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Condotta Decettiva

29 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'insieme di inganni, raggiri e artifizi utilizzati per indurre una persona in errore e convincerla a compiere un atto che la danneggia economicamente. È l'elemento centrale del reato di truffa.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Particolare tenuità dell’offesa: no alle truffe organizzate
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati caratterizzati da una complessa truffa organizzata nel tempo insieme ad altre persone. La difesa chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità dell'offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché privo di obiezioni specifiche contro la sentenza di appello. I giudici hanno chiarito che l'elaborata condotta ingannevole e la pianificazione di gruppo escludono la particolare tenuità dell'offesa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Reato di truffa: la carta intestata inchioda il titolare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di truffa aggravata. Le somme estorte alle vittime mediante condotte ingannevoli erano confluite direttamente su una carta di credito intestata all'accusato, aperta tramite l'esibizione del suo documento di identità personale. L'imputato non aveva mai denunciato il furto, lo smarrimento o la cessione della carta a terzi soggetti. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accredito del profitto illecito sul conto intestato costituisce prova decisiva della responsabilità penale in mancanza di spiegazioni alternative verificate. La Corte ha respinto anche la richiesta di concessione delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali dell'uomo e della notevole entità del profitto incassato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Tentata truffa aggravata: reato prescritto ma risarcimento dovuto
Un uomo ha cercato di raggirare diverse persone anziane fingendosi al telefono un loro parente stretto per ottenere somme di denaro. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di tentata truffa aggravata e al risarcimento dei danni in favore della persona offesa costituitasi parte civile. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'assenza di prove decisive e contestando la mancata declaratoria di estinzione del reato per decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta sulla prescrizione penale, annullando la condanna detentiva. Tuttavia, i giudici hanno respinto le tesi difensive nel merito e hanno confermato l'obbligo di risarcire integralmente la vittima, mantenendo valide le condanne risarcitorie civili.
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Reato di truffa: condannato il finto venditore sparito col denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa nei confronti di un finto venditore. L'uomo si era presentato come commerciante affidabile inviando documenti di una ditta intestata alla moglie e di alcune autovetture, per poi rendersi irreperibile dopo aver incassato il denaro. La difesa contestava l'identificazione dell'imputato e invocava la negligenza della vittima. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'eventuale disattenzione della persona offesa non scusa il truffatore e che l'intestazione dell'utenza telefonica costituisce una valida prova logico-indiziaria per identificare il colpevole. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di truffa: dire la verità esclude il raggiro
Un appartenente alle forze dell'ordine si reca in un negozio per ritirare un tablet aziendale usato dalla compagna, qualificandosi con il proprio ruolo reale. Il titolare della società proprietaria del tablet lo accusa del reato di truffa, sostenendo che la qualifica sia stata usata come raggiro. La Corte d'Appello assolve l'uomo perché il fatto non sussiste, ritenendo la condotta priva di inganno. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della parte civile, confermando l'assoluzione. I giudici di legittimità ribadiscono che non si possono ridiscutere i fatti già accertati nei gradi precedenti se la motivazione della sentenza è logica e coerente. La parte civile viene condannata al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Falso reddito: è indebita percezione di erogazioni pubbliche
Un imprenditore ha ottenuto un finanziamento bancario di 13.000 euro garantito dallo Stato, presentando una falsa dichiarazione dei redditi. In realtà, l'uomo era un evasore totale. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro della somma, qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che la garanzia statale trasforma il prestito privato in un'erogazione pubblica. Poiché l'istituto di credito ha concesso il denaro in modo quasi automatico sulla base di una semplice autocertificazione, senza una reale istruttoria che potesse indurlo in errore, non si configura la truffa ma il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. L'importo supera la soglia di punibilità penale, rendendo legittimo il sequestro.
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Reato di truffa: false rassicurazioni e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva convinto la vittima a consegnargli del denaro attraverso false rassicurazioni, concretizzando una condotta ingannevole ed efficace. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna, evidenziando che i motivi del ricorso erano generici e non contestavano direttamente le motivazioni della Corte d'Appello. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto legittimo il diniego delle circostanze attenuanti generiche, giustificato dai precedenti penali del condannato. Di conseguenza, l'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Truffa con ricarica Postepay: finto smarrimento e condanna
Un uomo ha attivato una carta prepagata utilizzandola per ricevere il pagamento di una finta vendita di un'auto di cui non aveva la disponibilità. Tre giorni dopo l'accredito, ha denunciato lo smarrimento della carta per allontanare i sospetti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno ribadito che chi incassa il denaro di un illecito si presume sia l'autore del reato o un suo complice, salvo prova contraria. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria. Questa decisione consolida l'orientamento sulla responsabilità penale nei casi di truffa con ricarica Postepay.
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Concorso in truffa: se presti la carta rischi la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in truffa. L'imputato era l'intestatario di una carta prepagata sulla quale erano confluite le somme di denaro sottratte alle vittime del reato. La Suprema Corte ha ribadito che, secondo una massima di esperienza, chi riceve il profitto di un reato si presume abbia partecipato alla condotta ingannevole. Di conseguenza, spetta all'intestatario della carta dimostrare elementi concreti che lo escludano dalla truffa, senza che questo costituisca un'inversione dell'onere della prova. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: vende la casa a terzi dopo il compromesso
Il Venditore stipula un contratto preliminare di vendita immobiliare con l'Acquirente, incassando un acconto di ventimila euro. Successivamente, il Venditore evita ripetutamente la stipula del contratto definitivo e vende segretamente l'immobile a un terzo. La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici chiariscono che non si tratta di un semplice inadempimento civile, poiché il comportamento ingannevole del Venditore, che ha nascosto la vendita a terzi trattenendo il denaro, integra gli artifici e raggiri necessari per il reato. La querela è considerata tempestiva poiché presentata entro tre mesi dal momento in cui l'Acquirente ha scoperto l'inganno.
