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Confisca Per Equivalente — Anno 2026

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212 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca Per Equivalente

Provvedimenti

Sequestro preventivo e bancarotta: la villa resta ai creditori
La vicenda nasce dal fallimento di una società e dall'accusa di bancarotta fraudolenta per la presunta distrazione di un immobile di pregio tramite manovre societarie. Il giudice disponeva inizialmente il sequestro preventivo della villa. In seguito, le curatele fallimentari raggiungevano un accordo per vendere l'immobile e ripartire il ricavato tra i creditori, ottenendo la revoca del vincolo. Gli ex amministratori imputati impugnavano il dissequestro: temevano che la restituzione del bene alla procedura concorsuale li esponesse a una confisca per equivalente sui loro patrimoni personali. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. La Suprema Corte ha chiarito che gli imputati non possiedono un interesse concreto a opporsi alla revoca del sequestro preventivo, poiché per i reati di bancarotta la legge non prevede la confisca di valore sostitutiva.
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Fatture per operazioni inesistenti: condanna per il prestanome
Tre persone sono state condannate per reati tributari legati all'utilizzo e all'emissione di fatture per operazioni inesistenti. Nello specifico, l'amministratore formale di due società 'cartiere' prive di qualsiasi struttura operativa ha emesso documenti contabili fittizi per consentire l'evasione fiscale a terzi e ha omesso il versamento dell'IVA. Parallelamente, due gestori di un'altra impresa hanno inserito tali costi fasulli nelle dichiarazioni fiscali per abbattere le imposte dovute. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi difensivi, rendendo definitive le condanne a oltre due anni di reclusione e confermando le confische patrimoniali per centinaia di migliaia di euro. I giudici hanno chiarito che l'amministratore formale risponde penalmente dell'omesso controllo e che la reale attività dell'impresa cliente non sana la falsità delle prestazioni fatturate.
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Revoca della confisca: tra restituzione e nuovi vincoli
Gli eredi di un'imputata deceduta e una società terza chiedono al giudice dell'esecuzione la revoca della confisca e la restituzione dei beni sequestrati per reati tributari. Il tribunale dispone la restituzione a favore degli eredi ma inserisce una clausola di salvezza per eventuali altri vincoli imposti in un procedimento parallelo, respingendo l'istanza della società. I ricorrenti impugnano la decisione lamentando l'inefficacia pratica del dissequestro. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. La società ha agito senza procura speciale, necessaria per i terzi titolari di meri interessi patrimoniali. Gli eredi non possono chiedere al giudice dell'esecuzione di superare vincoli disposti da un'altra autorità giudiziaria, competente per il giudizio parallelo. I ricorrenti subiscono la condanna alle spese e alla sanzione per la Cassa delle Ammende.
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Confisca per equivalente: leciti o no, i beni si pagano
Un imprenditore ha concordato una pena mediante patteggiamento per reati di corruzione e turbativa d'asta. Il giudice ha disposto la confisca per equivalente della somma di 46.000 euro quale profitto del reato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che ulteriori 21.865 euro, già sequestrati presso la sua abitazione, provenissero da risparmi leciti destinati all'azienda e non potessero essere confiscati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i 21.865 euro già bloccati costituiscono un acconto del debito complessivo di 46.000 euro e non una duplicazione. Inoltre, la misura della confisca per equivalente colpisce il patrimonio a prescindere dall'origine lecita o illecita del denaro.
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Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: beni bloccati
La vicenda riguarda un contribuente indagato per reati tributari legati all'utilizzo di fatture false, nei cui confronti i giudici hanno disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente fino a quasi dodici milioni di euro. L'indagato ha presentato ricorso per cassazione sostenendo l'assenza del pericolo di dispersione patrimoniale e dichiarando di aver offerto i propri immobili a garanzia del debito con il fisco. Tuttavia, prima dell'udienza, il difensore dell'indagato ha depositato formale atto di rinuncia al ricorso. I Supremi Giudici hanno preso atto della rinuncia dichiarando inammissibile l'impugnazione. Di conseguenza, il sequestro milionario è rimasto pienamente confermato e l'indagato ha subito la condanna al pagamento delle spese legali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Conto vuoto ma bloccato: valido il ricorso per sequestro
Il Tribunale dichiarava inammissibile la richiesta di riesame proposta dall'Indagato contro il decreto che disponeva il sequestro preventivo di conto corrente per equivalente. Secondo i giudici territoriali mancava l'interesse ad agire, poiché il conto risultava incapiente ed era stato disposto solo il blocco delle uscite. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione deducendo l'immediata lesività della misura bancaria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche il mero blocco delle operazioni in uscita genera l'indisponibilità del denaro e produce effetti futuri sui depositi. Sussiste dunque un interesse concreto e attuale a impugnare il sequestro preventivo di conto corrente. La Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, rimettendo gli atti al Tribunale per l'esame di merito.
