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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2026

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416 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Incompatibilità del difensore: il conflitto che nega la fiducia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di ricettazione di auto rubate. Il fulcro della decisione riguarda l'incompatibilità del difensore di fiducia precedentemente nominato. L'avvocato era infatti indagato per favoreggiamento verso un coindagato del suo assistito. La Suprema Corte ha stabilito che tale situazione configura un evidente conflitto di interessi, che mina l'effettività della difesa. È stata respinta anche la lamentela sulla concessione di soli dodici minuti al nuovo difensore per prepararsi, poiché la difesa era a conoscenza dell'incompatibilità da dodici giorni. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere e condannando l'indagato al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: basta il legame anche senza reati
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che gli indizi fossero generici e che i singoli reati contestati non fossero stati provati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, per dimostrare l'appartenenza a un clan, non serve la prova della colpevolezza per ogni singolo reato-fine. È sufficiente dimostrare la stabile messa a disposizione del soggetto a favore del gruppo criminale, valutando tutti gli indizi in modo globale e unitario. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Retrodatazione della custodia cautelare: quando viene negata
Il caso riguarda la richiesta di retrodatazione della custodia cautelare presentata da un indagato, già detenuto per associazione mafiosa, in relazione a una successiva misura per omicidio. La difesa sosteneva che i fatti di sangue fossero connessi al reato associativo e già desumibili dagli atti al momento del primo arresto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che non vi è connessione automatica tra associazione mafiosa e singoli omicidi, nati da faide contingenti. Inoltre, la retrodatazione della custodia cautelare non opera se, all'epoca della prima misura, gli elementi per il secondo reato erano solo embrionali e hanno richiesto successive indagini per diventare gravi indizi. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Custodia cautelare in carcere per l’agente: dai favori alla cella
Un agente di polizia penitenziaria è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere con l'accusa di corruzione, induzione indebita e introduzione illecita di telefoni cellulari per i detenuti. L'indagato riceveva somme di denaro, mascherate da prestiti personali, in cambio di favori e dell'ingresso di pacchi e dispositivi in prigione. Inoltre, abusando della sua divisa, aveva costretto un cittadino a pagare subito i danni di un incidente stradale sotto minaccia di denuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'agente, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che la sospensione temporanea dal servizio non elimina il pericolo di reiterazione del reato e che l'attività dell'agente sotto copertura non ha costituito una provocazione illecita, essendosi limitata a svelare un'attività criminosa già in corso.
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Rinuncia all’impugnazione: scarcerata ma condannata alle spese
Una donna, accusata di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con il ruolo di cassiera, propone ricorso in Cassazione contro il diniego di scarcerazione del Tribunale del Riesame. Successivamente, l'indagata presenta formale dichiarazione di rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte dichiara quindi inammissibile il ricorso per sopravvenuta rinuncia all'impugnazione. Essendo l'atto di rinuncia generico, la ricorrente viene condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende, sebbene ridotta a cinquecento euro in considerazione della sua avvenuta scarcerazione e sottoposizione a una misura non detentiva.
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Revoca dell’affidamento in prova: dalla libertà alla cella
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova per un uomo che, durante la misura alternativa, ha fabbricato e posizionato un ordigno esplosivo nel giardino di una coppia con l'intento di uccidere. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno evidenziato l'assoluta incompatibilità tra la gravità della condotta e la prosecuzione della misura alternativa, sottolineando la pericolosità sociale del soggetto e l'apparenza del suo percorso di risocializzazione. La revoca dell'affidamento in prova decorre dall'inizio dell'esecuzione della misura. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo silente non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su chat criptate acquisite all'estero, e sosteneva che il tempo trascorso dai fatti escludesse la pericolosità sociale. I giudici hanno dichiarato inammissibile la contestazione sulle chat perché non era stata sollevata davanti al Tribunale del Riesame, applicando il principio della catena devolutiva. Inoltre, la Corte ha stabilito che il tempo trascorso in carcere per altre condanne costituisce tempo silente e non attenua la pericolosità dell'indagato, confermando la necessità della misura massima.
