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Codatorialità

35 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Si verifica quando più aziende, pur essendo formalmente distinte, agiscono come un unico datore di lavoro nei confronti dei dipendenti, condividendo la gestione e l'organizzazione del lavoro.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Licenziamento nullo: il “centro unico di imputazione di interessi” vince
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di reintegrare un lavoratore licenziato da un'Azienda Alberghiera. Il licenziamento era stato motivato dalla dismissione dell'attività, ma i giudici hanno accertato l'esistenza di un **centro unico di imputazione di interessi** tra l'Azienda Alberghiera e altre due società, gestite dallo stesso amministratore e con attività strettamente integrate. Questo ha rivelato un appalto di servizi illecito, finalizzato a eludere le tutele del lavoro. La Cassazione ha ribadito che, in presenza di tale unicità aziendale, il licenziamento per motivo oggettivo è ingiustificato. Il Lavoratore ha diritto alla reintegrazione e al risarcimento, con le spese legali a carico dell'Azienda di Condizionamento.
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Licenziamento collettivo: recesso nullo per gruppo aziendale
Una lavoratrice ha impugnato il recesso subito nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo attivata esclusivamente dalla propria azienda formale. I giudici di merito hanno accertato la sussistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra l'azienda formale e un'altra società collegata del medesimo gruppo. Di conseguenza, la selezione dei lavoratori da licenziare doveva riguardare l'organico di entrambe le società e non solo quello della singola impresa datorialmente formale. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ordinando la reintegrazione e il pagamento del risarcimento nel limite di dodici mensilità. I giudici hanno chiarito che i guadagni ottenuti da altri lavori non riducono la misura massima del risarcimento se le retribuzioni perse superano ampiamente tale tetto.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude il gruppo
Un dipendente ha impugnato il licenziamento subito nell'ambito di una procedura avviata dalla propria datrice di lavoro formale. I giudici hanno accertato che l'azienda formale e un'altra società del medesimo gruppo integravano un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Pertanto, la selezione del personale in esubero doveva riguardare tutti i lavoratori delle due società e non solo quelli dell'azienda formale. L'Azienda ha ricorso in Cassazione contestando l'estensione della platea e il calcolo delle indennità risarcitorie. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'illegittimità del licenziamento collettivo per violazione dei criteri di scelta ed evidenziando che l'aliunde perceptum va detratto dai danni effettivi prima di applicare il tetto massimo delle dodici mensilità. Il Lavoratore ottiene la conferma del diritto alla reintegra e al risarcimento.
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Licenziamento illegittimo: l’azienda rinuncia, ma paga le spese legali
Una lavoratrice ha subito un licenziamento illegittimo da parte di un'azienda in liquidazione. I giudici di merito hanno riconosciuto la codatorialità tra l'azienda e un'altra società del gruppo, ordinando la reintegrazione della lavoratrice e un'indennità risarcitoria. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo l'autonomia delle due entità e contestando l'indennità. Tuttavia, ha poi rinunciato al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo e ha condannato l'azienda al pagamento delle spese legali, applicando il principio della soccombenza virtuale e confermando implicitamente la configurabilità di un unico soggetto datoriale e la non detraibilità dell'aliunde perceptum per il licenziamento illegittimo.
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Licenziamento collettivo: due società e un solo datore reale
Un lavoratore ha impugnato il proprio licenziamento collettivo avviato da una compagnia aerea. I giudici hanno accertato che la società datrice di lavoro formale e un'altra azienda collegata costituivano un unico centro di imputazione di interessi e un'unica struttura aziendale. Di conseguenza, la selezione degli esuberi per il licenziamento collettivo doveva considerare la platea complessiva dei dipendenti di entrambe le società, non solo di quella formale. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso, ordinando la reintegrazione del dipendente e il pagamento di un'indennità risarcitoria. Il risarcimento è stato calcolato fino a un massimo di dodici mensilità, tenendo conto di quanto eventualmente percepito per altre attività lavorative svolte nel periodo di estromissione. Il ricorso delle società è stato integralmente rigettato.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude la collegata
Un dipendente ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla propria azienda. Il lavoratore ha sostenuto che la procedura doveva coinvolgere anche i dipendenti di una società collegata. Le due aziende gestivano infatti l'attività come un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso. I giudici hanno accertato la sostanziale unicità della struttura aziendale. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da selezionare per il licenziamento collettivo doveva comprendere l'organico di entrambe le società. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso delle aziende. La decisione ha confermato la reintegrazione del lavoratore e la condanna al risarcimento del danno.
