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Concorso Di Persone — Anno 2023

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199 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concorso Di Persone

Provvedimenti

Tentata rapina aggravata: quando l’appostamento costa la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di tentata rapina aggravata ai danni di un ufficio postale e per il furto aggravato di un'autovettura. Gli imputati sono stati sorpresi dalle forze dell'ordine nei pressi dell'ufficio postale con un'auto rubata con motore acceso, travisati, armati di coltello e privi di documenti e cellulari. La difesa sosteneva si trattasse di semplici atti preparatori non punibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la condotta aveva superato la soglia della semplice preparazione, configurando un tentativo punibile, poiché gli atti erano idonei e univocamente diretti a compiere la rapina, e che tutti i complici rispondono anche del furto dell'auto concordato per la fuga.
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Furto aggravato dalla destrezza: condannato anche chi non distrae
Una donna è stata condannata per furto aggravato dalla destrezza commesso all'interno di una gioielleria, in concorso con un complice. La difesa ha sostenuto l'insussistenza dell'aggravante, affermando che solo il complice avesse distratto la vittima e che la donna non avesse avuto un ruolo attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i filmati delle telecamere dimostrano chiaramente il contributo causale della donna nel reato, applicando le regole sul concorso di persone. Di conseguenza, la condanna è definitiva e la ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato omicidio: la fuga della vittima non salva il complice
Il Ricorrente è stato condannato per concorso in tentato omicidio ai danni de La Vittima. Il fatto trae origine da una spedizione punitiva in cui La Vittima è stata attirata in un casolare e violentemente pestata dal gruppo, con l'uso anche di armi da taglio e da fuoco. Il Ricorrente ha partecipato attivamente al pestaggio iniziale, ma è rimasto paralizzato nella fase finale, quando La Vittima è riuscita a fuggire. La difesa sosteneva la desistenza volontaria o il concorso anomalo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a sette anni di reclusione. La Corte ha stabilito che il tentato omicidio si era già consumato durante il feroce pestaggio e che la successiva inattività del Ricorrente non costituisce desistenza volontaria, poiché l'azione idonea era già compiuta.
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Amministratore di fatto: la condanna nonostante il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti di un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una societa fallita. L'imputato contestava tale qualifica, sostenendo di non aver gestito direttamente i rapporti con clienti e fornitori. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la figura di amministratore di fatto si desume da una valutazione globale di elementi concreti, come la presenza costante nei locali aziendali, la gestione dei flussi finanziari e l'inesperienza del prestanome. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, vede confermata la condanna penale e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Scommesse clandestine: il gestore di fatto non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del gestore di fatto di un locale commerciale, condannato per concorso nell'attività di scommesse clandestine. L'imputato gestiva la raccolta di giocate telematiche per conto di un allibratore estero privo di concessione governativa e di licenza di pubblica sicurezza. Sebbene la titolare formale dell'attività fosse la moglie, la presenza attiva dell'uomo nei locali e la sua padronanza nella conduzione dell'attività hanno dimostrato il suo pieno coinvolgimento materiale e psicologico nel reato. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice di legittimità non può rivalutare le prove se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. Inoltre, i motivi nuovi presentati dal ricorrente sul trattamento sanzionatorio sono stati ritenuti inammissibili perché non collegati ai motivi del ricorso principale.
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Associazione per delinquere: la fuga in auto costa la condanna
Quattro imputati sono stati condannati per diversi furti in abitazione e per aver ferito un carabiniere durante la fuga in auto. La difesa ha sostenuto che non vi fosse un'associazione per delinquere, bensì un semplice concorso di persone in reati continuati, e che mancasse un accordo preventivo per la resistenza al pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno confermato l'esistenza del sodalizio criminale, evidenziando la presenza di una cassa comune, di un modus operandi organizzato e di sopralluoghi preventivi. Inoltre, la Corte ha ribadito che per il concorso nella resistenza è sufficiente un'intesa istantanea e spontanea nata durante la fuga, senza necessità di un previo accordo. Gli imputati perdono la causa e devono pagare le spese processuali e i danni alla parte civile.
