesa contesta tale automatismo, segnalando il ridimensionamento delle accuse intervenuto nei precedenti giudizi e il lungo tempo trascorso dai fatti contestati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'indagato e stabilisce che l'applicazione delle misure cautelari per decorrenza termini richiede una verifica concreta e attuale delle esigenze cautelari. Il Tribunale deve valutare il mutato quadro indiziario senza limitarsi a formule astratte.
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Custodia cautelare in carcere confermata per i reati mafiosi
Un imputato, condannato per associazione mafiosa ed estorsioni aggravate, ha richiesto la revoca della misura restrittiva o la concessione degli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti e la scadenza dei termini per il reato associativo rendessero ingiustificata la detenzione. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno confermato che la custodia cautelare in carcere resta pienamente valida ed efficace per i singoli episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ruolo di vertice dell'imputato e la totale assenza di dissociazione dal gruppo criminale mantengono intatta la presunzione di pericolosità sociale.
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Revoca della custodia cautelare ed estinzione del ricorso
L'indagato, accusato di rapina aggravata commessa a Milano, subiva un ordine di carcerazione eseguito all'estero tramite mandato di arresto internazionale. La difesa presentava ricorso per ottenere la libertà e successivamente impugnava il rigetto davanti alla Corte di Cassazione. Prima dell'udienza di legittimità, il giudice competente disponeva la revoca della custodia cautelare per decorrenza dei termini massimi di carcerazione preventiva, provocando la conseguente rinuncia alla richiesta di estradizione da parte dello Stato italiano. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'indagato ha già riacquistato la libertà, la prosecuzione del giudizio non avrebbe prodotto effetti pratici.
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Decorrenza dei termini di custodia cautelare e nuove misure
Un indagato per reati in materia di stupefacenti ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Il Tribunale ha tuttavia disposto nei suoi confronti la misura meno grave dell'obbligo di dimora, imponendo il rientro serale nella propria abitazione. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice non avesse motivato adeguatamente sulla reale persistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. La Corte ha chiarito che il giudice può applicare misure attenuate se il quadro cautelare resta immutato e la difesa non dimostra fatti nuovi capaci di annullare i pericoli alla base della precedente restrizione.
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Custodia cautelare in carcere: no alla scarcerazione tecnica
Il caso riguarda un imputato sottoposto a custodia cautelare in carcere per gravi reati associativi. Dopo la condanna in appello, la Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio limitatamente a una circostanza aggravante e al trattamento sanzionatorio. La difesa ha chiesto la scarcerazione per decorrenza dei termini di fase della custodia cautelare in carcere, sostenendo che l'annullamento parziale avesse azzerato i termini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'annullamento parziale non incide sull'irrevocabilità dell'accertamento di responsabilità. Di conseguenza, non si applicano i termini di fase ma i termini massimi complessivi della misura. L'imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Domanda cautelare: nullo l’obbligo di firma senza richiesta del PM
L'Imputata, accusata di furto aggravato, si trovava agli arresti domiciliari. Scaduti i termini massimi della custodia, la Corte d'Appello ha dichiarato inefficace la misura, ma ha contestualmente disposto l'obbligo di firma. La difesa ha impugnato la decisione denunciando la mancanza di una esplicita domanda cautelare da parte del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che anche per l'applicazione di misure alternative dopo la scadenza dei termini è indispensabile la domanda cautelare del Pubblico Ministero. La mancanza di tale richiesta determina la nullità del provvedimento. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio.
