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Custodia Cautelare — Anno 2022

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557 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare

Provvedimenti

Riparazione per ingiusta detenzione: no al diniego per sospetti
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di traffico di stupefacenti, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, ritenendo che alcune telefonate intercettate e i rapporti con i coindagati costituissero una colpa grave ostativa all'indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che semplici sospetti o telefonate già giudicate lecite nel processo penale non possono giustificare il diniego della riparazione per ingiusta detenzione. Per escludere l'indennizzo deve esserci un chiaro nesso causale tra la condotta del soggetto e l'errore dei giudici che ha portato all'arresto. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Autoriciclaggio: omissioni del PM annullano il carcere
Il caso riguarda un Professionista accusato di autoriciclaggio e reati tributari. Secondo l'accusa, l'indagato avrebbe reinvestito quindici milioni di euro, ottenuti tramite presunte attività illecite collegate alla compravendita di un immobile a Londra, in azioni di società italiane per nasconderne la provenienza. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha però annullato questa decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il Pubblico Ministero ha l'obbligo di trasmettere al Giudice per le Indagini Preliminari non solo gli elementi d'accusa, ma anche tutti i documenti favorevoli all'indagato raccolti all'estero tramite rogatoria, purché dotati di forza decisiva per la difesa. Il Tribunale dovrà ora verificare se l'omessa trasmissione di tali atti abbia viziato la misura cautelare.
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Spese di custodia cautelare: l’imputato paga anche se patteggia
L'Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento per reati di droga, contestando l'addebito delle spese di mantenimento in carcere sostenute durante la custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che le spese di custodia cautelare devono essere pagate dall'imputato anche se la pena patteggiata è inferiore a due anni di reclusione. Queste spese, infatti, non rientrano tra le spese processuali ordinarie escluse dal patteggiamento, ma sono somme che lo Stato ha il diritto di recuperare. Di conseguenza, L'Imputata perde il ricorso e deve farsi carico dei costi del suo mantenimento in carcere.
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Revoca dell’affidamento in prova: dal beneficio al carcere
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato per bancarotta fraudolenta. La decisione è scaturita dall'emissione di una misura di custodia cautelare in carcere per la partecipazione del soggetto a un'associazione a delinquere dedita a gravi reati tributari, commessi anche durante il periodo di prova. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un ingiustificato automatismo e la mancanza di una sentenza definitiva per i nuovi reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la revoca dell'affidamento in prova può essere disposta anche prima del giudizio definitivo sui nuovi fatti, qualora questi dimostrino l'incompatibilità del soggetto con il percorso rieducativo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: il rigetto della Cassazione
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale nei confronti di un soggetto, dichiarando non valido il periodo espiato. La decisione è scaturita dall'applicazione di una custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, condotta ritenuta incompatibile con il percorso rieducativo. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'erroneità delle date dei reati contestati e la mancata valutazione della sua condotta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per genericità, in quanto il ricorrente non ha allegato l'ordinanza cautelare contestata né ha mosso critiche specifiche alla decisione del Tribunale. Di conseguenza, la revoca dell'affidamento in prova è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Patrocinio in Cassazione: ricorso nullo per firma dell’avvocato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un indagato, accusato di estorsione aggravata, contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il motivo dell'inammissibilità risiede nel mancato rispetto delle regole sul patrocinio in Cassazione: l'atto di ricorso era stato infatti firmato da un difensore non iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. La Suprema Corte ha ribadito che, a seguito delle riforme del 2017, il ricorso penale non può essere presentato personalmente dall'imputato né da un legale privo della specifica abilitazione per le giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende, senza che i giudici potessero esaminare i motivi di merito relativi alle prove dell'estorsione.
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Attualità della pericolosità sociale e sorveglianza speciale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo di aver intrapreso un percorso di recupero lavorativo dopo la detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che, nel procedimento di prevenzione, il sindacato di legittimità sulla motivazione è limitato alla violazione di legge (motivazione inesistente o apparente). Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente motivato l'attualità del pericolo basandosi sul ruolo di capo di un'associazione a delinquere dedita a truffe telematiche, sulla brevità della detenzione e sull'assenza di una stabile attività lavorativa lecita. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione mafiosa: il monopolio del cimitero porta al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. L'indagato era accusato di essere un esponente di spicco di una cosca locale, con il ruolo di gestire in regime di monopolio i lavori edili all'interno di un cimitero cittadino. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e la sufficienza degli indizi. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno stabilito che le intercettazioni telefoniche confermavano pienamente la forza intimidatrice e il controllo del territorio esercitato dall'indagato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: confermato il carcere per il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di ricoprire un ruolo di vertice in un'associazione di tipo mafioso. L'indagato era anche accusato di tentata estorsione e detenzione illegale di armi. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori fossero generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la partecipazione mafiosa si dimostra con la stabile messa a disposizione del clan, confermata da comportamenti concreti come la mediazione tra cosche rivali e l'imposizione di prodotti commerciali sul territorio. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare: i sospetti non sostituiscono le prove
Il Tribunale del Riesame ha annullato la custodia cautelare in carcere disposta nei confronti di un indagato per un attentato dinamitardo. I giudici hanno ritenuto insufficienti gli indizi, poiché le immagini di videosorveglianza non consentivano un'identificazione certa e le intercettazioni contenevano solo sospetti. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulla gravità degli indizi spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando così l'annullamento della misura restrittiva.
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Braccialetto elettronico: no al carcere se il dispositivo manca