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Associazione a delinquere: quando la famiglia diventa un clan
Una complessa rete familiare dedita a furti in abitazione e truffe ad anziani è stata condannata per il reato di associazione a delinquere. I membri del gruppo sostenevano che i loro reati fossero frutto di accordi occasionali facilitati dai legami di parentela, configurando un semplice concorso di persone. La Corte di Cassazione ha invece confermato la sussistenza dell'associazione a delinquere, stabilendo che il vincolo familiare non esclude la consorteria criminale, ma anzi ne accresce la pericolosità e l'affidabilità interna. La Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei condannati, confermando le pene inflitte nei precedenti gradi di giudizio e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: non basta fare solo l’autista
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che il semplice accompagnamento del corriere della droga, senza partecipazione materiale agli scambi di cocaina o denaro, non potesse configurare una responsabilità penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le prove, come intercettazioni e tracciamenti GPS, dimostravano un ruolo attivo dell'indagato, impegnato a nascondere e contare il denaro provento dello spaccio, nonché a confezionare la droga. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la misura cautelare e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Aggravante del metodo mafioso: condannati anche i complici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per lesioni e minacce aggravate. Il Primo Imputato contestava l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, ma i giudici hanno confermato che l'azione intimidatoria ha richiamato le regole tipiche dei clan camorristici per il controllo del territorio. Il Complice contestava invece il concorso di persone nel reato e il mancato riconoscimento della minima importanza della sua condotta. La Suprema Corte ha ribadito che il suo contributo è stato rilevante e ha confermato il diniego delle attenuanti generiche. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna per furto e inammissibilità del ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato in concorso a carico di un cittadino. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando che i giudici d'appello avessero confermato la condanna basandosi sulle stesse prove del primo grado, ritenute contraddittorie. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati riguardavano valutazioni di fatto e non violazioni di legge. La Cassazione non può riesaminare le prove o proporre letture alternative dei fatti se la ricostruzione dei giudici di merito è logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lesioni personali aggravate: condanna anche senza usare l’arma
Un gruppo di circa venti persone ha aggredito violentemente la vittima all'interno di un bar utilizzando dei bastoni. L'Imputato è stato condannato per il reato di lesioni personali aggravate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna d'appello. I giudici hanno chiarito che l'aggravante dell'uso di armi si estende a tutti i partecipanti all'aggressione di gruppo, anche se non è stato accertato chi abbia materialmente colpito la vittima con il bastone. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in concorso: la recidiva cancella ogni sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto in concorso. I ricorrenti contestavano l'applicazione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche e della minima partecipazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo la recidiva giustificata dai numerosi precedenti penali e dalla pericolosità sociale. Il diniego delle attenuanti è stato giudicato legittimo in base alla particolare insidiosità della condotta e alla professionalità dimostrata nel reato. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Richiesta di revisione: il perdono non cancella la condanna
Il Condannato, ritenuto responsabile di concorso in omicidio preterintenzionale per aver bloccato la vittima durante un'aggressione mortale, ha proposto una richiesta di revisione contro la condanna definitiva. A sostegno della domanda, ha presentato il perdono dei familiari della vittima e alcune dichiarazioni di terzi che riferivano la sua estraneità al calcio letale, appresa però dallo stesso condannato. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, stabilendo che le nuove prove non hanno alcuna idoneità a ribaltare la condanna. Il perdono non ha valore probatorio e le testimonianze indirette non escludono la sua partecipazione attiva all'aggressione. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Speronare la polizia è rapina impropria: condannati i complici
Quattro soggetti, dopo aver commesso alcuni furti, hanno tentato la fuga a bordo di un'auto. Accerchiati dalle forze dell'ordine, il conducente ha speronato una pattuglia per aprirsi un varco, mentre i passeggeri sono poi fuggiti a piedi insieme a lui, guadando persino un fiume. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina impropria. I giudici hanno stabilito che speronare un'auto con persone a bordo costituisce violenza alla persona, poiché il veicolo e i suoi occupanti formano un tutt'uno inscindibile. Inoltre, la fuga comune dimostra la piena condivisione del piano criminoso da parte dei passeggeri. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata: la vendetta d’amore costa la condanna
Due uomini aggrediscono brutalmente la vittima per una ritorsione sentimentale. Durante il pestaggio, la vittima tenta di fuggire con la propria auto, ma gli aggressori glielo impediscono: uno lo trattiene con violenza e l'altro si impossessa del veicolo, fuggendo. Gli imputati sostengono che si sia trattato di una semplice vendetta personale e non di una rapina aggravata, mancando il fine di lucro. La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi, confermando la condanna per rapina aggravata. I giudici chiariscono che l'ingiusto profitto, elemento costitutivo del reato, non deve essere necessariamente economico, ma può consistere anche in un vantaggio morale o in una soddisfazione personale, come la vendetta. Inoltre, per il concorso di persone non serve un accordo preventivo, bastando un'intesa spontanea durante l'azione.
