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Custodia Cautelare — Anno 2022

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557 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare

Provvedimenti

Custodia Cautelare in Carcere: Infermiere Condannato, Arresti Negati
Un infermiere, imputato per l'omicidio di otto pazienti e il tentato omicidio di altri quattro, era stato inizialmente sottoposto a custodia cautelare in carcere. La Corte d'Assise aveva poi sostituito questa misura con gli arresti domiciliari, valutando il tempo trascorso in detenzione. Il Tribunale del riesame, su ricorso del Pubblico Ministero, ha ripristinato la custodia in carcere, ritenendo le esigenze cautelari ancora attuali data la gravità dei fatti e l'assenza di resipiscenza. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'infermiere, confermando la prevalenza della presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati gravi, anche se è trascorso del tempo.
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Autoriciclaggio e Prestanome: Cassazione rigetta ricorso Indagato
Il Tribunale del Riesame aveva convertito la custodia in carcere per un Indagato in arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'Indagato era accusato di associazione di tipo mafioso e di autoriciclaggio, avendo reimpiegato proventi illeciti da attività di gioco in imprese (come una friggitoria e un'azienda agricola) intestate a prestanome. La difesa ha contestato la gravità indiziaria e l'autonomia del reato di autoriciclaggio rispetto alla fittizia intestazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il ruolo di vertice dell'Indagato nell'associazione e la piena configurabilità dell'autoriciclaggio, non assorbito dalla fittizia intestazione. Ha ribadito il pericolo di reiterazione del reato.
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Associazione di tipo mafioso: carcere confermato dopo la pena
L'Indagato, accusato di associazione di tipo mafioso e reati finanziari, ha contestato l'ordinanza cautelare di custodia in carcere. La difesa sosteneva la rottura dei legami con il clan dopo la detenzione e una precedente condanna. I giudici hanno invece accertato la continuazione dell'attività illecita. La gestione di affari milionari, i reati di riciclaggio e la mancata effettiva collaborazione dimostrano la permanenza del ruolo apicale nel clan. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare in carcere per l'Indagato.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non dissolve il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di partecipazione ad associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.). La difesa aveva contestato la gravità indiziaria e sostenuto che il lungo tempo trascorso dall'ultima attività criminale, unito a un nuovo impiego stabile, dovesse escludere la presunzione di pericolosità. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribadito che per i reati di associazione mafiosa vige una presunzione relativa di pericolosità. Il semplice decorso del tempo, senza altri elementi concreti di attenuazione del rischio, non è sufficiente a superare tale presunzione per la custodia cautelare. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Ricorso per Cassazione personale: stop al ricorso fai-da-te
Un indagato per rapina ha subito l'applicazione della custodia cautelare in carcere decisa dal Tribunale su appello della pubblica accusa. L'indagato ha contestato il provvedimento, lamentando errori nella sua identificazione tramite telecamere e l'assenza di reali esigenze cautelari. Tuttavia, l'indagato ha presentato direttamente l'impugnazione senza la firma di un difensore abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato che il ricorso per Cassazione personale è tassativamente vietato dalla legge. I giudici di legittimità hanno respinto l'atto dichiarandolo inammissibile senza esaminare i fatti contestati e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Termini di custodia cautelare: scarcerazione per omessa accusa
Il Tribunale della Libertà ha disposto la scarcerazione di un indagato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. L'accusa contestava il delitto di associazione a delinquere semplice, senza formalizzare l'aggravante della transnazionalità. Senza tale aggravante a effetto speciale, il limite massimo della prima fase custodiale era di tre mesi e non di sei. Poiché la Procura non ha emesso il decreto di giudizio nei tempi previsti, la misura restrittiva è decaduta. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che i giudici avessero deciso oltre i motivi del ricorso. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la piena legittimità della liberazione per intervenuta scadenza temporale.
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Pericolo di reiterazione del reato e nuovo lavoro
Un uomo accusato di estorsione pluriaggravata ottiene dal Tribunale del Riesame la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari muniti di braccialetto elettronico. L'indagato propone ricorso per Cassazione contestando la valutazione dei giudici: sostiene che non sussista il concreto pericolo di reiterazione del reato, poiché i fatti risalgono a due anni prima e nel frattempo ha trovato un lavoro regolare. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano i precedenti per rapina e associazione per delinquere, nonché la condotta tenuta durante una precedente detenzione domiciliare. Questi elementi dimostrano una marcata pericolosità sociale e confermano la piena legittimità della misura restrittiva.
