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Concorso Esterno

168 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La condotta di chi, non essendo inserito stabilmente nella struttura organizzativa del sodalizio criminale, fornisce un contributo concreto, specifico e consapevole che si rivela necessario per la conservazione o il rafforzamento dell'associazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sanzioni tributarie e persona giuridica: no al concorso
L'Agenzia delle Entrate ha contestato al legale rappresentante di una società il concorso in violazioni fiscali commesse da altre aziende. L'amministrazione richiedeva l'applicazione delle Sanzioni tributarie e persona giuridica anche alla persona fisica a titolo di concorso esterno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ufficio fiscale. I giudici hanno chiarito che, secondo la normativa vigente, le sanzioni amministrative relative al rapporto fiscale di società con personalità giuridica gravano esclusivamente sull'ente stesso. Di conseguenza, è esclusa la responsabilità concorrente delle persone fisiche, salvo i casi in cui abbiano agito per un interesse personale o abbiano creato una società fittizia. L'Agenzia delle Entrate è stata quindi condannata a pagare le spese processuali.
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Concorso Esterno in Associazione: Cassazione Conferma Custodia Cautelare
Un individuo, sottoposto a custodia cautelare per concorso esterno in associazione per delinquere, traffico di droga e reati contro il patrimonio, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha confermato la validità della motivazione del Tribunale, che aveva evidenziato il ruolo attivo e continuativo dell'indagato nel supportare il gruppo criminale, anche attraverso la fornitura di stupefacenti e la partecipazione a summit. La decisione ha ribadito i principi sul concorso esterno e sulla valutazione del pericolo di reiterazione criminosa.
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Funzionario Giudiziario Condannato: Concorso Esterno in Associazione Mafiosa
Un funzionario giudiziario è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. L'uomo ha favorito un'organizzazione criminale manipolando atti giudiziari e fornendo informazioni riservate, impedendo l'esecuzione di sequestri e agevolando membri della cosca. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando la condanna. La condotta sistematica e la pluralità dei beneficiari hanno dimostrato un apporto concreto alla vita dell'associazione mafiosa, escludendo il mero favoreggiamento personale.
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Attenuazione delle esigenze cautelari: domiciliari confermati
L'Imputato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, chiedeva la sostituzione degli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora, sostenendo un'intervenuta attenuazione delle esigenze cautelari dovuta alla fase avanzata del processo e al proprio corretto comportamento in aula. Il Giudice per le indagini preliminari accoglieva l'istanza, ma il Tribunale d'Appello ripristinava la misura detentiva domiciliare su ricorso della Procura. La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari e dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato. I Giudici Supremi hanno stabilito che il rispetto delle regole processuali rappresenta un dovere e non attenua la pericolosità sociale. Inoltre, il semplice scorrere del tempo o l'avvicinarsi della sentenza non bastano a ridurre le misure restrittive se il quadro probatorio rimane inalterato. L'Imputato resta quindi agli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare per traffico di droga: prove valide nonostante il ricorso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Indagato contro la conferma della sua custodia cautelare in carcere, disposta per traffico di droga e partecipazione a un'associazione criminale. L'Indagato contestava la valutazione delle prove, sostenendo un travisamento dei dati relativi ai movimenti telefonici e alle intercettazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che le prove raccolte fossero sufficienti a dimostrare il suo coinvolgimento nella consegna di stupefacenti e il suo contributo, anche se esterno, all'operatività dell'associazione. La decisione conferma la legittimità della custodia cautelare per traffico di droga, basata su un quadro indiziario coerente.
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Aiuto legale o concorso esterno in associazione a delinquere
Un imputato forniva supporto legale, economico e logistico agli autisti arrestati per contrabbando di sigarette, provvedendo anche al recupero dei mezzi sequestrati. La difesa sosteneva che tale aiuto costituisse al massimo un favoreggiamento personale successivo ai singoli trasporti. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per concorso esterno in associazione a delinquere. Chi offre un aiuto strategico e costante a un gruppo criminale durante la sua attività non compie un semplice favoreggiamento, ma rafforza l'intera organizzazione nei momenti di difficoltà. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione economica.
