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Concorso Esterno

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168 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Associazione di tipo mafioso: intercettazioni di terzi e arresto
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso per la sua presunta appartenenza a una nota cosca della 'ndrangheta. La difesa contestava l'utilizzabilità di vecchie dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e l'identificazione dell'indagato in alcune intercettazioni tra terzi. I giudici hanno chiarito che le vecchie dichiarazioni costituiscono la premessa storica della partecipazione del soggetto, mentre le intercettazioni ambientali, in cui l'indagato veniva espressamente chiamato con nome e cognome, ne confermano il ruolo attuale di garante nella spartizione dei proventi illeciti. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, ritenendo sussistenti i gravi indizi e le esigenze cautelari.
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Bancarotta fraudolenta distrattiva: da dipendente a condannata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di bancarotta fraudolenta distrattiva a carico di un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una società insolvente. L'imputata, pur figurando formalmente come semplice dipendente, gestiva ingenti somme di denaro "in nero" sottratte alla contabilità ufficiale e possedeva una procura institoria con ampi poteri. Inoltre, aveva costituito una nuova società concorrente finanziata con i proventi illeciti. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando che la gravità e la reiterazione delle condotte ostacolano la concessione della sospensione condizionale della pena, e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Esigenze cautelari e tempo: perché la condotta regolare non basta
L'Imputato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha richiesto la revoca o la modifica della misura dell'obbligo di dimora. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti (circa undici anni) e il comportamento corretto tenuto durante la misura avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per reati di stampo mafioso caratterizzati da una stabilità del vincolo associativo, il semplice decorso del tempo ha un valore neutro. Di conseguenza, la regolare osservanza delle prescrizioni e il passaggio degli anni non bastano, da soli, a dimostrare l'attenuazione delle esigenze cautelari, in assenza di elementi concreti che provino la fine della partecipazione all'associazione.
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Concorso esterno: quando la mediazione non basta per il carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa e di concorso esterno in associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di carburanti. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi relativi all'associazione mafiosa, confermando i gravi indizi di colpevolezza. Ha invece accolto il ricorso sul concorso esterno. I giudici hanno stabilito che la motivazione del Tribunale era del tutto assertiva, non avendo verificato l'effettiva intenzionalità della condotta di mediazione dell'Indagato né il suo reale impatto causale sul rafforzamento del sodalizio criminale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente al reato di concorso esterno, rinviando gli atti al Tribunale per un nuovo esame.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: no se l’affare sfuma
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'accusa si basava su una presunta mediazione commerciale tra una cosca calabrese e una multinazionale petrolifera per la fornitura di carburanti. La trattativa era però fallita senza produrre alcun accordo. I giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza cautelare con rinvio, stabilendo che per configurare il reato non basta una valutazione astratta della condotta. È invece necessario verificare, tramite un accertamento successivo (ex post), se l'attività dell'indagata abbia effettivamente rafforzato o conservato le capacità operative del sodalizio criminale, cosa che non può avvenire in presenza di semplici trattative preliminari rimaste prive di effetti concreti.
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Pericolosità sociale attuale: quando la salute non basta
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a consorterie mafiose. Il ricorrente contestava l'esistenza della pericolosità sociale attuale, evidenziando le proprie precarie condizioni di salute e la sostituzione della custodia in carcere con una misura meno afflittiva. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che, in tema di misure di prevenzione per indiziati di appartenenza a organizzazioni mafiose (anche nella forma del concorso esterno), la pericolosità sociale attuale si presume persistente, salvo prova contraria di una definitiva interruzione dei rapporti. La decisione impugnata è risultata quindi pienamente e autonomamente motivata.
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Associazione di tipo mafioso: condannato l’imprenditore del boss
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imprenditore edile per il reato di associazione di tipo mafioso. L'uomo, soprannominato la Volpe, fungeva da volto pulito del clan, reinvestendo capitali illeciti in attivita immobiliari lecite tra l'Italia e la Spagna. Inoltre, gestiva le comunicazioni del capo clan latitante e offriva consulenza legale e mediazione agli affiliati. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici rapporti di amicizia o, al massimo, di un concorso esterno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sistematica messa a disposizione delle proprie competenze professionali per gli interessi del sodalizio configura una partecipazione stabile e organica all'associazione, giustificando anche la confisca dei beni per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati.