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Obbligo di dimora: la cella non cancella il pericolo di recidiva
Il Tribunale di Reggio Calabria ha applicato la misura dell'obbligo di dimora a un imputato dopo la revoca degli arresti domiciliari per decorrenza dei termini. L'imputato ha fatto ricorso sostenendo l'assenza di attualità del pericolo di recidiva, evidenziando il lungo periodo di detenzione e l'inizio di un'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il tempo trascorso in carcere o ai domiciliari è considerato neutro e non dimostra la dissociazione dal sodalizio criminale. Di conseguenza, la presunzione delle esigenze cautelari rimane valida, giustificando l'applicazione della misura sostitutiva dell'obbligo di dimora. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Scarcerazione per decorrenza termini: l’obbligo di dimora resta
L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ha fatto ricorso contro l'applicazione della misura dell'obbligo di dimora, disposta dopo la sua scarcerazione per decorrenza termini. La difesa sosteneva che, in assenza di contestualità tra la scarcerazione e la nuova misura, servissero nuove e diverse esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'applicazione di misure sostitutive dopo la scarcerazione per decorrenza termini è legittima sia se permangono le esigenze originarie, sia se ne sopravvengono di nuove. Inoltre, l'appartenenza a un clan mafioso non si presume interrotta dal solo stato di detenzione, salvo prova contraria di recesso o scioglimento del gruppo. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Custodia cautelare in carcere: scontro sui termini, niente sconti
L'Imputato, accusato di associazione di stampo mafioso aggravata, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere sostenendo la scadenza dei termini massimi di durata, ritenuti di quattro anni anziché sei. Il Tribunale ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per calcolare la durata della custodia cautelare in carcere in presenza di più aggravanti specifiche (come l'associazione armata e il reinvestimento di capitali illeciti), occorre sommare gli aumenti di pena previsti dalla norma speciale. Di conseguenza, il termine massimo applicabile resta di sei anni e la misura cautelare rimane pienamente valida ed efficace. L'Imputato deve quindi restare in carcere e pagare le spese processuali.
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Sospensione termini custodia cautelare: negata la scarcerazione
Il Detenuto ha richiesto la scarcerazione sostenendo che i termini massimi della sua custodia in carcere fossero scaduti il 12 aprile 2021. Egli riteneva inapplicabile al suo caso la normativa emergenziale sul Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sospensione termini custodia cautelare prevista durante la pandemia si applica anche ai procedimenti in cui la scadenza finale cadeva oltre l'11 novembre 2020. Di conseguenza, il periodo di custodia è stato legittimamente prolungato per via della sospensione ex lege dal 9 marzo all'11 maggio 2020. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Sospensione termini custodia cautelare: nessun rilascio
Un indagato per omicidio volontario ha chiesto la scarcerazione sostenendo la scadenza dei termini di custodia cautelare durante le indagini preliminari. La difesa riteneva inapplicabile la sospensione dei termini legata all'emergenza sanitaria Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione termini custodia cautelare opera anche nella fase delle indagini se in quel periodo pendeva un termine processuale, come quello per la fissazione dell'incidente probatorio. Di conseguenza, i termini non sono scaduti e l'indagato rimane in carcere.
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Sospensione termini custodia cautelare: arresti ancora validi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentato omicidio, confermando la validita della sua custodia cautelare agli arresti domiciliari. Il giudice di primo grado aveva dichiarato la fine della misura per scadenza dei termini, ma il Tribunale del Riesame ha ribaltato la decisione. La Cassazione ha chiarito che, durante l'emergenza sanitaria, la sospensione termini custodia cautelare prevista dal Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) si applica automaticamente anche nella fase delle indagini preliminari. Per evitare tale sospensione e far correre i termini, la difesa avrebbe dovuto presentare una formale e specifica richiesta di procedere al Pubblico Ministero, titolare delle indagini. Non avendolo fatto, i termini di custodia sono rimasti congelati e non sono scaduti.
