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Custodia Cautelare — Anno 2022

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557 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare

Provvedimenti

Riparazione per ingiusta detenzione: il silenzio non la nega
L'Indagato, accusato di estorsione e sottoposto a custodia cautelare, è stato successivamente assolto perché il fatto non sussiste. La Corte d'Appello ha inizialmente negato la riparazione per ingiusta detenzione, sostenendo che l'aver taciuto durante l'interrogatorio di garanzia avesse ostacolato le indagini. La Corte di Cassazione ha annullato tale ordinanza, stabilendo che l'esercizio del diritto al silenzio non può mai costituire condotta ostativa all'indennizzo, in piena attuazione della normativa europea sulla presunzione di innocenza. Il caso torna ai giudici di merito per un nuovo esame.
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Condizioni detentive disumane: la Cassazione salva il ricorso errato
Il Detenuto ha richiesto una riduzione della pena a causa di condizioni detentive disumane subite in carcere, lamentando uno spazio inferiore a tre metri quadrati e scarsa igiene. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il Detenuto ha quindi presentato ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che non è possibile scavalcare i gradi di giudizio: contro la decisione del Magistrato occorre prima proporre reclamo al Tribunale di Sorveglianza. Tuttavia, per salvare l'azione del Detenuto, la Cassazione ha riqualificato il ricorso come reclamo, trasferendo gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Roma per la decisione finale.
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Assolto ma senza riparazione per ingiusta detenzione
Un cittadino, assolto con formula piena dall'accusa di associazione mafiosa, richiede la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'appello rigetta la domanda ravvisando una colpa grave nella condotta del richiedente. Questi, infatti, aveva frequentato esponenti della criminalità organizzata con imperdonabile leggerezza, inducendo i magistrati a disporre l'arresto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'interessato, confermando che la colpa grave ostativa all'indennizzo non richiede necessariamente la commissione di un reato. È sufficiente che la condotta, valutata ex ante, abbia concorso a causare la misura restrittiva. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Arresti domiciliari dopo evasione: no se la condanna è recente
Un uomo, arrestato per trasporto di cocaina, ha chiesto la sostituzione della custodia in carcere con la misura meno afflittiva della detenzione domestica. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa di una precedente condanna definitiva per fuga. La Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il quinquennio di arresti domiciliari dopo evasione (divieto previsto dalla legge) decorre dalla data in cui la condanna per evasione diventa irrevocabile, e non dal giorno in cui il fatto è stato commesso. Poiché la condanna era diventata definitiva meno di cinque anni prima del nuovo reato, la richiesta è stata rigettata.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
Un meccanico, accusato di corruzione e posto agli arresti domiciliari, viene infine assolto con formula piena. La Corte d'Appello gli riconosce la riparazione per ingiusta detenzione per diecimila euro, escludendo colpe nel suo comportamento. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ricorre in Cassazione, sostenendo che i giudici di merito abbiano basato la decisione solo sull'assoluzione, senza compiere una reale valutazione autonoma e preventiva della condotta dell'indagato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Ministero: stabilisce che il giudice deve verificare, con un giudizio retrospettivo indipendente, se il comportamento del soggetto abbia concorso a trarre in inganno i magistrati, anche solo per grave imprudenza. La decisione viene annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Diritto di partecipare al processo: vince il detenuto sul modulo
Un detenuto in custodia cautelare ha chiesto personalmente e tempestivamente di assistere alla propria udienza di appello. La Corte d'appello ha rifiutato la richiesta perché non presentata tramite l'avvocato difensore, celebrando il processo in sua assenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che il diritto di partecipare al processo è un diritto fondamentale e costituzionale. La richiesta presentata direttamente dall'imputato è pienamente valida poiché la legge non prevede alcuna sanzione di inammissibilità per questa formalità. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza d'appello per violazione del diritto di difesa, ordinando un nuovo giudizio davanti a un'altra sezione della Corte d'appello.
