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Coltivazione Di Stupefacenti

64 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Coltivazione di stupefacenti tra uso terapeutico e spaccio
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo condannato per coltivazione di stupefacenti e detenzione illecita. Le autorità avevano sequestrato diciotto piante di marijuana dentro una serra dotata di lampade al neon, trasformatori e ventilatori, oltre a 872 grammi di sostanza idonei a produrre oltre 2.500 dosi. L'imputato sosteneva di produrre la sostanza per uso terapeutico e personale, chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze e confermato la condanna. L'elevato quantitativo di droga, le tecniche sofisticate di coltura e la disponibilità di fogli di cellophane per il confezionamento escludono l'uso meramente individuale, attestando una concreta destinazione allo spaccio.
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Coltivazione di Stupefacenti: Nullità Procedurale non Salva dalla Condanna
Un individuo è stato condannato per coltivazione di stupefacenti, avendo piantato 30 esemplari di cannabis. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'inutilizzabilità delle prove per vizi nella campionatura e chiedendo la riqualificazione del fatto come lieve entità. Ha inoltre invocato la prescrizione del reato e il riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la nullità della campionatura non rende inutilizzabile la prova della coltivazione di stupefacenti, se le piante sono idonee a produrre droga. La lieve entità è stata esclusa per la professionalità della coltivazione. Le attenuanti generiche sono state negate per precedenti penali. La prescrizione non era maturata.
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Coltivazione di stupefacenti: lieve entità ma pena sopra i minimi
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per il reato di coltivazione di stupefacenti, dopo il sequestro di oltre sei chilogrammi di marijuana tra prodotto confezionato e foglie in fase di essiccazione. Nonostante la riqualificazione della condotta nell'ipotesi di lieve entità, i giudici di merito hanno quantificato una pena base superiore al minimo edittale a causa del rilevante peso della sostanza e hanno revocato la sospensione condizionale della pena. L'imputato ha impugnato la decisione proponendo motivi generici e ripetitivi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile, confermando la piena validità della sanzione inflitta e condannando il ricorrente al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Coltivazione di stupefacenti: condanna confermata anche con 3 piante
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di coltivazione di stupefacenti e per la detenzione illecita di marijuana e hashish. L'imputato sosteneva che la presenza di sole tre piante di cannabis, unitamente a un certificato medico, dimostrasse la destinazione del prodotto a un uso personale terapeutico. Tuttavia, i giudici hanno escluso la natura rudimentale dell'attività a causa della presenza di una serra professionale, sistemi di illuminazione e termoregolazione, undici flaconi di fertilizzante e 290 grammi di prodotto già essiccato. Unitamente alla disponibilità di bilancini e contanti, tali elementi hanno attestato un'attività strutturata e non una modesta condotta domestica. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, confermando la pena e il diniego della particolare tenuità del fatto.
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Coltivazione stupefacenti: 134 piante non sono per uso domestico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per coltivazione di stupefacenti, nello specifico 134 piante di marijuana. L'imputato sosteneva che la coltivazione fosse di carattere domestico e per uso personale. Tuttavia, la Corte ha confermato la condanna, ribadendo che la quantità e le caratteristiche delle piante escludevano tale finalità, non potendo ricondurre il fatto a un consumo limitato e personale. La decisione ha quindi confermato la responsabilità penale dell'individuo.
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Coltivazione di stupefacenti: uso personale o spaccio punibile
Un uomo coltivava nella propria abitazione sei piante di cannabis alte circa due metri e deteneva rami essiccati con marijuana. La difesa ha invocato l'uso personale e la mancanza di offensività, chiedendo la non punibilità. Tuttavia, le indagini telefoniche hanno dimostrato cessioni continuative a terzi acquirenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per coltivazione di stupefacenti di lieve entità. I giudici hanno chiarito che la coltivazione domestica non costituisce reato solo se minima e rudimentale, senza alcun legame con il mercato dello spaccio. L'abitualità dello spaccio ha escluso anche la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese legali.