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Concorso esterno in associazione mafiosa e trattative fallite
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la custodia cautelare in carcere per un mediatore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato contatti tra una cosca locale e un gruppo petrolifero estero. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che le trattative erano fallite e i contatti erano stati occasionali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, per configurare il concorso esterno in associazione mafiosa, il giudice non può limitarsi a una valutazione astratta delle trattative. È invece necessario verificare con un giudizio ex post se la condotta del professionista abbia effettivamente rafforzato o conservato le capacità operative del sodalizio criminoso. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Concorso esterno in associazione a delinquere: moglie condannata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti coinvolti in un gruppo dedito allo spaccio di cocaina. Il primo è stato condannato come partecipe dell'organizzazione, mentre la seconda, moglie del capo del gruppo all'epoca detenuto, è stata condannata per concorso esterno in associazione a delinquere. La donna aveva infatti acquistato una partita di droga per garantire la continuità operativa del sodalizio durante l'assenza del marito. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dalle difese, evidenziando che le intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia provano in modo logico e coerente la colpevolezza degli imputati. La decisione ribadisce la validità della doppia conforme di condanna quando le motivazioni dei giudici di merito si integrano perfettamente.
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Commercialista e clan: concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un professionista accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il soggetto, svolgendo l'attività di commercialista, fungeva da intermediario tra un'importante azienda di distribuzione alimentare e due cosche della 'ndrangheta. In cambio della gestione monopolistica dei trasporti da parte dei clan, il professionista otteneva l'incarico di curare la contabilità delle attività criminali, traendone un rilevante profitto economico e professionale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della difesa, ribadendo che il contributo del professionista, basato su un chiaro accordo di reciproco vantaggio (sinallagma), ha concretamente rafforzato l'operatività delle cosche sul territorio, giustificando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
L'Imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo le proprie aziende a disposizione di un clan criminale per riciclare denaro, impugna l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. La difesa evidenzia che l'indagato è detenuto dal 2013 e le sue società sono inattive dal 2014, escludendo l'attualità del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che la presunzione di esigenze cautelari può essere superata valutando il tempo trascorso e la condotta recente. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza e rinvia al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Associazione di tipo mafioso: il ruolo di prestanome in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un'indagata accusata di associazione di tipo mafioso e intestazione fittizia di beni. La donna fungeva da prestanome per il proprio partner, esponente di spicco di un clan, intestandosi una società di carburanti per sottrarla a possibili sequestri dello Stato. Inoltre, partecipava attivamente a riunioni operative del sodalizio criminale. La difesa sosteneva che la condotta derivasse solo dalla relazione sentimentale e che mancassero i presupposti per la misura carceraria. I giudici hanno invece ribadito che la stabile messa a disposizione dell'organizzazione configura la partecipazione al clan. Il ricorso è stato rigettato, confermando la legittimità della misura cautelare massima.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: carcere anche lontano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore accusato di estorsione aggravata e concorso esterno in associazione mafiosa. L'indagato, d'accordo con un clan locale, aveva costretto un concorrente, tramite violenze fisiche, a cedergli i contratti di trasporto con una grande azienda di spedizioni. La difesa sosteneva la natura consensuale del subentro e l'attenuazione delle esigenze cautelari dovuta al trasferimento dell'indagato in un'altra regione. I giudici di legittimità hanno confermato la custodia in carcere, rilevando che il trasferimento geografico non elimina il rischio di reiterazione del reato, poiché l'indagato opera ancora nello stesso settore e ha dimostrato una costante propensione a stringere patti con la criminalità organizzata per ottenere vantaggi commerciali.