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Associazione a delinquere: Cassazione conferma condanna per mediazione illecita
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due individui, confermando la loro condanna per il reato di associazione a delinquere e per reati legati all'immigrazione clandestina. I ricorrenti erano stati riconosciuti colpevoli di aver mediato e facilitato l'ingresso illegale di cittadini stranieri in Europa, agendo come parte di un sodalizio criminale. La sentenza ha evidenziato il loro ruolo attivo nel rafforzare l'operatività dell'organizzazione, raccogliendo richieste e gestendo trattative. La Corte ha ritenuto le censure generiche e non sufficientemente critiche rispetto alle motivazioni della Corte d'Appello, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo: la società ‘pulita’ usata dalla mafia
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di beni aziendali e del patrimonio di una società di forniture mediche. Le indagini avevano rivelato che la società era strumentale alle infiltrazioni di una cosca mafiosa nel settore sanitario pubblico, attraverso corruzione e appalti illeciti. Nonostante la società fosse formalmente intestata a una persona non indagata, l'effettivo controllo (dominus) era esercitato da un altro soggetto, coinvolto nell'associazione mafiosa. La Corte ha ribadito che il sequestro preventivo è legittimo per impedire la continuazione dei reati, anche se il bene è di proprietà di un terzo in buona fede, poiché la sua disponibilità rappresenterebbe un "periculum in mora". Il ricorso della proprietaria formale è stato dichiarato inammissibile.
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Errore di fatto in Cassazione: il confine tra svista e incompatibilità
Due individui, già condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e per aver agevolato un clan camorristico, hanno presentato ricorso in Cassazione. Essi lamentavano un "errore di fatto decisivo" nella precedente sentenza di Cassazione, sostenendo che la Corte avesse frainteso il loro motivo di ricorso. Credevano che la Corte avesse interpretato la loro richiesta come una semplice riqualificazione del reato in favoreggiamento, ignorando la loro tesi sul concorso esterno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, affermando che l'errore di fatto rileva solo per sviste materiali evidenti. Ha spiegato che il motivo sul concorso esterno era incompatibile con le precedenti motivazioni, che avevano già accertato la loro piena appartenenza all'associazione criminale, rendendo il ricorso infondato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. L'indagato gestiva negozi di compravendita di preziosi e ricollocava la refurtiva per conto del clan criminale. La difesa contestava la mancanza di attualità del pericolo cautelare, sostenendo che le condotte risalivano ad anni prima e che i beni aziendali erano stati sequestrati. La Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva. Nei reati di matrice mafiosa opera la presunzione relativa di pericolosità sociale ex art. 275 c.p.p. Il semplice passaggio del tempo non cancella le esigenze di rigore, specie in presenza di intercettazioni che dimostrano la prosecuzione degli affari illeciti sotto nuove forme aziendali. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Sequestro Preventivo: Azienda ‘Pulita’ ma Strumentale alla Mafia
La Corte di Cassazione ha confermato il **sequestro preventivo** di un'azienda e del suo patrimonio. L'azienda, formalmente intestata a L'Imprenditrice, era ritenuta strumentale a un clan mafioso per infiltrare la sanità pubblica tramite corruzione e concorso esterno. L'Imprenditrice aveva presentato ricorso, sostenendo l'impossibilità di sequestrare le quote sociali e la sua buona fede. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la buona fede del terzo è irrilevante quando il bene è strutturalmente legato al reato e la sua disponibilità può agevolare ulteriori illeciti, confermando così la misura cautelare.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: stop ad arresti e dubbi
Un professionista legale, accusato del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e sottoposto agli arresti domiciliari, ha chiesto la revoca o la sostituzione della misura restrittiva. Il Tribunale ha respinto la richiesta sostenendo che l'indagato avesse rivelato notizie riservate su un collaboratore di giustizia o millantato informazioni utili alla cosca. La difesa ha dimostrato che le notizie derivavano dalla stampa e che il verbale del collaboratore era successivo alla conversazione intercettata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il reato richiede la prova rigorosa di un aiuto causale e concreto alla vita della consorteria criminale, non surrogabile da semplici millanterie o congetture prive di riscontro.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: cadono le accuse
Il Tribunale della Libertà confermava la misura cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di un imprenditore edile. Secondo i giudici di merito, l'uomo riceveva protezione da un clan criminale e versava somme periodiche di denaro. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando la genericità e la contraddittorietà dei collaboratori di giustizia, oltre alla mancanza di prova su un reale rafforzamento del clan. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il reato richiede la prova rigorosa di un contributo concreto e causale al sodalizio criminale, non desumibile da testimonianze tra loro incompatibili.
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Traffico illecito di rifiuti: la Cassazione ridefinisce le pene
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul complesso caso penale legato al traffico illecito di rifiuti e alla gestione irregolare di un'azienda sottoposta a confisca. I giudici hanno confermato la condanna del figlio dell'imprenditore per associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti, avendo creato un'impresa individuale servente per eludere i divieti antimafia. È stata altresì ribadita la responsabilità per concorso esterno degli amministratori giudiziari che hanno consentito la prosecuzione delle attività illecite. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la condanna per peculato per le somme dotate di giustificazione contabile, limitandola a centodieci mila euro non documentati, ed ha annullato senza rinvio i reati di falso. Infine, è stata annullata con rinvio la posizione del manager della società acquirente, per difetto di prova sulla consapevolezza dell'illecita classificazione dei materiali.