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Coltivazione di stupefacenti e furto: Cassazione conferma la condanna
Un imputato è stato condannato per la coltivazione di stupefacenti, con 502 piante di cannabis, e per furto aggravato di energia elettrica, avendo allacciato abusivamente la sua piantagione alla rete. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo l'estraneità ai fatti, l'illogicità della motivazione sul furto e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le prove indiziarie fossero gravi e concordanti, che la motivazione sul furto fosse logica e che la negazione delle attenuanti fosse giustificata dalla pericolosità sociale del ricorrente e dai suoi precedenti penali, anche se risalenti.
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Coltivazione di stupefacenti: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per il reato di coltivazione di stupefacenti. L'uomo aveva coltivato oltre 80 piante di marijuana, alcune alte 2,5 metri. Aveva sostenuto che la coltivazione fosse per uso personale, giustificata da prescrizioni mediche. La Corte d'Appello aveva già escluso l'ipotesi di lieve entità, considerando la quantità e la qualità delle piante. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'ampiezza della coltivazione non era compatibile con l'uso esclusivamente personale, nonostante le condizioni di salute del ricorrente.
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Coltivazione di stupefacenti: tra uso privato e reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci mesi e venti giorni di reclusione per un imputato accusato del reato di coltivazione di stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto tredici piante di canapa indiana nel giardino di sua proprietà, dalle quali era ricavabile un quantitativo pari a circa centonovantadue dosi di principio attivo. La difesa chiedeva di qualificare il fatto come coltivazione domestica per uso personale o come fatto di lieve entità. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che il numero di piante e la potenziale produzione escludono l'uso puramente personale e l'offensività minima.
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Coltivazione di stupefacenti tra uso personale e maxi condanna
Un imputato è stato condannato per il reato di coltivazione di stupefacenti dopo il sequestro di oltre duemila piante di cannabis, per un totale di 86 chili e più di due chili di principio attivo puro. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione invocando l'uso personale, la carenza di offensività e l'insussistenza dell'aggravante dell'ingente quantità, oltre a censurare il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile. Il reato si configura a prescindere dal principio attivo presente al momento del controllo, purché la pianta appartenga alla specie botanica vietata e sia idonea a maturare. La Corte ha confermato la condanna, l'aggravante e ha sanzionato il ricorrente con tremila euro da versare alla Cassa delle Ammende.
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Coltivazione di stupefacenti: condanna certa anche senza analisi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per due soggetti responsabili di coltivazione di stupefacenti (378 piante di cannabis) e furto aggravato di energia elettrica. La difesa sosteneva che, dichiarati inutilizzabili gli esami chimici sulle piante, mancasse la prova della capacità drogante della piantagione. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di stupefacenti è punibile anche senza analisi di laboratorio se la conformità botanica, la dimensione della serra e l'uso di strumenti professionali dimostrano l'idoneità delle piante a produrre droga. È stata esclusa la lieve entità del fatto a causa della struttura professionale e dell'allaccio abusivo alla rete elettrica.
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Coltivazione di stupefacenti: solo 7 piante ma l’orto e reato
Il Tribunale del Riesame ha confermato l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per un soggetto accusato di coltivazione di stupefacenti. La difesa sosteneva che la coltivazione di sette piante di marijuana fosse destinata all'uso personale e quindi priva di rilevanza penale come coltivazione domestica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'attivita non puo considerarsi domestica poiche avveniva in un campo aperto con l'ausilio di un sistema di irrigazione e fertilizzanti. Tali modalita configurano una coltivazione tecnico-agraria finalizzata a massimizzare la produzione, escludendo l'esclusivo uso personale e confermando la rilevanza penale della condotta.