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Bonus fittizi: la truffa per erogazioni pubbliche batte la frode
Un gruppo organizzato ha generato quasi cinque milioni di euro in crediti d'imposta fittizi legati al bonus facciate per lavori edili mai eseguiti. Gli imputati hanno ceduto questi crediti a un ente intermediario per monetizzarli, trasferendo poi i capitali all'estero e reinvestendoli in attività commerciali. La difesa ha sostenuto l'assenza di inganno effettivo per mancanza di controlli preventivi, invocando la meno grave indebita percezione di contributi. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi, confermando le condanne per associazione per delinquere, autoriciclaggio e il delitto di truffa per erogazioni pubbliche, ribadendo che la complessa messa in scena fraudolenta integra pienamente il raggiro ai danni dello Stato.
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Sequestro preventivo per truffa: validi i contratti con DURC illecito
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo per truffa aggravata e indebita compensazione fiscale a carico dell'amministratrice di fatto di una cooperativa. L'ente otteneva appalti pubblici esibendo un Documento Unico di Regolarità Contributiva rilasciato grazie a compensazioni con crediti d'imposta inesistenti. La difesa contestava l'assenza di danno per la pubblica amministrazione a fronte dei servizi svolti e l'inutilizzabilità delle prove. La Suprema Corte ha ribadito che il danno e l'ingiusto profitto derivano direttamente dalla stipula del contratto pubblico viziato da raggiri, rendendo irrilevante l'avvenuta esecuzione dei lavori. I giudici hanno respinto integralmente il ricorso.
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Confisca per equivalente: beni leciti ed ereditati a rischio
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da diversi soggetti condannati per traffico illecito di sostanze stupefacenti. Alcuni imputati avevano definito la pena tramite concordato in appello, mentre il presunto organizzatore contestava la legittimità della confisca per equivalente disposta su beni immobili, conti e veicoli fino alla concorrenza dell'intero profitto stimato. I giudici supremi hanno ribadito che il concordato preclude successive contestazioni sulla responsabilità e sull'adeguatezza della sanzione. Inoltre, la Corte ha stabilito che la confisca per equivalente può colpire anche beni di lecita provenienza o ereditati, purché corrispondano al valore economico del profitto del reato, dal quale non si possono scalare le spese vive sostenute per l'acquisto dello stupefacente. I ricorsi sono stati quindi dichiarati inammissibili o rigettati integralmente.
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Sottrazione fraudolenta di imposte: sequestro solo sui beni
I giudici di merito hanno disposto il sequestro preventivo dei beni di due amministratori, accusati del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte per aver trasferito un'azienda commerciale a una nuova società così da eludere il Fisco. Il blocco cautelare è stato quantificato automaticamente nell'intero debito tributario non pagato, pari a oltre trecentomila euro. Gli indagati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo del valore da vincolare. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto della quantificazione. I giudici hanno chiarito che il profitto confiscabile coincide esclusivamente con il valore effettivo dei beni sottratti alla garanzia dell'Erario e non con la totalità del debito fiscale accumulato dalla società.
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Confisca per equivalente: confermato il sequestro di contanti
L'Imputato ha fatto parte di un'associazione criminale transnazionale specializzata nell'emissione di fatture false e nel riciclaggio di proventi illeciti. Il suo compito consisteva nel consegnare denaro contante per monetizzare le fatture inesistenti, percependo una provvigione dello 0,5% sull'importo movimentato. A seguito di patteggiamento, il giudice ha disposto la confisca per equivalente delle somme a sua disposizione. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione del guadagno e la mancata motivazione sull'impossibilità di una confisca diretta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, quando trascorre un ampio lasso di tempo tra il reato e il sequestro, la misura sul denaro costituisce confisca per equivalente e non richiede motivazioni complesse. Inoltre, i file contabili informatici trovati nell'azienda giustificano pienamente la ricostruzione del guadagno illecito.
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Omesso versamento IVA: la crisi non salva l’amministratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Amministratore di una società, confermando la condanna a sei mesi di reclusione per il reato di omesso versamento IVA per l'anno 2017, pari a oltre 295mila euro. La difesa sosteneva che il mancato pagamento fosse dovuto a una crisi di liquidità improvvisa causata dalla perdita dell'unico cliente. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la crisi era preesistente e legata a scelte gestionali errate, come il mancato pagamento dei contributi previdenziali già nel 2017. Inoltre, l'imprenditore non ha adottato misure per ridurre le spese o immettere capitale proprio. La Cassazione ha chiarito che la semplice richiesta di rateizzazione, poi non pagata, non esclude il reato né blocca la confisca dei beni.
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Dichiarazione fraudolenta: fatture gonfiate e condanna confermata
Un imprenditore è stato condannato a un anno di reclusione per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti. L'imputato aveva inserito nella contabilità della propria azienda alcune autofatture relative all'acquisto di rottami ferrosi, gonfiando sia i quantitativi sia i prezzi rispetto alla realtà (sovrafatturazione qualitativa) per coprire acquisti in nero e dedurre costi fittizi. La Corte d'Appello ha confermato la condanna e la confisca di 67.000 euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la responsabilità penale dell'imprenditore. I giudici hanno chiarito che anche la sovrafatturazione qualitativa integra il reato e che spetta alla difesa dimostrare l'eventuale esistenza di costi reali da dedurre, non potendo limitarsi a contestazioni generiche.