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Licenziamento collettivo nel gruppo: la Cassazione tutela la dipendente
Un gruppo aziendale del settore aereo ha avviato una procedura di licenziamento collettivo riducendo l'organico soltanto all'interno della società madre formalmente datrice di lavoro. La Lavoratrice ha impugnato il recesso sostenendo l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro con un'altra società consociata. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della procedura. Quando più imprese collegate costituiscono un'unica struttura organizzativa e decisionale, la comparazione dei dipendenti in esubero deve riguardare la totalità del personale di tutte le società coinvolte. I giudici hanno quindi confermato il diritto della Lavoratrice alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno, respingendo il ricorso aziendale.
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Licenziamento collettivo: la forma societaria cede alla realtà
Il Lavoratore ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla sua formale datrice di lavoro, una compagnia aerea. I giudici di merito hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra questa e un'altra società del gruppo, dichiarando illegittimo il recesso perché la platea dei lavoratori da licenziare non aveva incluso i dipendenti di entrambe le aziende. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società, confermando che, in presenza di un'unica struttura aziendale, la procedura di licenziamento collettivo deve coinvolgere tutti i lavoratori del gruppo. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'aliunde perceptum (i guadagni ottenuti altrove dal lavoratore) deve essere provato dal datore di lavoro e va detratto dal danno complessivo prima di applicare il tetto massimo delle dodici mensilità risarcitorie.
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Licenziamento collettivo: due aziende distinte, un solo datore
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento intimato a una lavoratrice nell'ambito di una procedura di mobilità. I giudici hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra due compagnie aeree formalmente distinte, ma integrate a livello gestionale e operativo. Di conseguenza, la platea dei dipendenti da considerare per gli esuberi doveva comprendere il personale di entrambe le società. Il licenziamento collettivo è stato quindi dichiarato illegittimo per la violazione dei criteri di scelta. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che spetta al datore di lavoro provare i guadagni alternativi percepiti dal dipendente (aliunde perceptum) per ridurne il risarcimento, il quale non può comunque superare le dodici mensilità. Vince la lavoratrice, che ottiene la reintegrazione e il risarcimento del danno.
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Licenziamento per giusta causa: stop ai benefit non autorizzati
Un dirigente responsabile delle risorse umane è stato licenziato per giusta causa dopo aver assegnato a se stesso e ad altri colleghi un contributo per l'auto non dovuto, e aver inserito la sorella e la nipote tra i beneficiari dell'assicurazione sanitaria aziendale. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento sostenendo l'esistenza di una prassi aziendale permissiva e la tardività della contestazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità del licenziamento per giusta causa. I giudici hanno evidenziato la gravità delle condotte, accentuate dal ruolo di vertice del dipendente, e hanno escluso che il tempo trascorso tra i fatti e la contestazione fosse eccessivo. Il Lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Prescrizione contributi previdenziali: subordinazione sì, ma debiti salvi
Una Professionista ha svolto attività di funzionario dal 2009 al 2021 per un'Associazione e una Società di servizi collegata. I giudici di merito hanno accertato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato unico in regime di codatorialità, riscontrando un'assoluta integrazione organizzativa e l'eterodirezione della lavoratrice. La Corte d'Appello ha escluso la prescrizione dei contributi previdenziali ritenendo che decorresse solo dalla cessazione del rapporto. La Cassazione, accogliendo il ricorso delle aziende sul punto, ha stabilito che la prescrizione contributi previdenziali è sottratta alla disponibilità delle parti e decorre giorno per giorno dalla scadenza del termine di pagamento di ciascun mese (giorno 21 del mese successivo a quello di maturazione della retribuzione), e non dalla sentenza di accertamento. La causa viene rinviata per una nuova valutazione.