Un uomo, indagato per rapina aggravata, si è visto applicare dal Tribunale del Riesame la misura degli arresti domiciliari con il dispositivo del braccialetto elettronico. Tuttavia, i giudici avevano stabilito che, in caso di indisponibilità del dispositivo, l'indagato sarebbe dovuto andare automaticamente in carcere. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. La Suprema Corte ha stabilito che la mancanza temporanea del braccialetto elettronico non può far scattare automaticamente la custodia in carcere. Il giudice deve invece verificare preventivamente la disponibilità del congegno e, se manca, valutare l'adeguatezza di altre misure meno afflittive, senza automatismi punitivi. La causa è stata rinviata al Tribunale per una nuova valutazione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche se assolto
Il Richiedente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione finalizzata al traffico di droga. L'uomo era stato arrestato e posto ai domiciliari a causa dei suoi stretti rapporti con il capo di un gruppo criminale. Aveva infatti ammesso di aver trasportato droga per suo conto e di averlo accompagnato a Roma per rifornirsi. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta di indennizzo, ravvisando una colpa grave nella condotta dell'uomo, che con le sue frequentazioni e azioni ha alimentato i sospetti degli inquirenti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: chi con comportamenti gravemente imprudenti crea l'apparenza di un reato non ha diritto ad alcun risarcimento, anche in caso di successiva assoluzione. Vince lo Stato, ricorso rigettato.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata se frequenti i clan
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un cittadino, precedentemente assolto dall'accusa di associazione mafiosa. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'interessato. L'uomo, infatti, pur non avendo commesso reati, aveva mantenuto assidui contatti e incontri con esponenti della criminalità organizzata, dimostrando piena consapevolezza delle dinamiche interne ai clan. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la frequentazione consapevole di ambienti criminali costituisce colpa grave. Tale condotta, valutata autonomamente rispetto al processo penale, esclude il diritto all'indennizzo poiché crea una falsa apparenza di colpevolezza che giustifica l'intervento cautelare dello Stato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: mentire nega l’indennizzo
Il Ministero dell'Economia ha impugnato l'ordinanza che riconosceva a un cittadino un indennizzo per ingiusta detenzione. Il richiedente era stato arrestato per estorsione e violenza privata; il primo reato si era concluso con l'assoluzione, mentre il secondo si era estinto per prescrizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che la riparazione per ingiusta detenzione è esclusa se anche una sola delle accuse che hanno giustificato la custodia cautelare si estingue per prescrizione (formula non di merito). Inoltre, la Corte ha rilevato che la condotta reticente e le false dichiarazioni dell'indagato durante l'interrogatorio possono costituire colpa grave, escludendo il diritto all'indennizzo. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: tutele per l’assolto
Il Cittadino, dopo aver subito oltre due anni di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari, viene assolto con formula piena dall'accusa di intestazione fittizia di beni. Successivamente, richiede la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Appello rigetta la domanda, ritenendo che il Cittadino avesse agito con colpa grave per aver partecipato a un affare con un soggetto legato alla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione annulla questa decisione. I giudici di legittimità chiariscono che il giudice della riparazione non può smentire l'assoluzione definitiva, la quale aveva già escluso la consapevolezza del Cittadino di agevolare attività illecite. Inoltre, la Corte d'Appello ha omesso di valutare la condotta collaborativa del Cittadino, che aveva fornito elementi chiarificatori fin dai primi interrogatori. Il caso viene rinviato per un nuovo esame.
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Contestazioni a catena: quando la difesa deve provare i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego di retrodatazione della custodia in carcere. L'Imputato, arrestato prima per spaccio di cocaina in un contesto di associazione mafiosa e poi per altri episodi di spaccio precedenti, invocava il principio delle contestazioni a catena per far decorrere i termini della seconda misura dalla prima. La Corte ha stabilito che spetta alla difesa dimostrare che i fatti del secondo provvedimento fossero già desumibili dagli atti del primo procedimento al momento dell'emissione della prima misura. Non essendoci tale prova, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Mandato di arresto europeo: inutili i domiciliari se è sospeso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero che chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. La misura era stata applicata nell'ambito di una procedura di consegna in Germania tramite mandato di arresto europeo. Tuttavia, la consegna era stata rinviata fino alla conclusione dei procedimenti penali a carico dell'uomo in Italia. Poiché la decisione sulla consegna è diventata definitiva, la misura cautelare collegata ad essa è rimasta temporaneamente sospesa. Di conseguenza, la Cassazione ha stabilito che il ricorrente non ha alcun interesse concreto a modificare una misura che al momento non è operativa, confermando la sopravvenuta carenza di interesse.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella gli obblighi
Un cittadino, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per essere uscito di notte violando le prescrizioni. L'uomo si era difeso sostenendo che, dopo un periodo di custodia cautelare in carcere che aveva sospeso la misura, l'efficacia degli obblighi non fosse automaticamente ripresa in mancanza della redazione di un nuovo verbale di sottoposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sorveglianza speciale riprende la sua efficacia automaticamente dal momento in cui cessa la detenzione. La redazione del verbale ha infatti una funzione di semplice documentazione e non costitutiva della misura, la cui vigenza originaria era già stata legalmente notificata all'interessato.
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Reato di evasione: la Cassazione nega sconti e conferma il dolo
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di evasione. La difesa ha contestato la mancata riunione del processo con un altro procedimento pendente e l'assenza del dolo generico, richiedendo anche le attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il diniego di riunione era legittimo per evitare ritardi, dato che l'uomo si trovava in custodia cautelare. Inoltre, la Corte ha confermato che per il reato di evasione è sufficiente il dolo generico, ossia la semplice volontà di allontanarsi dal luogo di arresto. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: sospeso, non revocato
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato cessato l'affidamento in prova ai servizi sociali di un condannato perché quest'ultimo era stato sottoposto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la sopravvenienza di una misura cautelare non comporta la revoca o la cessazione automatica della misura alternativa, ma ne determina la semplice sospensione temporanea. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato con rinvio per un nuovo esame.
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