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Sostituzione della misura cautelare negata: decide il caso singolo
Il Tribunale di Catanzaro rigettava l'appello de L'Indagato contro il diniego di revoca o sostituzione della custodia in carcere per associazione finalizzata allo spaccio. L'Indagato ricorreva in Cassazione lamentando, tra l'altro, il decorso del tempo, la propria paternità e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata, ammessa ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che, per ottenere la sostituzione della misura cautelare, non si possono contestare vizi originari del provvedimento (riservati al riesame), ma occorre dimostrare elementi di novità o fattori sopravvenuti. La disparità con la coindagata non rileva in automatico, poiché ogni posizione richiede una valutazione personalizzata. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Finanziamento del terrorismo: fonti web generiche non bastano
Il Tribunale di Genova confermava la custodia in carcere per Il Referente di un'associazione benefica, accusato di associazione con finalità di terrorismo per il presunto finanziamento del terrorismo a favore del movimento Hamas. La difesa proponeva ricorso in Cassazione contestando l'uso di fonti aperte generiche e l'esclusione di una consulenza storica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le informazioni da fonti aperte (come internet) non possono essere usate se indicate in modo generico e senza verificarne l'attendibilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, rinviando il caso al Tribunale di Genova per un nuovo esame che escluda o verifichi rigorosamente tali fonti.
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Finanziamento del terrorismo: no al carcere basato su internet
Il Tribunale di Genova confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di concorso in associazione terroristica. L'accusa ipotizzava il finanziamento del terrorismo a favore di Hamas tramite associazioni benefiche. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'uso di fonti aperte (notizie web o articoli) per fondare gravi indizi di colpevolezza è illegittimo se le fonti sono generiche, non verificate e prive di indicazione di provenienza. Tali informazioni non equivalgono al fatto notorio. Al contrario, la Cassazione ha confermato l'inammissibilità della consulenza storica della difesa, poiché esprimeva valutazioni giuridiche riservate al giudice. Ora il Tribunale dovrà rivalutare il caso senza utilizzare fonti web anonime.
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Custodia cautelare in carcere: anche il palo rischia la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentato furto aggravato ai danni di sportelli bancomat. Il Tribunale del riesame aveva escluso il reato associativo ma mantenuto la misura per i singoli furti. La difesa contestava l'attribuzione di un'utenza telefonica usata per localizzare l'indagato e l'attualità del pericolo di reitera, sostenendo che l'indagato fosse solo un semplice palo senza competenze tecniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo provato l'uso del telefono tramite un verbale di perquisizione e confermando la pericolosità sociale del soggetto, desunta dai numerosi precedenti specifici e dall'uso di sofisticate tecniche di furto.
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Tentata estorsione in concorso: in carcere anche senza minacciare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso. Il primo ricorrente, pur sostenendo di aver compiuto solo atti preparatori, aveva in realtà reclutato un picchiatore ed eseguito sopralluoghi presso la gioielleria della vittima. La Suprema Corte ha chiarito che nel reato di tentata estorsione in concorso è punibile chiunque fornisca un contributo concreto e consapevole alla realizzazione del piano criminoso, anche senza minacciare direttamente la vittima. Il secondo ricorrente ha rinunciato al ricorso ma è stato comunque condannato alle spese per mancanza di giustificato motivo. Entrambi dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato omicidio in concorso: dal salto della fila al carcere
Durante una lite per una precedenza in auto in un parcheggio, due cugini aggrediscono un automobilista. Mentre uno dei due colpisce ripetutamente la vittima con un coltello, l'altro continua a colpirla a mani nude, fermandosi solo dopo l'ultimo grave fendente. La Cassazione ha confermato la custodia in carcere per quest'ultimo, ritenendolo responsabile di tentato omicidio in concorso. I giudici hanno chiarito che continuare a picchiare la vittima, pur sapendo che il complice stava usando un coltello, dimostra la piena accettazione del rischio di uccidere (dolo eventuale). Di conseguenza, non si può applicare la figura più lieve del concorso anomalo, e la gravità dell'aggressione in luogo pubblico giustifica la massima misura cautelare, nonostante l'incensuratezza dell'indagato.
