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Custodia Cautelare — Anno 2022

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557 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare

Provvedimenti

Particolare tenuità del fatto: no a chi spaccia ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, è stato sorpreso a detenere cocaina e a cederla a un acquirente. La difesa ha contestato il mancato rinvio dell'udienza per l'astensione del difensore e ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che l'astensione dell'avvocato non consente il rinvio se l'imputato è sottoposto a custodia cautelare, per tutelare la riserva di legge sulla libertà personale. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata esclusa a causa dei precedenti penali specifici dell'uomo e della gravità della condotta, commessa violando i domiciliari. Di conseguenza, la condanna a due anni e otto mesi di reclusione è diventata definitiva.
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Detenuto ma libero di spacciare: sì alle esigenze cautelari
Il Tribunale del Riesame di L'Aquila aveva annullato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di droga. Il giudice riteneva insussistenti le esigenze cautelari poiché l'indagato beneficiava già della detenzione domiciliare per un'altra condanna. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, evidenziando che l'indagato intendeva continuare a spacciare per saldare un debito di 30 kg di cocaina con il capo del sodalizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la detenzione per altra causa non esclude automaticamente le esigenze cautelari. Inoltre, per superare la presunzione di pericolosità nei reati associativi serve la prova della disintegrazione del gruppo o del recesso dell'associato. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Autoriciclaggio e Carburanti: dal Contante al Carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e del reato di autoriciclaggio nel settore dei carburanti. L'indagato, ritenuto un collaboratore chiave del sodalizio criminale, raccoglieva denaro contante e utilizzava schede telefoniche fittizie per eludere le indagini. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e le esigenze cautelari, ritenendo sufficienti gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il reato di autoriciclaggio si configura anche con il semplice ostacolo all'identificazione della provenienza illecita del denaro tramite la sua reintroduzione nel circuito aziendale. Inoltre, l'uso di utenze riservate e la fitta rete di contatti rendono inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere.
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Liberazione anticipata negata: cellulare in cella costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa della sua condotta complessiva. Durante la detenzione, l'uomo ha mostrato difficoltà di adattamento, ha rifiutato un lavoro interno e ha subito sanzioni disciplinari, tra cui il possesso di un micro-cellulare. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che i singoli episodi negativi non dovessero annullare l'intera valutazione semestrale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione della liberazione anticipata richiede un esame globale della personalità. Comportamenti non cooperativi in alcuni semestri possono influenzare negativamente anche i periodi contigui privi di sanzioni, se manca la prova di un reale percorso di rieducazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Liberazione anticipata: la condotta regolare non salva dall’evasione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo di custodia cautelare tra il 2018 e il 2020. Nonostante la condotta apparentemente regolare nei semestri considerati, l'uomo è stato successivamente arrestato per evasione e spaccio di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del detenuto, confermando che la commissione di nuovi gravi reati, anche se successivi, dimostra la mancanza di una reale adesione al percorso di rieducazione. Di conseguenza, la condotta precedente è stata ritenuta solo strumentale all'ottenimento del beneficio. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Domanda cautelare: nullo l’obbligo di firma senza richiesta del PM
L'Imputata, accusata di furto aggravato, si trovava agli arresti domiciliari. Scaduti i termini massimi della custodia, la Corte d'Appello ha dichiarato inefficace la misura, ma ha contestualmente disposto l'obbligo di firma. La difesa ha impugnato la decisione denunciando la mancanza di una esplicita domanda cautelare da parte del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che anche per l'applicazione di misure alternative dopo la scadenza dei termini è indispensabile la domanda cautelare del Pubblico Ministero. La mancanza di tale richiesta determina la nullità del provvedimento. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio.