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Responsabilità solidale negli appalti: salvo il trasporto
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda di trasporti il pagamento di contributi non versati da un'impresa terza, invocando la responsabilità solidale negli appalti. L'Ente sosteneva che l'accordo tra le società costituisse un appalto di servizi. La Corte di Cassazione ha invece confermato che il rapporto tra le parti era un semplice contratto di trasporto, escludendo qualsiasi ingerenza o coordinamento organizzativo sui lavoratori. Di conseguenza, la Corte ha stabilito che la responsabilità solidale negli appalti non si applica al contratto di trasporto, in quanto quest'ultimo non è assimilabile all'appalto. L'Azienda di trasporti ha quindi vinto la causa e l'Ente Previdenziale è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Licenziamento Orale Non Provato: Lavoratore Perde Contro l’Azienda
Un lavoratore ha citato in giudizio tre società collegate, sostenendo di essere un loro dipendente e di aver subito un licenziamento orale. Chiedeva il riconoscimento del rapporto di lavoro, la nullità del recesso e la reintegrazione. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la decisione dei giudici precedenti. Il motivo è la mancata prova del licenziamento orale. Applicando il principio della 'ragione più liquida', la Corte ha stabilito che, senza la prova dell'atto espulsivo, diventa inutile esaminare le altre questioni, come la natura del rapporto di lavoro. L'onere di dimostrare il licenziamento verbale spettava interamente al lavoratore, che non è riuscito a fornirla.
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Codatorialità: Amministratore Paga i Debiti dell’Azienda
Un lavoratore ha citato in giudizio due società e il loro amministratore, rivendicando crediti lavorativi. I giudici di merito hanno accertato la codatorialità, riconoscendo un unico centro di imputazione di interessi e condannando tutti i soggetti, in solido, al pagamento di oltre 28.000 euro per TFR, straordinari e preavviso. L'amministratore ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di non dover rispondere personalmente dei debiti aziendali. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: la responsabilità personale dell'amministratore era già stata accertata in primo grado e non era stata specificamente contestata in appello. Di conseguenza, su tale punto si è formato il giudicato interno, rendendo l'eccezione inammissibile.
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Codatorialità e lavoro: la guida alla sentenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due società contro una sentenza che riconosceva la codatorialità in un rapporto di lavoro subordinato. Una lavoratrice aveva ottenuto in appello il riconoscimento di un inquadramento superiore e il pagamento di differenze retributive in solido tra le due imprese. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano formulati in modo promiscuo, mescolando vizi di violazione di legge e difetti di motivazione, e tentavano impropriamente di ottenere un nuovo esame dei fatti, precluso in sede di legittimità.
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Codatorialità: i diritti nei gruppi d’impresa
La Corte di Cassazione ha stabilito che la **codatorialità** all'interno di un gruppo di imprese permette al lavoratore di agire contro più società se queste esercitano congiuntamente i poteri datoriali. Nel caso analizzato, una dipendente di una società di servizi operante per un grande gruppo logistico aveva chiesto il riconoscimento del rapporto di lavoro con la capogruppo. La Suprema Corte ha chiarito che un precedente accertamento contro il solo datore formale non impedisce di richiedere la responsabilità solidale delle altre società del gruppo, valorizzando il principio di effettività del rapporto lavorativo.
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Codatorialità: i diritti nei gruppi d’impresa
Una lavoratrice ha richiesto l'accertamento della codatorialità tra diverse società di un gruppo, sostenendo l'esistenza di un unico centro di interessi. Nonostante avesse già ottenuto una sentenza di reintegra contro il datore di lavoro formale, la Cassazione ha stabilito che tale provvedimento non preclude l'azione verso le altre società del gruppo. La Corte ha chiarito che la codatorialità si configura quando più soggetti esercitano poteri datoriali e condividono la prestazione lavorativa per un interesse comune, rendendo tutti i soggetti responsabili in solido.
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Codatorialità: licenziamento illegittimo nel gruppo
Il Tribunale di Milano ha riconosciuto la sussistenza di un rapporto di codatorialità tra una società italiana e la sua controllante estera. Di conseguenza, ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un dipendente perché l'azienda non ha provato l'impossibilità di ricollocarlo in una delle due società del gruppo, condannandola al risarcimento del danno.
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Collegamento societario: prova insufficiente, ricorso out
Un lavoratore edile ha perso in Cassazione il ricorso per il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro con due imprese. La Corte ha stabilito che, in assenza di prove concrete sul collegamento societario e sulla continuità della prestazione, la domanda va respinta. L'appello è inammissibile se chiede solo una nuova valutazione dei fatti già esaminati nei gradi di merito.
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Codatorialità: unico datore in un gruppo di imprese
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che ha riconosciuto l'esistenza di un unico rapporto di lavoro (codatorialità) tra un dipendente e più società di un gruppo. Anche se il lavoratore era formalmente assunto da una sola azienda, l'ingerenza e il coordinamento delle altre hanno portato a considerarle tutte co-datrici di lavoro, con obbligo solidale di reintegrazione. L'ordinanza chiarisce che una precedente azione contro il solo datore formale per licenziamento illegittimo non preclude l'accertamento della codatorialità.
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