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Videoregistrazioni in luogo pubblico: sì al carcere per il boss
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione, porto d'armi e associazione mafiosa. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità delle intercettazioni e delle riprese video effettuate vicino alla sua abitazione, ritenendole lesive del domicilio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le videoregistrazioni in luogo pubblico, eseguite dalla polizia giudiziaria all'esterno del domicilio, sono legittime e costituiscono prove atipiche utilizzabili nel processo. Inoltre, la Cassazione ha confermato la sussistenza della gravità indiziaria e delle esigenze cautelari, evidenziando il ruolo di mandante dell'indagato e il concreto pericolo di recidiva, aggravato dal fatto che i reati sono stati commessi durante il regime di sorveglianza speciale. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ingiusta detenzione: niente indennizzo se frequenti i criminali
Un cittadino, dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, richiede l'indennizzo per ingiusta detenzione per i cinque anni trascorsi in custodia cautelare. La Corte d'Appello rigetta la domanda, ravvisando una colpa grave del richiedente a causa delle sue frequentazioni assidue con esponenti della criminalità locale e di comportamenti ambigui, come la consegna di denaro. La Corte di Cassazione conferma il rigetto, stabilendo che le relazioni strette e imprudenti con soggetti malavitosi escludono il diritto alla riparazione. Il principio di autoresponsabilità impedisce l'indennizzo se la condotta del soggetto ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, traendo in inganno i giudici. L'interessato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: liberi senza spese
L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del riesame che confermava la sua custodia cautelare. Successivamente, un altro provvedimento dello stesso Tribunale ha disposto la scarcerazione dell'indagato. Di conseguenza, il difensore ha depositato una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della rinuncia. Poiché la scarcerazione è derivata da un provvedimento autonomo, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna al pagamento delle spese processuali, solitamente prevista in caso di inammissibilità.
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Assolto ma negligente: stop riparazione per ingiusta detenzione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro l'ordinanza che concedeva la riparazione per ingiusta detenzione a un uomo precedentemente assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'imputato era stato assolto perché il fatto non costituisce reato per mancanza di dolo, ma era emerso un suo coinvolgimento in un vorticoso giro di assegni fittizi con soggetti legati alla criminalità organizzata. La Cassazione ha stabilito che il giudice di merito deve valutare autonomamente se tale condotta, pur non costituendo reato, integri una colpa grave idonea a escludere il diritto all'indennizzo, avendo concorso a causare la custodia cautelare. La decisione è stata quindi annullata con rinvio.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Mandato d’arresto europeo: sì alla consegna per truffa online
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro la decisione di consegnarlo alle autorità del suo Paese d'origine. La consegna era stata disposta in esecuzione di un mandato d'arresto europeo per il reato di truffa, commesso vendendo beni online senza poi consegnarli. Il ricorrente contestava la durata della misura cautelare, l'assenza della doppia punibilità e la sproporzione della pena prevista all'estero (fino a otto anni di reclusione). I giudici hanno chiarito che i limiti temporali minimi non si applicano alle misure cautelari e che la truffa è reato in entrambi i Paesi. Inoltre, la differenza di pena non ostacola l'estradizione se non è palesemente irragionevole. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento di tremila euro.
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Custodia cautelare per tentato omicidio: l’apripista resta in cella
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare per tentato omicidio a carico di un uomo accusato di aver fatto da apripista a un commando armato. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, lamentando l'utilizzo di dichiarazioni inizialmente non firmate dalla vittima per timore di ritorsioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo pienamente utilizzabili tali dichiarazioni una volta regolarmente sottoscritte. I giudici hanno inoltre confermato la validità della ricostruzione del concorso nel reato, evidenziando il ruolo attivo dell'indagato e del figlio nella pianificazione dell'agguato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e infondato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: il carcere batte il tempo
Il Tribunale di Bologna ha confermato la custodia cautelare in carcere per L'Indagato, accusato di detenzione e confezionamento di oltre 8 chili di marijuana. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, in particolare l'attualità e la concretezza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e un presunto errore del giudice che aveva menzionato la cocaina anziché la marijuana. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riferimento alla cocaina è stato una semplice svista materiale e che il radicamento dell'indagato nel narcotraffico, unito alla mancanza di una stabile dimora o lavoro, giustifica ampiamente la misura carceraria per neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato.