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Da recupero crediti a tentata estorsione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un soggetto accusato di tentata estorsione. L'indagato pretendeva il pagamento di 70.000 euro, del tutto ingiustificati, minacciando la sorella del presunto debitore. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno respinto la richiesta: l'uso di minacce gravi verso persone estranee al rapporto di debito, da parte di un soggetto terzo, configura pienamente il reato di tentata estorsione e non una semplice pretesa arbitraria di un proprio diritto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Isolamento diurno: sanzione penale e custodia non si compensano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la rideterminazione della sua pena. I giudici di merito avevano stabilito un aumento a diciassette mesi per la sanzione dell'isolamento diurno. Il ricorrente sosteneva di aver già scontato tale periodo a causa del regime di sorveglianza speciale e dell'auto-isolamento in carcere. La Suprema Corte ha rigettato la tesi difensiva, stabilendo che l'isolamento diurno, in quanto vera e propria sanzione penale, non è fungibile con l'isolamento cautelare o con la custodia in regime di massima sorveglianza, disposti per motivi di sicurezza. Il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Contestazione a catena: nuove indagini legittimano la misura
L'Imputato, accusato di truffa aggravata ai danni di alcuni sacerdoti, ha impugnato la misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa ha eccepito la violazione del principio della contestazione a catena, sostenendo che gli indizi delle nuove truffe fossero già desumibili dagli atti del primo procedimento penale a suo carico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'autorità giudiziaria ha svolto nuove e complesse indagini, come l'analisi dei tabulati telefonici e degli accertamenti bancari, solo dopo il primo rinvio a giudizio. La valutazione sulla reale desumibilità degli elementi spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Retrodatazione della custodia cautelare: il limite degli omissis
Il caso riguarda la richiesta di retrodatazione della custodia cautelare presentata da Il Detenuto. Il Tribunale di Reggio Calabria aveva respinto l'istanza volta a ottenere la perdita di efficacia della custodia in carcere per il fenomeno della cosiddetta contestazione a catena. La difesa sosteneva che le intercettazioni alla base della seconda misura fossero già note agli inquirenti nel primo procedimento, sebbene coperte da omissis. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la retrodatazione della custodia cautelare richiede che i fatti siano concretamente desumibili dagli atti e non semplicemente conoscibili a livello storico. Poiché la complessa attività di riscontro e trascrizione si era cristallizzata solo anni dopo, non vi era un quadro indiziario completo al momento della prima misura.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il ricorrente, dopo essere stato assolto in via definitiva dall'accusa di estorsione, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno stabilito che l'indennizzo non spetta a causa della colpa grave del ricorrente. Quest'ultimo, infatti, pur essendo stato assolto nel merito, aveva tenuto una condotta extraprocessuale fortemente imprudente, accompagnando un esponente della criminalità organizzata presso un'azienda e mostrando una pistola per intimidire la vittima. Tali frequentazioni ambigue e comportamenti hanno indotto in errore l'autorità giudiziaria, escludendo il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione.
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Custodia cautelare: l’estensione automatica non è una proroga
L'Indagato, accusato di rapina aggravata, ha impugnato la comunicazione del tribunale che fissava la scadenza della sua custodia cautelare a un anno e sei mesi dal decreto di giudizio immediato. La difesa sosteneva che il termine fosse scaduto e che la comunicazione costituisse una proroga illegittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che per i reati di particolare gravità l'aumento del termine di fase della custodia cautelare a diciotto mesi opera in modo del tutto automatico per legge. Di conseguenza, l'avviso del tribunale era una semplice comunicazione amministrativa e non un provvedimento di proroga impugnabile. L'Indagato rimane in carcere e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione delle ordinanze dibattimentali: stop ai ricorsi
Il Tribunale di Catania ha anticipato l'udienza dibattimentale a carico di un imputato detenuto all'estero per rispettare i termini di custodia cautelare. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contro questo provvedimento di anticipazione, lamentando la violazione del contraddittorio e l'insussistenza della latitanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'anticipazione è stata disposta a dibattimento già iniziato. Di conseguenza, si applica la regola sull'impugnazione delle ordinanze dibattimentali, secondo cui tali provvedimenti non sono autonomamente impugnabili, ma possono essere contestati solo insieme alla sentenza finale. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Termini di custodia cautelare: no a sconti nel delitto tentato
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che rigettava la richiesta di scarcerazione per decorrenza dei termini di fase. La difesa sosteneva che, per calcolare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, si dovesse applicare la riduzione massima della pena (due terzi) in base al principio del favor rei, riducendo così la pena edittale sotto la soglia dei sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, per individuare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, occorre calcolare la pena massima del reato consumato e applicare la riduzione minima di un terzo prevista per il tentativo. Nel caso specifico, la pena massima calcolata è di sei anni e oro mesi, escludendo la scadenza dei termini.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata anche se assolto
Un mediatore di bestiame, dopo aver subito 181 giorni di custodia cautelare per presunta somministrazione di farmaci vietati agli animali, viene assolto nei successivi processi penali. L'uomo richiede quindi la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello rigetta la domanda, rilevando che, nonostante l'assoluzione, l'indagato aveva effettivamente ceduto in modo clandestino sostanze vietate come clenbuterolo e desametasone, ingenerando così il sospetto di reato. La Corte di Cassazione conferma il rigetto: chi tiene condotte illecite o gravemente imprudenti che creano la falsa apparenza di un reato non ha diritto all'indennizzo, poiché ha concorso a causare la propria carcerazione. Vince lo Stato, ricorso rigettato.
