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Coartare

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Costringere la volontà di una persona con l'uso della forza o della minaccia, obbligandola a fare o non fare qualcosa contro il suo volere.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Oltraggio a pubblico ufficiale: reato anche per i terzi
Un detenuto ha rivolto insulti e minacce a un agente di polizia penitenziaria durante la somministrazione delle terapie mediche in carcere, dopo che il pubblico ufficiale aveva invitato i presenti ad abbassare la voce. Il Tribunale aveva assolto l'imputato sostenendo che l'attività dell'agente non riguardasse direttamente il recluso. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di oltraggio a pubblico ufficiale scatta anche quando le offese provengono da un soggetto non direttamente destinatario dell'atto d'ufficio. È sufficiente che le ingiurie colpiscano l'onore del pubblico ufficiale in servizio e avvengano davanti a terzi. I giudici hanno annullato l'assoluzione per l'oltraggio, confermando l'esclusione della minaccia per costringere a un atto d'ufficio.
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Truffa ed estorsione: la differenza tra inganno e minaccia
Il caso esamina la condotta di un uomo condannato per truffa, sostituzione di persona ed estorsione. L'imputato ha richiesto la riqualificazione dell'estorsione in truffa aggravata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito la differenza tra truffa ed estorsione: la prima fase della condotta, basata su raggiri per ottenere denaro, costituisce truffa vessatoria; la seconda fase, caratterizzata da minacce reali per costringere la vittima a sborsare altre somme, configura invece il reato di estorsione. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Estorsione per restituzione: pagare per riavere il proprio bene
Un uomo, dopo aver sottratto un bene, ha chiesto una somma di denaro al legittimo proprietario in cambio della sua restituzione. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di estorsione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come il meno grave reato di violenza privata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che pretendere denaro per restituire un oggetto sottratto configura una vera e propria estorsione per restituzione. Infatti, la minaccia di non restituire il bene costringe la vittima a pagare per riavere ciò che è già suo, provocando un danno economico alla persona offesa e un ingiusto profitto per l'autore.
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Tentata estorsione: la minaccia conta anche se la vittima non ha paura
Un uomo è stato condannato per tentata estorsione dopo aver rivolto gravi minacce, dirette anche ai figli, a un'altra persona per ottenere un vantaggio economico. L'imputato ha presentato ricorso sostenendo che la vittima non si fosse sentita realmente minacciata, ma solo infastidita dalle sue parole. La Corte di Cassazione ha però confermato la condanna. I giudici hanno stabilito che per configurare il reato non serve che la vittima provi un'effettiva paura paralizzante. Ciò che conta è l'idoneità oggettiva della condotta a piegare la volontà altrui. Poiché le minacce erano oggettivamente gravi e credibili, il tentativo di ridimensionare i fatti da parte della vittima non esclude la responsabilità penale dell'aggressore.
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Reato di estorsione per 30 euro: la condanna per le chiavi
L'Imputato trattiene le chiavi della Vittima e pretende il pagamento di trenta euro per restituirle. La difesa sostiene che il fatto sia solo una truffa e non il più grave reato di estorsione. La Corte di Cassazione chiarisce la differenza: si ha estorsione quando la minaccia proviene direttamente da chi agisce e costringe la vittima a pagare contro la sua volontà. Nella truffa, invece, la vittima viene solo ingannata su un pericolo non causato dall'autore del reato. Il ricorso è inammissibile. L'Imputato perde la causa, deve pagare le spese processuali e una multa di tremila euro.
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Tentata estorsione: ricorso inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per tentata estorsione. Il caso riguardava il tentativo di costringere una vittima a cedere un alloggio popolare dietro il pagamento di una somma irrisoria, utilizzando minacce idonee a condizionarne la volontà. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano meramente riproduttivi di questioni già risolte nei gradi di merito, confermando la sussistenza dell'ingiusto profitto e del danno patrimoniale potenziale.
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Minaccia a pubblico ufficiale: quando il ricorso è generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per minaccia a pubblico ufficiale. I motivi del ricorso sono stati giudicati una mera riproduzione di censure già respinte in appello e privi di una critica specifica alla motivazione della sentenza impugnata, portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Minaccia a pubblico ufficiale: quando è reato?
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di assoluzione per il reato di minaccia a pubblico ufficiale. Secondo la Corte, frasi come "so dove abiti" e "ti farò passare gli ultimi giorni della tua vita più brutti", anche se dette in un momento di rabbia, non possono essere liquidate come un semplice sfogo. È reato se la minaccia ha la potenzialità di intimidire l'agente e coartarne la volontà, a prescindere dall'effettivo timore provato. Il caso è stato rinviato per un nuovo processo.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando la denuncia è lecita
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per resistenza a pubblico ufficiale a carico di due commercianti che avevano minacciato di denunciare degli agenti durante un sequestro. La Corte ha stabilito che la minaccia di adire le vie legali non costituisce reato se è plausibilmente collegata alla tutela di un diritto e non un mero pretesto intimidatorio. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame che valuti il contesto fattuale, come la possibile pretestuosità delle accuse e l'eventuale condotta abusiva degli agenti.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Il soggetto aveva minacciato agenti di polizia penitenziaria con una lametta per poi spintonarli al fine di evitare una perquisizione. La Corte ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati, confermando che tale condotta, finalizzata a coartare la volontà degli agenti e a incidere sulla loro attività, integra pienamente il reato, giustificando anche la pena inflitta e il riconoscimento della recidiva.
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