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Ricorso per errore di fatto: la Cassazione conferma la condanna
Il Condannato ha proposto un ricorso per errore di fatto contro la decisione della Corte di Cassazione che ha confermato la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. La difesa sosteneva che i giudici avessero ignorato alcune testimonianze di collaboratori di giustizia sul passaggio di informazioni e pacchi vietati all'interno della struttura carceraria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La motivazione evidenzia che la difesa ha presentato censure generiche, limitandosi a rinviare ad allegati esterni senza spiegarne l'impatto decisivo. Inoltre, il quadro probatorio a carico dell'imputato appariva già solido e sorretto dalle dichiarazioni convergenti di cinque collaboratori. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misure di prevenzione e assoluzione: stop alla confisca di beni
La Corte di Cassazione ha annullato il decreto della Corte di Appello che aveva confermato la confisca dei beni a carico de Il Proposto e de I Familiari. Nonostante l'assoluzione irrevocabile del Proposto dal reato di associazione mafiosa, i giudici di merito avevano applicato le misure patrimoniali basandosi sugli stessi elementi e sulle medesime dichiarazioni ritenute inattendibili o generiche nel processo penale. La Suprema Corte ha chiarito le regole su misure di prevenzione e assoluzione. Il giudice della prevenzione possiede un'autonomia valutativa, ma non può fondare il giudizio di pericolosità sociale su fatti espressamente esclusi o smentiti dalla sentenza penale definitiva. Il provvedimento è stato annullato con rinvio per un nuovo esame della vicenda.
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Riparazione per ingiusta detenzione e reato già prescritto
L Imprenditore ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver patito quasi tre anni di custodia cautelare tra carcere e arresti domiciliari. La Corte di Cassazione aveva precedentemente annullato la condanna senza rinvio poiché il reato di concorso esterno in associazione criminale era già estinto per prescrizione prima dell emissione della misura cautelare. La Corte d Appello aveva inizialmente negato l indennizzo, sostenendo che l atteggiamento dell imprenditore avesse generato con dolo la falsa apparenza di colpevolezza. La Suprema Corte ha annullato questa decisione di rigetto. I giudici di legittimità hanno stabilito che la condotta del cittadino non può bloccare il risarcimento quando la misura cautelare è stata emessa per un reato già prescritto sulla base degli stessi elementi a disposizione del giudice. La causa ritorna ai giudici territoriali per il riesame.
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Bancarotta fraudolenta: condannati amministratori e consulente
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale a carico dei dirigenti di una società fallita, della legale rappresentante di un'azienda collegata e del loro consulente fiscale. Gli imputati avevano svuotato la società ormai insolvente concedendo gratuitamente in comodato i beni aziendali ad un'altra impresa di famiglia e pagando compensi sproporzionati al commercialista e all'amministratore di fatto. Inoltre, avevano iscritto in contabilità un debito fittizio di oltre quattrocentosettantamila euro per nascondere il dissesto. La Cassazione ha stabilito che la condanna del consulente professionale come concorrente esterno nel reato non viola i diritti di difesa, confermando l'illegittimità di tutte le operazioni compiute a danno dei creditori.
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Imprenditore colluso: tra patto mafioso e concorso esterno
La Corte di Cassazione ha affrontato la complessa distinzione tra partecipazione e concorso esterno per la figura dell'imprenditore colluso. I giudici di merito avevano condannato un fornitore edile per partecipazione mafiosa, accusandolo di aver monopolizzato commesse territoriali versando somme alla cosca locale. La difesa ha evidenziato come la motivazione descrivesse in realtà una cooperazione esterna di mero vantaggio economico, priva di reale inserimento organico nella gerarchia del clan. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando l'inconciliabile contraddizione tra il reato attribuito nel verdetto finale e i criteri motivazionali adoperati per sostenerlo. La Cassazione ha quindi annullato la condanna, disponendo un nuovo giudizio d'appello per accertare con precisione la reale natura del vincolo criminale.
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Vincolo della continuazione e clan: stop allo sconto di pena
Un condannato per associazione mafiosa ha richiesto il riconoscimento del vincolo della continuazione per unificare tre condanne definitive: partecipazione a un clan mafioso e traffico di droga, importazione di stupefacenti dall'estero e concorso esterno per avere mediato un conflitto tra fazioni rivali a distanza di quasi venti anni dall'affiliazione. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la domanda, escludendo l'unicità del disegno delittuoso a causa della distanza temporale, dei diversi complici e dell'occasionalità dell'intervento pacificatore. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, chiarendo che una condotta di vita dedita al crimine rappresenta una scelta esistenziale penalizzata dalla recidiva e non giustifica l'applicazione del trattamento di favore previsto per la continuazione dei reati.
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