Un uomo viene condannato per abusi sulla figlia minorenne della sua compagna. In sua difesa, sostiene che le accuse siano una vendetta della madre e che la testimonianza della ragazza sia inattendibile. La Corte di Cassazione, però, rigetta il ricorso. I giudici confermano la credibilità della minore, pur riconoscendo che le sue piccole incertezze sono giustificate dall'età e dal trauma. Il reato viene definitivamente qualificato come 'atti sessuali con minorenne' (art. 609-quater c.p.), perché l'imputato ha approfittato della curiosità e della fiducia della vittima, senza ricorrere a violenza fisica o minacce. La condanna a quattro anni, quattro mesi e venti giorni di reclusione diventa definitiva.
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