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Deposito del ricorso per Cassazione: l’ufficio errato è fatale
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per ripetute violazioni degli arresti domiciliari, ha impugnato il diniego di sostituzione della misura. Il difensore ha effettuato il deposito del ricorso per Cassazione presso una cancelleria diversa da quella del giudice che ha emesso il provvedimento, a ridosso del termine dei dieci giorni. L'atto è pervenuto all'ufficio competente oltre la scadenza di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività, stabilendo che chi presenta l'impugnazione a un ufficio errato si assume il rischio del ritardo nella trasmissione. L'Indagato resta quindi in carcere e deve pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misure cautelari personali e scommesse online: ricorso respinto
L'Indagato subisce l'applicazione degli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata alla gestione di giochi d'azzardo online illegali. Il Tribunale del Riesame riduce la misura originaria della custodia in carcere. La difesa ricorre in Cassazione contestando la carenza di motivazione, l'identificazione informatica e l'assenza di attualità del pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e conferma le misure cautelari personali. I giudici rilevano che la perizia tecnica, la disponibilità del software di gestione delle scommesse e le intercettazioni dimostrano pienamente i gravi indizi. Inoltre, l'assenza di un lavoro lecito e la competenza informatica evidenziano un modus vivendi criminale che giustifica il pericolo concreto di recidiva.
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Sospensione termini custodia cautelare: stop a scarcerazioni facili
Un imputato per reati di criminalità organizzata ha contestato la sospensione termini custodia cautelare disposta durante il giudizio abbreviato. La difesa sosteneva che le difficoltà logistiche, il numero elevato di imputati e il carico di lavoro del tribunale non giustificassero il prolungamento della misura restrittiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che la complessità del processo penale legittima il blocco dei termini anche nei riti speciali. Tale complessità deriva legittimamente dalla riunione di più procedimenti, dall'elevato numero di parti coinvolte, dalla gravità delle imputazioni e dalle ingenti risorse organizzative richieste per la celebrazione del dibattimento.
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Intercettazioni senza droga: mancano i gravi indizi di colpevolezza
Un indagato finisce in custodia cautelare in carcere per presunto acquisto di stupefacenti e tentata estorsione. L'accusa si basa solo su intercettazioni senza sequestro di droga e sulla mera presenza fisica durante un incontro illecito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso difensivo e chiarisce che le conversazioni prive di riscontri oggettivi e la presenza passiva sul luogo del delitto non integrano i gravi indizi di colpevolezza necessari per limitare la libertà personale. I giudici annullano l'ordinanza cautelare e dispongono un nuovo giudizio.
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Tentata estorsione: la Cassazione smonta l’accusa
Un imprenditore ha accusato un ex collaboratore di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso per il recupero di compensi lavorativi arretrati. Il Tribunale della Libertà ha revocato la custodia in carcere dell'indagato per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. I messaggi telematici mostravano infatti toni remissivi e i tabulati telefonici smentivano collegamenti con la criminalità organizzata. La Procura ha impugnato l'ordinanza lamentando la mancata valorizzazione delle dichiarazioni della vittima. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della pubblica accusa confermando la piena libertà dell'indagato. I giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione sull'attendibilità della persona offesa compete esclusivamente al giudice di merito, salvo evidenti contraddizioni logiche nella motivazione.
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Misura di prevenzione personale: rigetto del ricorso e sanzione
L'Imputato contesta la sentenza di condanna sollevando censure sull'identificazione di polizia, sulle circostanze attenuanti e sul conteggio temporale degli obblighi imposti. In particolare, il soggetto deduce l'interruzione della misura di prevenzione personale a causa della carcerazione preventiva subita durante il medesimo periodo. I Giudici di legittimità dichiarano inammissibile il ricorso. La Corte chiarisce che la custodia cautelare non equivale all'esecuzione di una pena detentiva definitiva e non produce gli effetti estintivi invocati rispetto alla misura di prevenzione personale. Il ricorrente subisce la condanna al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro.
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Misura di prevenzione: carcere preventivo o pena?
