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Confisca Di Prevenzione

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875 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Confisca di prevenzione: tra vittima di estorsione e complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi della Procura Generale e di una donna contro il provvedimento della Corte di Appello. Quest'ultima aveva parzialmente revocato la confisca di prevenzione applicata in primo grado a una famiglia di imprenditori. I giudici di appello avevano escluso la pericolosità sociale qualificata per appartenenza mafiosa, ritenendo che la gestione aziendale non fosse asservita ai clan, bensì vittima di estorsione. Tuttavia, la Corte ha confermato la confisca di prevenzione per i beni legati al reato di trasferimento fraudolento di valori, commesso per eludere un precedente sequestro. La Cassazione ha ritenuto generico il ricorso del Pubblico Ministero e infondate le contestazioni della difesa, confermando la decisione di secondo grado e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Confisca di prevenzione: salvi i beni acquistati prima del reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore generale contro la revoca della confisca di alcuni beni (appartamenti, una villa e un vigneto) intestati a familiari di due soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata. La Corte d'appello aveva revocato la misura poiché i beni erano stati acquistati prima del 2008, periodo in cui non era ancora dimostrata la loro pericolosità sociale. La Cassazione ha confermato che la confisca di prevenzione può colpire solo i beni acquistati nel periodo in cui si manifesta la pericolosità del soggetto. Poiché il ricorso contestava la valutazione delle prove e non una reale violazione di legge, la decisione della Corte d'appello è stata confermata, lasciando i beni ai proprietari.
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Confisca di prevenzione negata se i beni sono antecedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore generale contro il rigetto della confisca di prevenzione e della sorveglianza speciale nei confronti di un imprenditore. I giudici hanno confermato che non vi era una correlazione temporale tra gli acquisti dei beni, avvenuti prima del 2014, e il periodo in cui si era manifestata la pericolosità sociale del soggetto, collocata tra il 2014 e il 2018. La Suprema Corte ha ribadito che, per disporre la confisca di prevenzione, occorre dimostrare un nesso proporzionale e temporale tra l'accumulo patrimoniale ingiustificato e l'attività criminosa abituale, non bastando la semplice presenza di condanne passate e isolate. Vince il cittadino proposto, i cui beni restano liberi da vincoli.
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Confisca di prevenzione: quando la sproporzione toglie la casa
I coniugi ricorrenti impugnano il provvedimento che dispone la confisca di prevenzione di un fabbricato e di un terreno agricolo. La Corte di appello ha accertato la loro pericolosità sociale e una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e il valore dei beni, acquistati con proventi illeciti. I ricorrenti lamentano l'assenza di correlazione temporale tra la pericolosità e gli acquisti, oltre a presunte donazioni non registrate. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. Il principio stabilito chiarisce che la confisca di prevenzione colpisce i beni acquistati nel periodo in cui si è manifestata la pericolosità sociale, valutata sulla base dell'intera biografia criminale del soggetto. Inoltre, le entrate non documentate non giustificano la sproporzione patrimoniale.
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Confisca di prevenzione: no ai sequestri senza limiti di tempo
Il caso riguarda un cittadino, ritenuto vicino alla criminalità organizzata a partire dal 2009, a cui erano stati confiscati numerosi beni, tra cui quote societarie, immobili, auto e conti correnti, a causa di una forte sperequazione reddituale. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancanza di un nesso temporale tra la sua presunta pericolosità e l'acquisto dei beni. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione è legittima solo per i beni acquistati nell'arco temporale in cui si è manifestata la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la Corte ha annullato la confisca delle quote societarie acquistate nel 2002 e di altri cespiti, disponendo il rinvio alla Corte di appello per un nuovo e più rigoroso esame cronologico.
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Confisca annullata: no alla motivazione per relationem acritica
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto di confisca emesso dalla Corte di appello di Firenze nei confronti del Proposto e dei suoi familiari. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura patrimoniale limitandosi a copiare ampi stralci della decisione del Tribunale, senza rispondere alle specifiche contestazioni della difesa sulla provenienza lecita dei beni e sulla sproporzione reddituale. La Suprema Corte ha stabilito che la motivazione per relationem è nulla se si traduce in una acritica adesione alla decisione precedente, priva di un reale vaglio critico dei motivi di appello. Ora la Corte d'appello dovrà riesaminare il caso con una motivazione autonoma ed effettiva.