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Lavoro e arresti: resta il pericolo di reiterazione del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego di revoca degli arresti domiciliari. L'Imputato, condannato in primo grado per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, sosteneva che il lungo tempo trascorso in custodia e l'autorizzazione a lavorare avessero azzerato le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede occasioni immediate di reato, ma un giudizio prognostico sulla pericolosità del soggetto basato sulla gravità dei fatti e sui precedenti penali. Il solo svolgimento di un'attività lavorativa o il decorso del tempo non bastano a dimostrare l'attenuazione delle esigenze di cautela. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e resta agli arresti domiciliari, oltre a dover pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
Un cittadino, assolto dall'accusa di associazione mafiosa dopo mesi di custodia cautelare, ottiene dalla Corte d'appello la riparazione per ingiusta detenzione. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ricorre in Cassazione, contestando la mancata valutazione del comportamento del richiedente, il quale si era avvalso della facoltà di non rispondere. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che il giudice della riparazione deve valutare autonomamente se la condotta del richiedente, prima e dopo l'arresto, abbia colpevolmente indotto in errore l'autorità giudiziaria. La sentenza d'appello viene quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca nel patteggiamento: quando lo Stato trattiene i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca di denaro e telefoni cellulari, oltre all'addebito delle spese di custodia cautelare, nei confronti di un soggetto che aveva concordato la pena per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il sequestro dell'intera somma di denaro e di un secondo telefono, ritenendoli estranei al reato, nonché l'addebito delle spese di carcerazione. I giudici hanno stabilito che la confisca nel patteggiamento è valida se esiste un chiaro nesso tra i beni e l'attività illecita, in mancanza di prove sulla provenienza lecita del denaro. Inoltre, le spese per la custodia in carcere non rientrano tra le spese processuali ordinarie e vanno quindi pagate dall'imputato. Il ricorso è stato rigettato.
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Sopravvenuto difetto di interesse: ricorso chiuso ma senza spese
Il caso riguarda un imputato sottoposto a custodia cautelare in carcere. Durante il giudizio di Cassazione, il giudice per le indagini preliminari ha revocato la misura, sostituendola con gli arresti domiciliari. Il difensore ha quindi presentato rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuto difetto di interesse. I giudici hanno chiarito che, dopo la revoca della misura cautelare, il ricorso può proseguire solo se l'interessato dichiara espressamente, tramite procura speciale, di voler far valere il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. Poiché tale richiesta non è stata formulata, l'impugnazione decade. Tuttavia, trattandosi di una causa di inammissibilità sopravvenuta, l'imputato non è stato condannato al pagamento delle spese processuali o di sanzioni pecuniarie.
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Termini massimi di custodia cautelare: Covid batte scarcerazione
Il Tribunale del Riesame di Napoli ha ripristinato le misure cautelari nei confronti di alcuni imputati per associazione mafiosa, ritenendo che i termini massimi di custodia cautelare fossero stati legittimamente sospesi per via dell'emergenza Covid-19. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la normativa emergenziale non potesse allungare i termini massimi di fase. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la sospensione dei termini processuali prevista durante la pandemia si applica anche ai termini massimi di custodia cautelare nei procedimenti in cui si siano verificati effettivi rinvii delle udienze a causa dell'emergenza sanitaria. Di conseguenza, i ricorrenti restano soggetti alle misure e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Confisca di prevenzione: il boss perde i beni anche dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione dei beni nei confronti di un soggetto indiziato di guidare un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente contestava la mancanza di attualità della sua pericolosità sociale, evidenziando di essere già sottoposto a custodia cautelare e che i fatti risalivano al 2006. I giudici hanno chiarito che la custodia cautelare sospende ma non elimina la misura di prevenzione. Inoltre, la confisca di prevenzione è legittima se colpisce i beni acquistati nel periodo in cui si è manifestata la pericolosità del soggetto, individuata a partire dal 2006 grazie a ingenti disponibilità finanziarie prive di giustificazione lecita. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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