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Sequestro preventivo per equivalente: risponde anche il singolo
Il Tribunale di Palermo ha confermato il sequestro preventivo per equivalente sui beni personali di un indagato per truffa aggravata in concorso. La difesa sosteneva che la Guardia di Finanza dovesse prima aggredire interamente i beni della società coinvolta prima di colpire il patrimonio personale del singolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in caso di concorso di persone nel reato, si applica il principio solidaristico. Di conseguenza, il sequestro può colpire indifferentemente ciascun concorrente per l'intero profitto accertato, a prescindere dalla quota effettivamente incamerata da ciascuno, purché il valore totale non superi il profitto complessivo del reato. L'indagato perde il ricorso e i suoi beni restano sotto sequestro.
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Pedinamento e tentata rapina aggravata: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per il reato di tentata rapina aggravata in concorso. L'indagato sosteneva che il pedinamento della vittima costituisse solo una fase preparatoria non punibile e contestava la competenza del Tribunale di Bari. I giudici hanno invece stabilito che l'attività di monitoraggio e inseguimento, inserita in un piano criminoso unitario poi interrotto dalle forze dell'ordine, integra pienamente gli estremi del tentativo punibile. La competenza territoriale spetta al giudice del luogo in cui l'azione unitaria è stata interrotta, confermando così la legittimità della misura cautelare applicata.
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Concorso in omicidio: condannata la custode del kalashnikov
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per concorso in omicidio premeditato e porto illegale di armi, aggravati dal metodo mafioso. L'imputata, definita "La Custode", aveva conservato il kalashnikov usato per il delitto e monitorato i movimenti della vittima, comunicandoli tramite messaggi criptici agli organizzatori del clan. Successivamente, aveva consegnato l'arma a un intermediario che l'aveva depositata presso un complice, dove i killer l'avevano prelevata. I giudici hanno ritenuto che la condotta della donna costituisca un pieno concorso in omicidio, poiché la sua attività di controllo e la custodia dell'arma sono state fondamentali per la pianificazione e l'esecuzione dell'agguato. Il ricorso della difesa è stato rigettato, confermando la responsabilità penale e la condanna al pagamento delle spese processuali.
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Omicidio volontario premeditato: la trappola del debito svelata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due uomini accusati di omicidio volontario premeditato, occultamento di cadavere e porto abusivo d'armi. La vicenda nasce dal mancato pagamento di un debito di droga di circa 300.000 euro contratto da uno dei condannati verso la vittima. I due complici hanno attirato la vittima in una trappola, conducendola dal Veneto alla Lombardia con il pretesto di saldare il debito, per poi ucciderla e nasconderne il corpo in un bosco. La difesa sosteneva l'assenza di premeditazione e una presunta confusione nell'uso delle prove dovuta alla riunione di procedimenti con riti diversi (ordinario e abbreviato). La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la pianificazione della trappola dimostra la premeditazione e che l'uso separato delle prove per ciascun imputato esclude ogni vizio procedurale. I ricorrenti perdono e devono pagare le spese.
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