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Reato continuato e mafia: no allo sconto se i fatti sono distanti
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra due condanne: la prima per concorso esterno in associazione mafiosa (commesso tra il 1998 e il 2004) e la seconda per partecipazione stabile allo stesso sodalizio (commesso nel 2016). La Corte d'appello ha respinto la richiesta a causa della notevole distanza temporale tra i fatti e della diversa natura delle condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che non si può applicare il reato continuato se manca un unico disegno criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vittima di estorsione e concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa inflitta a un imprenditore, precedentemente considerato vittima di estorsione. I giudici d'appello avevano ribaltato l'assoluzione di primo grado basandosi erroneamente sulla sentenza definitiva di un coimputato come prova vincolante, violando l'obbligo di motivazione rafforzata. Di conseguenza, esclusa l'aggravante mafiosa, i reati di detenzione armi sono stati dichiarati prescritti. È stata invece disposta la trasmissione degli atti per un nuovo giudizio d'appello limitatamente all'accusa di partecipazione al traffico di stupefacenti, a causa di gravi carenze nella valutazione dell'attendibilità dei collaboratori di giustizia.
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Giudicato cautelare: il carcere resta anche con nuovi verbali
L'Indagato, accusato di associazione di tipo mafioso e intestazione fittizia di beni, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto la presenza di elementi nuovi, tra cui le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, per superare il precedente diniego. Il Tribunale del Riesame ha rigettato l'appello, ritenendo che tali elementi non fossero realmente nuovi né decisivi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito il principio del giudicato cautelare: una volta che una misura cautelare è stata confermata e le impugnazioni sono esaurite, le stesse questioni non possono essere ridiscusse senza fatti nuovi e significativi, idonei a modificare il quadro indiziario o le esigenze di cautela. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere.
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Accesso abusivo a sistema informatico: da carabiniere a complice
Un appartenente alle forze dell'ordine, sfruttando le proprie credenziali di servizio, effettuava interrogazioni ingiustificate alla banca dati delle forze di polizia. Le informazioni ottenute venivano poi rivelate a esponenti di un clan mafioso locale, svelando l'esistenza di telecamere investigative. Successivamente, il soggetto, eletto vicesindaco, continuava a mostrare disponibilità verso la consorteria. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari, ribadendo che l'utilizzo delle credenziali per scopi estranei ai doveri d'ufficio integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, aggravato dal fine di agevolare l'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato.
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Associazione di tipo mafioso: fedeltà al clan e condanna certa
Un uomo è stato condannato per associazione di tipo mafioso per la sua appartenenza attiva a un clan camorristico. Secondo i giudici di merito, l'imputato svolgeva il ruolo di factotum e guardaspalle del reggente del clan, partecipando a riunioni e gestendo truffe assicurative per finanziare il sodalizio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la qualificazione del reato, chiedendo la derubricazione in concorso esterno e lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni provano la piena partecipazione dell'imputato all'associazione di tipo mafioso. Di conseguenza, la condanna è definitiva e il ricorrente deve pagare le spese processuali.
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Da avvocato a complice: concorso esterno in associazione mafiosa
Una professionista, figlia di un capoclan, è stata sottoposta agli arresti domiciliari per trasferimento fraudolento di valori e concorso esterno in associazione mafiosa. La donna aveva aiutato il padre a intestare fittiziamente a dei prestanome le quote di una società turistica per evitare sequestri. Successivamente, a causa di un'interdittiva antimafia, aveva intestato le quote a se stessa per proteggere il patrimonio di famiglia, usando anche minacce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che anche l'attività di un professionista, se supera i limiti della normale consulenza e si mette stabilmente a servizio del clan, configura il reato associativo.
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Custodia cautelare in carcere: rinvio se mancano prove concrete
Un ex dirigente comunale, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. L'indagato ha dimostrato di essersi dimesso dal ruolo pubblico, di essere stato licenziato e di essersi cancellato dall'albo professionale, azzerando il rischio di ripetere i reati legati al suo ufficio. Il Tribunale del Riesame ha negato la richiesta basandosi su ipotesi astratte di future consulenze illecite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che la custodia cautelare in carcere non può essere mantenuta sulla base di semplici congetture. I giudici devono valutare elementi concreti e attuali, soprattutto quando il legame con la pubblica amministrazione, che facilitava i reati, è stato definitivamente interrotto. Il caso è stato rinviato per una nuova decisione.
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