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Colloqui in carcere: no a nuove istanze senza elementi di novità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto in custodia cautelare che richiedeva l'autorizzazione a effettuare ulteriori colloqui in carcere e telefonate rispetto ai limiti ordinari. Il detenuto aveva motivato la richiesta con problemi di alcol dipendenza e lontananza dalla famiglia. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale, rilevando che l'istanza riproponeva gli stessi motivi di una precedente domanda già respinta e non impugnata nei termini, rendendo così il nuovo ricorso inammissibile e condannando il soggetto al pagamento delle spese processuali.
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Contestazioni a catena: l’ordine di arresto che salva la custodia
Il caso riguarda un indagato sottoposto a due diverse misure cautelari per estorsione e associazione mafiosa. L'indagato ha richiesto l'inefficacia della misura per associazione mafiosa, invocando la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per evitare le cosiddette contestazioni a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, ai fini del calcolo della retrodatazione, la prima ordinanza è quella eseguita per prima cronologicamente, non quella emessa per prima. Inoltre, trattandosi di associazione mafiosa (reato permanente con contestazione aperta), opera la presunzione di prosecuzione della condotta criminosa in assenza di prove contrarie fornite dalla difesa. Di conseguenza, non sussistendo i presupposti per la retrodatazione, la misura cautelare resta pienamente efficace e l'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Retrodatazione custodia cautelare: negata per reati di mafia
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato che chiedeva la retrodatazione custodia cautelare per una seconda ordinanza di custodia in carcere (relativa al reato di associazione mafiosa) rispetto a una precedente misura per corruzione. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, escludendo l'applicazione del beneficio. I giudici hanno rilevato che il delitto associativo era contestato con formula aperta (condotta permanente e perdurante anche dopo la prima misura), mancava una connessione qualificata tra i reati e gli elementi per la seconda ordinanza non erano desumibili dagli atti al momento della prima emissione, richiedendo invece complesse e autonome indagini successive. Di conseguenza, l'imputato rimane in custodia e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rito mafioso e riparazione per ingiusta detenzione negata
Un cittadino chiede la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa. L'assoluzione era giunta perché, pur avendo partecipato a un rito di affiliazione, non aveva poi compiuto atti concreti di collaborazione criminale. La Corte d'Appello respinge la richiesta di indennizzo, ritenendo che la partecipazione al rito costituisca una colpa grave. La Corte di Cassazione conferma il rigetto: partecipare consapevolmente a una cerimonia di affiliazione mafiosa rappresenta una condotta extraprocessuale gravemente colpevole e ambigua. Questo comportamento, idoneo a trarre in inganno gli inquirenti e a generare un doveroso allarme sociale, esclude il diritto a ottenere la riparazione per ingiusta detenzione, anche in presenza di una successiva assoluzione nel merito.
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Carenza di interesse: inutile il ricorso se l’estradando è libero
Un cittadino straniero, sottoposto a procedura di estradizione verso il proprio Paese d'origine per scontare una condanna a sei anni di reclusione, impugnava l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Corte d'Appello. La difesa lamentava l'assenza di esigenze cautelari e un errore nel calcolo dei termini di impugnazione. Tuttavia, durante la pendenza del ricorso in Cassazione, la stessa Corte d'Appello revocava la misura restrittiva, rimettendo in libertà l'uomo. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la liberazione del soggetto ha eliminato qualsiasi utilità concreta legata alla decisione sulla legittimità della detenzione ormai revocata.
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