La Corte di Cassazione ha confermato l'efficacia del provvedimento restrittivo a carico di un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale. Il ricorrente sosteneva che il lungo periodo trascorso in regime di custodia cautelare avesse determinato la caducazione automatica del provvedimento. I giudici di legittimità hanno ribadito che la misura di prevenzione perde efficacia soltanto in presenza di una detenzione prolungata finalizzata all'effettiva espiazione della pena definitiva, e non durante la carcerazione preventiva. Rilevando inoltre che i motivi proposti riproducevano mere censure già disattese dai giudici di merito, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Associazione di tipo mafioso: dal vertice alla partecipazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per L'Indagato, accusato del delitto di associazione di tipo mafioso. In precedenza, la Suprema Corte aveva annullato una prima ordinanza per carenza di motivazione sui singoli indizi e sul ruolo effettivo rivestito dall'accusato. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha riqualificato la condotta da ruolo direttivo a mera partecipazione, collocando cronologicamente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e valorizzando le intercettazioni sul controllo dei lavori edili. La Cassazione ha ritenuto corretta la nuova motivazione e ha rigettato il ricorso della difesa, confermando la piena validità della misura carceraria.
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Impugnazioni cautelari: il deposito errato rende nullo il ricorso
L'Imputato ha presentato ricorso per contrastare la sospensione dei termini di custodia cautelare disposta durante la redazione della sentenza. La difesa ha depositato l'atto presso la cancelleria di un tribunale differente da quello che ha emanato l'ordinanza impugnata. La cancelleria non competente ha inoltrato la documentazione all'ufficio corretto, dove l'atto è giunto oltre il termine perentorio stabilito dal codice di procedura penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività, ribadendo che la tempestività delle impugnazioni cautelari si calcola solo dalla data di effettivo arrivo dell'atto presso l'ufficio competente a riceverlo. Di conseguenza, il ricorrente resta soggetto alla misura restrittiva ed è stato condannato al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Retrodatazione della custodia cautelare tra doppi arresti e prove
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un indagato per associazione mafiosa raggiunto da due ordinanze di arresto in tempi diversi. La difesa ha invocato la retrodatazione della custodia cautelare per far decorrere i termini di carcerazione dalla prima ordinanza, sostenendo che le prove del secondo provvedimento risalivano a indagini già concluse prima del rinvio a giudizio del primo troncone. Il Tribunale del Riesame aveva respinto la richiesta basandosi solo sulla data di deposito dell'informativa finale di polizia giudiziaria. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio: i giudici devono accertare rigorosamente se gli elementi probatori fossero già desumibili prima dell'esercizio dell'azione penale, evitando motivazioni apparenti.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata all’imputato assolto
Un cittadino ha subito quasi cinque anni di custodia cautelare con l'accusa di associazione mafiosa. Successivamente, la Corte di appello lo ha assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. L'interessato ha quindi richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. I giudici hanno respinto la richiesta riscontrando una colpa grave nella condotta dell'imputato. L'uomo manteneva rapporti ambigui e frequentazioni documentate con esponenti della criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Il giudizio sull'indennizzo resta infatti autonomo rispetto all'esito penale: i comportamenti imprudenti dell'istante avevano generato all'epoca la falsa apparenza di reato, giustificando la misura restrittiva.
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Assolto ma senza indennizzo: la colpa grave blocca la riparazione
Un cittadino straniero ha trascorso 283 giorni in custodia cautelare con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il giudice di primo grado lo ha infine assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. In seguito all'assoluzione, l'interessato ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per ottenere un risarcimento economico. La Corte di Appello ha rigettato la richiesta, rilevando la presenza di una colpa grave nella sua condotta. L'uomo aveva infatti usato documenti falsi, intrattenuto contatti ambigui con soggetti dediti a traffici illeciti e taciuto la propria versione difensiva fino all'udienza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che chi provoca con colpa grave l'intervento della giustizia perde il diritto a qualsiasi indennizzo.
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Utilizzabilità delle intercettazioni e cambio giudice: la guida
Un indagato finisce in custodia cautelare per una serie di furti di veicoli e calzature di lusso. Il primo giudice dichiara la propria incompetenza territoriale e trasmette gli atti al tribunale competente, il quale emette una nuova misura cautelare basandosi sulle registrazioni audio già raccolte. L'indagato contesta la decisione lamentando la violazione dei termini di riesame e contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni in un procedimento formalmente diverso. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la misura carceraria. I giudici stabiliscono che il trasferimento degli atti per incompetenza non rende il fascicolo un procedimento diverso. Pertanto, l'utilizzabilità delle intercettazioni resta pienamente valida per lo stesso fatto di reato.
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