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Revoca della confisca di prevenzione negata per doppio titolo
Il caso riguarda la richiesta di revoca della confisca di prevenzione avanzata da un soggetto i cui beni erano stati confiscati perché ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente invocava una sentenza della Corte Costituzionale che aveva dichiarato illegittima una delle categorie di pericolosità generica (i soggetti dediti a traffici delittuosi). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la confisca resta valida se si fonda su un "doppio titolo" e l'altra categoria (vivere abitualmente con i proventi di attività delittuose) è autonoma e ampiamente provata da indagini su usura, estorsioni e truffe, oltre che dalla sproporzione patrimoniale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Confisca di prevenzione: il contrasto tra giudicato e incostituzionalità
I Destinatari della Misura hanno richiesto la revoca di una confisca di prevenzione patrimoniale definitiva, sostenendo che la dichiarazione di incostituzionalità della norma sulla pericolosità generica (Corte Costituzionale n. 24/2019) avesse privato di base legale il provvedimento. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta ritenendo intangibile il giudicato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione basata sulla pericolosità generica può essere revocata. Tuttavia, se la misura si fonda su un 'doppio titolo' (anche sulla pericolosità da reati abituali generatori di profitto), il giudice di merito deve verificare se questo secondo titolo sia autonomo e autosufficiente a giustificare l'intero sequestro. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per questo accertamento.
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Confisca di prevenzione: salvi i beni dei familiari prestanome
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una confisca di prevenzione disposta su beni intestati a familiari e a una società, ritenuti prestanome di un soggetto socialmente pericoloso. I giudici hanno chiarito che la società non ha la legittimazione ad agire per impugnare la misura, diritto che spetta solo ai soci persone fisiche. Inoltre, per i terzi intestatari non sussiste un pieno onere della prova sulla lecita provenienza dei beni, ma un semplice onere di allegazione di elementi plausibili. La Cassazione ha quindi accolto parzialmente i ricorsi dei familiari, annullando il decreto con rinvio alla Corte d'Appello di Milano per un nuovo esame, mentre ha dichiarato inammissibile il ricorso della società.
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Confisca di prevenzione: case perse se i redditi sono in rosso
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di due immobili intestati alle figlie di un uomo defunto, ritenuto vicino alla criminalità organizzata. I giudici hanno rilevato una netta sperequazione reddituale tra le entrate ufficiali della famiglia e il valore degli acquisti immobiliari effettuati. La difesa sosteneva la legittimità degli acquisti e contestava il periodo di pericolosità sociale dell'uomo. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle eredi, confermando che per i familiari stretti la disponibilità dei beni si presume in capo al proposto se mancano redditi propri sufficienti. Di conseguenza, lo Stato acquisisce definitivamente gli immobili e le ricorrenti devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Revoca della confisca di prevenzione: l’eredità non salva i beni
Il Proposto e la Familiare hanno chiesto la revoca della confisca di prevenzione sui loro beni immobili, sostenendo che precedenti rigetti di misure di prevenzione escludessero la pericolosità sociale e che l'acquisto dei beni derivasse da un'eredità. La Corte d'appello ha respinto la richiesta per mancanza di prove nuove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revoca della confisca di prevenzione richiede elementi di prova del tutto inediti o non valutati in precedenza. Nel caso specifico, la confisca del 2012 si basava su nuove indagini per associazione mafiosa ed estorsione relative agli anni 2000-2004, del tutto estranee ai vecchi giudizi. Inoltre, la sproporzione economica per l'acquisto dei beni non è stata giustificata dalle modeste somme ereditate.
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Confisca di prevenzione: sì all’ex marito, no all’ex moglie
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore, dei suoi figli e della sua ex moglie contro la confisca di prevenzione di numerosi immobili e quote societarie. L'imprenditore, ritenuto vicino a un clan criminale, contestava la competenza territoriale dei giudici calabresi e la sproporzione dei beni. La Suprema Corte ha confermato la misura patrimoniale per l'imprenditore e i figli, ribadendo che la competenza si radica dove si manifesta la pericolosità sociale. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso dell'ex moglie: la Corte d'appello aveva omesso di valutare i suoi redditi autonomi e leciti, accumunandola ingiustamente al patrimonio dell'ex coniuge. La decisione di confisca nei suoi confronti è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca di prevenzione: l’assoluzione cancella il sequestro
La Corte di Cassazione ha annullato il decreto della Corte d'appello che rigettava la richiesta di revoca della confisca di prevenzione presentata da un cittadino. Il ricorrente era stato assolto con formula piena dall'accusa di usura perché il fatto non sussiste. I giudici di appello avevano comunque confermato la misura patrimoniale, ipotizzando che l'assoluzione derivasse dalla reticenza di un testimone intimorito dallo spessore criminale dell'uomo. La Cassazione ha rilevato una grave contraddizione logica: il giudice penale aveva trasmesso gli atti per false informazioni al pubblico ministero, ritenendo quindi false le accuse iniziali e non la testimonianza dibattimentale che scagionava l'imputato. Il caso torna in appello per un nuovo esame.