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Dolo di truffa: finto intermediario condannato in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un finto intermediario condannato per truffa. L'imputato aveva ideato un'artificiosa struttura contrattuale per simulare la vendita di un'auto inesistente, inducendo in errore l'acquirente. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del dolo di truffa, evidenziando come la condotta decettiva fosse preordinata all'inganno. I giudici hanno ribadito l'impossibilità di richiedere in sede di legittimità una nuova valutazione dei fatti e delle prove già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: quando l’accordo diventa un inganno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di truffa contrattuale. Il caso riguarda un contratto ad esecuzione differita, in cui l'imputato ha messo in atto una condotta ingannevole durante la fase di esecuzione del contratto. Questo comportamento ha indotto in errore la vittima, causandole un danno economico pari alla somma versata al momento della firma e garantendo un ingiusto profitto all'autore del reato. I giudici di legittimità hanno confermato la responsabilità penale dell'imputato, stabilendo che i motivi del ricorso erano generici e ripetitivi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: reato anche con polizza di un solo giorno
Il caso riguarda due soggetti accusati di aver stipulato polizze assicurative online utilizzando carte di credito contraffatte di terzi. Per il primo imputato, la polizza è stata emessa e poi annullata il giorno successivo; per la seconda, la transazione è stata bloccata subito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale consumata a carico del primo ricorrente, rigettando la tesi difensiva secondo cui l'annullamento immediato configurasse solo un tentativo. La Corte ha stabilito che anche la validità temporanea di un solo giorno della polizza genera un ingiusto profitto per l'assicurato e un danno economico per la compagnia, integrando tutti gli elementi del reato consumato. Il ricorso della seconda imputata è stato dichiarato inammissibile per genericità.
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Truffa in concorso: negare l’inganno non evita la condanna
Due soggetti sono stati condannati per il reato di truffa in concorso, e uno di essi anche per ricettazione e falso. Gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità penale, sostenendo l'assenza di condotte ingannevoli e la marginalità del proprio ruolo, oltre a criticare la severità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso erano generici e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la determinazione della pena è stata ritenuta logica e congrua. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa su Carta Prepagata: Condannato Anche se il Telefono è di Altri
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di truffa su carta prepagata. La prova decisiva del suo coinvolgimento è stata l'essere l'intestatario della carta dove la vittima aveva versato il denaro. Secondo i giudici, è irrilevante che l'utenza telefonica usata per contattare la vittima fosse intestata a un'altra persona. Questa circostanza non esclude la colpevolezza, ma anzi può suggerire un'ipotesi di concorso nel reato tra i due soggetti. L'appello dell'imputato è stato quindi dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la sua condanna.
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Auto usata mai consegnata: è truffa contrattuale per il venditore
La Corte di Cassazione conferma la condanna per truffa contrattuale a carico di un venditore. L'uomo aveva ingannato un acquirente sulla reale e immediata disponibilità di un'autovettura usata, indicando una data di consegna precisa che non ha mai rispettato. La sua condotta, caratterizzata da false rassicurazioni, ha indotto la vittima a concludere l'affare e a pagare. La restituzione solo parziale della somma, avvenuta peraltro solo dopo la presentazione della querela, non è servita a escludere il reato. Il ricorso del venditore è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la condanna.
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Finge di essere proprietaria e affitta casa: è truffa contrattuale
Una donna si finge proprietaria di un immobile e stipula un contratto di locazione verbale con un inquilino, incassando il canone. Scoperto l'inganno, viene condannata per truffa contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la difesa dell'imputata. Secondo i giudici, il reato di truffa sussiste pienamente perché l'inganno ha causato un danno economico alla vittima e un profitto ingiusto alla truffatrice. La nullità del contratto verbale di locazione non è rilevante ai fini penali, poiché ciò che conta è la condotta ingannevole che ha portato al pagamento non dovuto.
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Truffa online: vende, incassa e sparisce. Condanna definitiva
Una venditrice, dopo aver costruito un rapporto di fiducia con un cliente tramite precedenti vendite regolari, commette una truffa online. Incassa il pagamento per un nuovo ordine ma non spedisce la merce, si rende irreperibile al telefono e cancella il suo profilo Facebook. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per truffa, dichiarando il suo ricorso inammissibile. Oltre al pagamento delle spese processuali, la donna è stata condannata a versare una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso infondato.
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Truffa contrattuale: condannati per silenzio sui debiti nell’affitto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa contrattuale a carico di due persone che avevano affittato un immobile nascondendo la loro grave situazione debitoria. Secondo i giudici, il silenzio malizioso sui debiti verso i fornitori e l'inserimento di dichiarazioni false nel contratto di affitto costituiscono una condotta ingannevole sufficiente a integrare il reato. La Corte ha ritenuto che tale comportamento avesse indotto in errore il proprietario, spingendolo a firmare un accordo che altrimenti non avrebbe concluso. Il ricorso degli imputati è stato dichiarato inammissibile, con la conferma della pena e la condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria, data la gravità dei fatti e l'assenza di pentimento.
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Truffa aggravata: Falso tracking online, condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata nei confronti di un individuo. L'imputato aveva ingannato un acquirente fornendo il numero di una raccomandata relativa a un pacco spedito a un indirizzo diverso da quello della vittima, per poi accampare scuse e false promesse di restituzione. La Corte ha dichiarato il ricorso dell'imputato inammissibile, specificando che non è possibile chiedere ai giudici di legittimità una nuova valutazione dei fatti. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per il condannato di pagare le spese processuali e una multa alla Cassa delle ammende.
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