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Coltivazione di stupefacenti: uso personale o reato?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti nei confronti di un uomo che coltivava ventiquattro piante di marijuana nel giardino di una casa abbandonata. La difesa contestava le modalità di campionamento eseguite dalla ASL su soli sei esemplari e sosteneva l'uso personale della piantagione. I giudici hanno stabilito che il campionamento per tipologia omogenea è corretto e che i risultati possono essere estesi all'intero gruppo. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la scriminante della coltivazione domestica di minime dimensioni, poiché il raccolto avrebbe consentito di ricavare ben 946 dosi singole di principio attivo. Tale quantità supera ampiamente la soglia dell'uso personale, rendendo la condotta penalmente rilevante. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Coltivazione di stupefacenti: l’uso personale cede alle piante giganti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti a carico di un uomo sorpreso in un'area recintata con 18 piante di canapa indiana mature e 10 piantine ancora in vasetto. La difesa sosteneva che le piante mature non fossero sue e che quelle in vasetto fossero destinate all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la coltivazione di 18 piante mature con infiorescenze non può considerarsi domestica o per uso personale, data la quantità e la capacità drogante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Coltivazione di stupefacenti: condannato anche chi vende soltanto
Quattro imputati sono stati condannati per la coltivazione di stupefacenti (migliaia di piante di cannabis) e spaccio. Uno di essi ha fatto ricorso sostenendo di essersi occupato solo della vendita finale e non della coltivazione diretta. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando che chi partecipa stabilmente alla fase finale di distribuzione e commercializzazione fornisce un contributo causale decisivo all'intera filiera produttiva, rispondendo così del reato di coltivazione di stupefacenti. La Corte ha inoltre confermato l'aggravante dell'ingente quantità, calcolata sulla base delle dosi potenzialmente ricavabili, e la legittimità della confisca del denaro contante trovato nelle abitazioni dei condannati, ritenuto provento dell'attività illecita.
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Coltivazione di stupefacenti: il cellulare perso incastra il reo
Il caso riguarda la condanna di un uomo per coltivazione di stupefacenti (ingenti quantità di marijuana), resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L'imputato era fuggito da un capannone adibito a serra dopo aver colpito un agente, lasciando sul posto il proprio cellulare. La difesa sosteneva uno scambio fortuito di telefono con un complice e un errore di identificazione iniziale. La Corte d'Appello ha escluso l'attenuante della minima partecipazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità. Ha invece accolto parzialmente il ricorso del Procuratore Generale: i giudici d'appello avevano calcolato l'aumento per l'aggravante dell'ingente quantità sotto i limiti di legge. La Cassazione ha rideterminato direttamente la pena finale a tre anni e due mesi di reclusione e 9.600 euro di multa.
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Coltivazione di stupefacenti: cento piante e nessuna attenuante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per coltivazione di stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e la quantificazione della pena. I giudici di legittimità hanno chiarito che la coltivazione di oltre cento piantine di marijuana esclude automaticamente la particolare tenuità del reato. Inoltre, la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se adeguatamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Coltivazione di stupefacenti: la serra in casa costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la coltivazione di stupefacenti. L'uomo deteneva cinque piante di cannabis e oltre trenta grammi di marijuana in essiccazione all'interno di un armadio attrezzato con lampade e fertilizzanti, oltre a bilancini di precisione. La difesa sosteneva l'uso esclusivamente personale e la natura domestica della coltivazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la rilevanza penale della condotta. L'attrezzatura professionale utilizzata e il quantitativo di dosi ricavabili, pari a circa 350, escludono la tesi del consumo personale, configurando un potenziale spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: condotta prolungata e niente sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per coltivazione di stupefacenti. L'imputato, pur avendo ammesso il fatto, chiedeva il riconoscimento della lieve entità. I giudici hanno stabilito che la protrazione nel tempo dell'attività esclude la minore gravità del fatto e giustifica una pena superiore al minimo editale. La Cassazione ha ribadito l'impossibilità di rivalutare i fatti in sede di legittimità, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: reato anche in casolare abbandonato
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria per un uomo sorpreso a irrigare 44 piante di marijuana in un casolare abbandonato. L'indagato contestava la proprietà del terreno e l'assenza di prove sulla destinazione della droga a terzi. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di stupefacenti si configura quando l'attività non ha i requisiti della coltivazione domestica rudimentale per uso personale. Inoltre, le minacce rivolte agli agenti durante l'intervento integrano il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorso è stato rigettato, confermando la legittimità delle misure cautelari applicate.
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