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Confisca per equivalente: colpito l’intero valore anziché l’evaso
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento che disponeva la confisca per equivalente di oltre 27mila euro, pari al valore della merce importata illegalmente, anziché limitarsi ai soli tributi evasi (circa 11mila euro). La difesa sosteneva l'inapplicabilità delle norme più severe del 2024 a fatti del 2021. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il contrabbando doganale e l'evasione dell'IVA all'importazione sono reati permanenti: la legge applicabile è quella vigente al momento in cui cessa la condotta illecita, rendendo legittima la nuova normativa. Inoltre, la confisca per equivalente in materia doganale deve colpire l'intero valore della merce contrabbandata (l'oggetto del reato) e non solo il profitto rappresentato dalle tasse risparmiate.
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Dichiarazione fraudolenta: l’indifferenza costa la confisca
Il Legale Rappresentante di una società è stato condannato per i reati di emissione di fatture false e dichiarazione fraudolenta. La difesa ha impugnato la condanna e la disposta confisca per equivalente dei beni personali, sostenendo l'illegittimità costituzionale della misura e l'assenza di dolo specifico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il dolo eventuale, manifestato dall'indifferenza verso la falsità delle operazioni, è pienamente compatibile con la dichiarazione fraudolenta. Inoltre, la confisca del profitto tributario ha natura ripristinatoria e non punitiva, differenziandosi dalla confisca dei beni strumentali. Di conseguenza, la misura ablativa obbligatoria è legittima e non viola il principio di proporzionalità. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Truffa sul Superbonus: finto condominio ma il sequestro è vero
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 10 milioni di euro nei confronti di un'impresa edile e di diversi privati. Gli indagati avevano costituito un condominio fittizio e stipulato contratti preliminari simulati con parenti stretti a prezzi irrisori. L'obiettivo era aggirare i limiti di legge per ottenere indebitamente i crediti d'imposta del Superbonus 110%, preclusi alle società commerciali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo la sussistenza della truffa sul Superbonus e del pericolo di dispersione dei beni. La presenza di un patrimonio immobiliare capiente in capo agli indagati non esclude il rischio di alienazione dei beni prima della confisca, giustificando così la misura cautelare d'urgenza.
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Dichiarazione infedele: condanna annullata e confisca revocata
Il Legale Rappresentante di un'associazione culturale era stato condannato per il reato di dichiarazione infedele, con contestuale confisca per equivalente di oltre due milioni di euro. La difesa contestava l'uso del metodo induttivo per determinare l'evasione e la mancata valutazione dei costi effettivi che avrebbero azzerato il superamento delle soglie di punibilità. La Corte di Cassazione ha rilevato un vizio di motivazione nella sentenza d'appello, che non aveva adeguatamente esaminato le prove della difesa. Di conseguenza, non essendo il ricorso inammissibile, i giudici hanno dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, annullando la condanna senza rinvio e revocando interamente la confisca patrimoniale.
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Confisca per equivalente: ridotta se c’è concordato
Un imprenditore, accusato di omesso versamento di ritenute e IVA, ha impugnato la condanna e la confisca di circa 1,9 milioni di euro. L'imputato sosteneva che il debito fosse stato ristrutturato e parzialmente pagato tramite un concordato preventivo omologato. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi sulla responsabilità penale, poiché i pagamenti concordatari sono avvenuti dopo l'apertura del dibattimento di primo grado. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sulla confisca per equivalente. La Suprema Corte ha stabilito che l'ammontare della misura deve essere ridotto calcolando quanto effettivamente versato in esecuzione del concordato, nel rispetto del principio di proporzionalità tra sanzione e profitto del reato. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente al calcolo della confisca.
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Sequestro preventivo per reati tributari: stop se si paga a rate
Il Tribunale di Napoli aveva confermato il sequestro preventivo per reati tributari nei confronti dell'Amministratore di una società incorporata in un'altra. La nuova società aveva ottenuto la rateizzazione del debito IVA e stava pagando regolarmente. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la fusione per incorporazione comporta il trasferimento di tutti i debiti alla nuova società. Di conseguenza, la rateizzazione del debito impedisce il sequestro preventivo per reati tributari, a meno che non esista un concreto pericolo di dispersione dei beni. Il caso torna al Tribunale per un nuovo esame.
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Responsabilità amministrativa degli enti: sanzione da 167 milioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di tre soggetti e la responsabilità amministrativa degli enti nei confronti di un'azienda produttrice di tabacco, dichiarando inammissibili i ricorsi. Gli imputati avevano organizzato un sistema di contrabbando di tabacco, simulando esportazioni extra-UE per evadere accise e IVA, mentre la merce veniva venduta nel mercato nero europeo. La società è stata ritenuta responsabile ai sensi del D.Lgs. 231/2001 per il reato di associazione per delinquere, con conseguente conferma di una maxi confisca del profitto pari a oltre 167 milioni di euro. I controlli interni attuati dall'azienda sono stati giudicati fittizi e inidonei a prevenire l'illecito.
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