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Confisca di prevenzione: gli eredi perdono i beni del boss
Gli eredi di un soggetto ritenuto appartenente a un sodalizio mafioso hanno impugnato il decreto di confisca dei beni, sostenendo l'assenza di motivazione sulla pericolosità sociale del defunto e sulla sproporzione tra redditi e patrimonio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della confisca di prevenzione. I giudici hanno evidenziato che l'attività illecita del proposto nel settore delle scommesse e delle estorsioni era continuativa e supportata dai familiari. La sproporzione patrimoniale è stata ampiamente dimostrata dalle intercettazioni e dalla gestione di attività fittizie, rendendo irrilevanti i redditi formali dichiarati. Di conseguenza, la misura patrimoniale è stata interamente confermata.
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Revoca della confisca di prevenzione: no a prove tardive
Il caso riguarda la richiesta di revoca della confisca di un magazzino avanzata dal Proposto. La difesa sosteneva di aver scoperto una prova nuova: un vecchio documento catastale che dimostrava la trasformazione dell'immobile prima dell'insorgere della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte d'appello. I giudici hanno stabilito che la revoca della confisca di prevenzione non può fondarsi su documenti preesistenti che la parte avrebbe potuto depositare durante il primo giudizio, salvo casi di forza maggiore. Trattandosi di un atto facilmente reperibile presso gli uffici pubblici, la prova non può considerarsi nuova. Il Proposto perde il ricorso e l'immobile resta confiscato.
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Confisca di prevenzione: l’appartamento è salvo se i fondi sono leciti
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto che confermava la confisca di prevenzione di un appartamento acquistato da un cittadino per sessantamila euro. La difesa sosteneva che l'immobile fosse stato pagato con parte di una somma di centoquarantamila euro precedentemente dissequestrata dal giudice penale per mancanza di prove sull'origine illecita. La Corte d'Appello aveva comunque disposto la confisca, ritenendo la provvista di provenienza illecita sulla base della generica pericolosità sociale del soggetto. La Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici di merito non hanno motivato adeguatamente sulla proporzione tra la somma lecitamente restituita e l'acquisto dell'immobile, omettendo di confrontarsi con i precedenti provvedimenti favorevoli al cittadino. Il caso torna ora in Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Attualità della pericolosità sociale: il carcere e la confisca
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca dei beni a carico di un soggetto ritenuto vicino a una cosca mafiosa. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale a causa di un lungo periodo di detenzione e chiedeva la restituzione di un immobile acquistato dalla moglie nel 1996. I giudici hanno chiarito che il comportamento corretto in carcere non cancella la pericolosità se strumentale, e che l'emergere di nuovi elementi investigativi consente di superare i precedenti provvedimenti favorevoli (regola del rebus sic stantibus). La sentenza ribadisce che l'attualità della pericolosità sociale va valutata globalmente, considerando la capacità di riorganizzazione del clan e il ruolo strategico del soggetto. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando definitivamente le misure patrimoniali e personali.
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Confisca di prevenzione: il coniuge non può contestare tutto
Il coniuge di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ha chiesto la revoca della confisca di prevenzione di alcuni immobili a lei intestati. La richiedente contestava la pericolosità sociale del marito al momento dell'acquisto e la congruità economica dei beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il terzo intestatario fittizio può solo rivendicare la reale proprietà del bene, ma non può contestare i presupposti personali della misura applicata al proposto (come la sua pericolosità sociale o la sproporzione del reddito). Di conseguenza, la confisca degli immobili è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: quote fittizie e beni di famiglia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due fratelli contro il provvedimento di confisca di prevenzione di alcuni immobili. Il primo, ritenuto appartenente a un'associazione mafiosa, gestiva in via esclusiva i beni, formalmente cointestati anche al fratello in qualità di terzo interessato. I giudici di secondo grado, nel giudizio di rinvio, hanno motivato dettagliatamente la sproporzione tra i redditi leciti del nucleo familiare e i costi di costruzione degli immobili, pari a circa 196.000 euro. La Cassazione ha confermato la legittimità della decisione, ribadendo che il ricorso contro le misure di prevenzione è ammesso solo per violazione di legge e non per rivalutare il merito dei fatti. Di conseguenza, la confisca è divenuta definitiva e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: l’azienda di famiglia passa allo Stato
Il caso riguarda la confisca di prevenzione del capitale e dei beni di una società formalmente intestata alla cognata del soggetto proposto per le misure di prevenzione. L'accusa sosteneva che il proposto gestisse l'attività come socio occulto, coordinandosi con la criminalità organizzata. La ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo la liceità dei capitali e l'assenza di rapporti con il cognato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di specificità, poiché la difesa si è limitata a riprodurre i motivi d'appello senza contestare le specifiche motivazioni della Corte d'Appello. Di conseguenza, la confisca è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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