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Aggravamento misura cautelare: tra carcere automatico e cumulo
Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza che annullava il divieto di espatrio applicato a un indagato per traffico di droga. L'indagato, scarcerato per decorrenza dei termini, era sottoposto all'obbligo di firma, prescrizione che aveva violato. Il Tribunale del Riesame riteneva che, in caso di violazione delle misure post-scarcerazione, l'unica opzione fosse il ripristino della custodia in carcere, escludendo l'applicazione cumulativa di altre misure meno gravi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che l'aggravamento misura cautelare tramite cumulo di misure non custodiali (obbligo di firma e divieto di espatrio) è legittimo e rispetta i principi di adeguatezza e proporzionalità, evitando l'automatica e sproporzionata applicazione del carcere. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Pericolo di fuga: condanna per mafia non basta per tornare in carcere
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul ripristino della custodia in carcere dopo la scadenza dei termini. Un imputato, condannato in primo grado per associazione mafiosa, era stato scarcerato. La Procura ne chiedeva il ritorno in prigione, sostenendo che l'appartenenza a un clan implicasse un automatico e persistente pericolo di fuga. La Cassazione ha respinto questa tesi. Ha chiarito che il **pericolo di fuga** non può essere presunto, ma deve essere dimostrato con elementi concreti, specifici e soprattutto attuali. La sola gravità del reato o l'affiliazione mafiosa non sono sufficienti. La decisione del Tribunale, che aveva negato il ritorno in carcere, è stata quindi confermata.
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Pericolo di Fuga: Appartenenza a un clan non basta per il carcere
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul ripristino della custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa, scarcerati per decorrenza dei termini. Secondo i giudici, non è sufficiente la sola appartenenza a un clan per presumere automaticamente il pericolo di fuga. Per riportare in carcere una persona, il Pubblico Ministero deve dimostrare un rischio concreto, attuale e basato su fatti specifici, come preparativi per l'allontanamento o legami operativi attuali. In assenza di tali prove, la semplice gravità del reato non giustifica il ritorno in detenzione, confermando così la decisione di non ripristinare la misura cautelare.
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Termini di custodia cautelare: 18 anni di condanna non bastano
Un imputato, condannato a 18 anni per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di droga, ha chiesto la scarcerazione sostenendo la scadenza dei termini di custodia cautelare. La sua difesa riteneva che la pena concreta dovesse guidare il calcolo della durata massima della detenzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per calcolare i termini di custodia cautelare si deve guardare alla pena massima prevista dalla legge in astratto, non a quella inflitta nel caso specifico. Poiché il reato contestato prevede una pena massima teorica di 24 anni, il termine di detenzione applicabile era quello più lungo (6 anni), non ancora superato. Di conseguenza, la richiesta di scarcerazione è stata negata.
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Carenza di interesse: appello inammissibile post-rilascio
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato contro una misura cautelare. La decisione si fonda sulla sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'imputato era stato scarcerato per decorrenza dei termini prima della decisione della Corte. Di conseguenza, l'impugnazione era diventata priva di un concreto scopo pratico, non essendoci più alcun pregiudizio da rimuovere.
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Termini custodia cautelare: come si calcolano nel rito abbreviato
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la scarcerazione per decorrenza dei termini custodia cautelare. Il caso riguardava il passaggio da un giudizio ordinario a un rito abbreviato. La Corte ha chiarito che la sospensione dei termini disposta nella fase ordinaria resta valida e che i termini si calcolano cumulando le due fasi, senza superare il massimo previsto per la fase di giudizio.
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Qualificazione impugnazione: Cassazione invia atti
La Corte di Cassazione ha esaminato un ricorso contro il rigetto di un'istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini. Invece di decidere nel merito, ha operato una qualificazione impugnazione, trasformando il ricorso in appello e trasmettendo gli atti al Tribunale di Catania, ritenuto l'organo competente per la decisione.
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Decorrenza termini custodia cautelare e incompetenza
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31682/2024, ha stabilito che la dichiarazione di incompetenza territoriale e la conseguente trasmissione degli atti a un altro giudice determinano una nuova decorrenza dei termini di custodia cautelare. La Suprema Corte ha chiarito che tale situazione rientra nell'ipotesi di 'rinvio del processo ad altro giudice per qualsiasi causa', prevista dall'art. 303, comma 2, cod. proc. pen., facendo ripartire da capo il calcolo della durata massima della misura.
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