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Duplicazione del ricorso in Cassazione: difesa bloccata
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale della libertà che confermava la custodia cautelare in carcere. I motivi di ricorso riguardavano la presunta violazione delle norme sull'associazione a delinquere e sull'aggravante del metodo mafioso. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato una totale sovrapposizione con un altro ricorso identico, già esaminato e deciso da un'altra sezione con una precedente sentenza. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato il non luogo a provvedere, sanzionando l'inammissibilità sostanziale derivante dalla duplicazione del ricorso in Cassazione. L'Indagato perde così la possibilità di un secondo esame, rimanendo valida la decisione precedente.
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Ricorso per cassazione duplicato: la Cassazione non decide due volte
L'Indagato propone ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale della Libertà che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere. Tuttavia, la Suprema Corte rileva che lo stesso ricorso è già stato deciso da un'altra sezione con una precedente sentenza. Di conseguenza, i giudici dichiarano il non luogo a provvedere a causa del ricorso per cassazione duplicato, evitando una doppia pronuncia sullo stesso oggetto.
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Custodia cautelare in carcere: anche il silenzio è complicità
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere a carico di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di prove di una sua reale partecipazione, evidenziando che l'indagato era rimasto in silenzio durante le riunioni del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che la semplice presenza silenziosa ("convitato di pietra") alle riunioni operative tenutesi a casa del capo del sodalizio dimostra la piena condivisione del programma criminoso. Inoltre, l'indagato avrebbe dovuto maneggiare armi da fuoco. Di conseguenza, opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere prevista dalla legge, non superata dalle argomentazioni difensive. Il ricorso è stato rigettato.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche senza contatti col boss
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione di una memoria difensiva, l'errata qualificazione dei fatti come reati di non lieve entità e l'assenza di contatti diretti con il capo del sodalizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omesso esame di una memoria non invalida automaticamente la decisione e che, per la sussistenza del reato associativo, non occorrono contatti diretti con tutti i membri, bastando la consapevolezza di operare per un fine comune. Infine, la qualificazione di lieve entità richiede una valutazione globale e non meramente statistica. L'indagato resta in carcere.
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Pericolo di recidiva: il tempo cancella il carcere preventivo
Il Tribunale della Libertà ha annullato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale ha ritenuto insussistente il pericolo di recidiva a causa del lungo tempo trascorso dai fatti (oltre tre anni) senza nuove condotte illecite. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato questa decisione, sostenendo che i giudici avessero ignorato alcune note di polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore. La Corte ha confermato che il decorso del tempo affievolisce la presunzione di pericolosità sociale e che, per i reati di droga, l'attualità delle esigenze cautelari deve essere dimostrata con elementi concreti e non basata su semplici congetture. Di conseguenza, l'Indagato rimane libero.
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Carcere o arresti: l’interesse all’impugnazione è decisivo
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al narcotraffico e reati in materia di armi. L'indagato proponeva ricorso per cassazione, contestando la sua qualificazione come organizzatore anziché semplice partecipe e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Riguardo al ruolo associativo, manca l'interesse all'impugnazione poiché l'eventuale riqualificazione in mero partecipe non modificherebbe la necessità della custodia in carcere. Sulla scelta della misura, i giudici hanno confermato l'adeguatezza del carcere a causa della spiccata pericolosità sociale dell'indagato e del concreto rischio di reiterazione dei reati.
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Custodia cautelare in carcere: la truffa miliardaria batte i vizi di forma
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione a delinquere, riciclaggio e truffa ai danni dello Stato. La difesa contestava la competenza territoriale del tribunale e l'utilizzo di prove raccolte oltre i termini delle indagini. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la gravità dei fatti (una truffa da oltre un miliardo e mezzo di euro) e i precedenti penali del soggetto dimostrano una pericolosità sociale elevatissima. Inoltre, la presenza del rischio di reiterazione del reato rende legittima l'omissione di un termine di scadenza della misura cautelare. L'indagato resta quindi in carcere.
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