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Calunnia

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568 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Reato di calunnia: vietato denunciare chi agisce legalmente
L'amministratrice di una società negava all'affittuario l'accesso completo a un terreno agricolo. Il tribunale civile ordinava la reintegrazione totale del conduttore nel possesso del fondo. Durante l'esecuzione forzata con l'ufficiale giudiziario, l'uomo forzava un lucchetto per accedere al passaggio sbarrato. L'amministratrice denunciava l'affittuario per violazione di domicilio e violenza privata, pur conoscendo la legittimità dell'intervento. La controparte reagiva denunciando la donna. I giudici di merito hanno condannato la donna per il reato di calunnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, confermando la piena sussistenza del dolo e l'obbligo di risarcire il danno morale e materiale alla vittima.
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Reato di calunnia: dalla falsa accusa alla condanna definitiva
L'Imputata impugna la sentenza di appello che ha confermato la condanna a due anni di reclusione per il reato di calunnia. La difesa sostiene l'insussistenza degli elementi del reato e lamenta il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. Le motivazioni difensive si limitano a riproporre argomenti già esaminati e respinti nei gradi precedenti, chiedendo una non consentita rivalutazione dei fatti. Di conseguenza, la Corte Suprema conferma la responsabilità penale dell'Imputata e la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Diffamazione e Prescrizione del reato: quando il tempo estingue la pena
Un Lavoratore, inizialmente condannato per calunnia e diffamazione continuata contro alcuni Militari, ha visto la sua pena per diffamazione ridotta in appello, dopo essere stato assolto dalla calunnia. La Corte di Cassazione aveva annullato la sentenza d'appello per un vizio nella quantificazione della pena, chiedendo un nuovo esame che tenesse conto dell'assoluzione per calunnia. Tuttavia, il giudice del rinvio non ha seguito queste indicazioni. La Suprema Corte, esaminando nuovamente il caso, ha rilevato che il reato di diffamazione continuata era ormai estinto per intervenuta prescrizione del reato, dato il tempo trascorso dai fatti (2011-2012). Pertanto, la sentenza di condanna è stata annullata senza rinvio, e il Lavoratore non dovrà scontare alcuna pena.
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Reato di calunnia: accusa l’innocente per salvare il fratello
Un uomo è stato condannato per il reato di calunnia dopo aver accusato falsamente due persone di averlo aggredito con un mattone e un calcio durante una violenta rissa. In tale rissa, il fratello dell'accusatore aveva ucciso una persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato che l'uomo ha intenzionalmente alterato la ricostruzione temporale dei fatti e l'identità degli aggressori. Lo scopo era far apparire se stesso e il fratello come vittime, cercando di alleggerire la posizione di quest'ultimo per l'omicidio. La Suprema Corte ha ribadito che la calunnia sussiste quando vi è la precisa volontà di incolpare un innocente, escludendo che la concitazione del momento possa giustificare una falsa denuncia così dettagliata e mirata.
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Prescrizione del reato: l’errore formale non salva il ricorso
L'Imputato accusava falsamente la Persona Offesa di aver alterato due assegni bancari. I giudici d'appello riconoscevano la prescrizione del reato nelle motivazioni della sentenza, ma omettevano la relativa indicazione nel dispositivo. Nella stessa data del deposito, la Corte d'Appello emetteva un'ordinanza di correzione dell'errore materiale per dichiarare l'estinzione della condanna per prescrizione del reato, confermando le tutele civili. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione ignorando l'avvenuta correzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'Imputato alle sole spese processuali ed escludendo ulteriori sanzioni pecuniarie.
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Reato di calunnia: quando il ricorso generico conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato contestava il rifiuto dei giudici d'appello di riaprire l'istruttoria dibattimentale per assumere nuove prove. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano generici e non contrastavano in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello, limitandosi a proporre una diversa ricostruzione dei fatti. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Diniego delle attenuanti generiche: condanna ferma in Cassazione
Il caso riguarda un uomo condannato per calunnia e falsa testimonianza. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e il diniego delle attenuanti generiche, ritenendo la pena eccessiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui fatti non sono ammissibili nel giudizio di legittimità. Inoltre, in merito al diniego delle attenuanti generiche, la Corte ha ribadito che il giudice di merito non deve confutare ogni singola tesi difensiva, essendo sufficiente un richiamo logico e congruo agli elementi ritenuti decisivi per escludere il beneficio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: il ricorso inutile blocca la prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di calunnia. L'imputato aveva riproposto in sede di legittimità le stesse contestazioni di fatto già respinte nei precedenti gradi di giudizio. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione non può tradursi in un terzo grado di giudizio sui fatti. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha impedito la dichiarazione di prescrizione del reato, maturata successivamente alla sentenza d'appello. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Misure cautelari personali: arresti confermati per minacce
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari nei confronti di un commerciante. L'indagato, d'intesa con lo zio consigliere comunale, aveva utilizzato la Polizia Locale per compiere controlli pretestuosi contro un concorrente ambulante, costringendolo a cedere il proprio spazio pubblico. Successivamente, l'indagato aveva minacciato di morte la vittima e presentato una falsa denuncia per aggressione. I giudici hanno ritenuto sussistente un grave e concreto pericolo di inquinamento delle prove, desunto dal comportamento aggressivo e dai tentativi di intimidazione della persona offesa. Il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile, confermando la legittimità della misura cautelare.
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Denunciano un innocente: condannati per reato di calunnia
I ricorrenti impugnano la condanna per il reato di calunnia per aver falsamente denunciato un soggetto per lesioni colpose. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili poiché generici e volti a una non consentita rivalutazione delle prove. Di conseguenza, condanna i ricorrenti al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende. Rigetta invece la richiesta di liquidazione delle spese della parte civile, poiché quest'ultima si è limitata a presentare conclusioni scritte e nota spese senza svolgere un'effettiva attività difensiva volta a contrastare il ricorso.
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Reato di calunnia: tra accusa di falsità e risarcimento negato
Un cittadino viene accusato del reato di calunnia per aver denunciato falsamente un socio di aver falsificato firme e aver accusato funzionari pubblici di favoritismi. Assolto in primo grado, la Corte d'appello lo condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile. La Corte di Cassazione annulla la decisione. Per la prima accusa, rileva gravi lacune motivazionali sulla prova della falsità e rinvia al giudice civile. Per la seconda accusa, annulla senza rinvio poiché la condotta non era idonea a produrre un danno ingiusto, escludendo così la responsabilità civile.
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Reato di calunnia: la falsa denuncia di smarrimento dell’assegno
Il Ricorrente ha presentato una falsa denuncia di smarrimento per un assegno bancario che aveva in realtà già consegnato al Creditore come pagamento. Questo comportamento ha integrato il reato di calunnia, poiché ha esposto il legittimo prenditore al rischio di un'indagine penale per ricettazione o furto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del debitore, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che la falsa denuncia di smarrimento di un titolo di credito già consegnato costituisce calunnia formale. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce la maturazione della prescrizione del reato dopo la sentenza d'appello. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Delitto di calunnia: la rabbia non cancella la colpa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il delitto di calunnia. L'imputato sosteneva che il proprio stato emotivo, durante il trasferimento da parte degli agenti di scorta, escludesse il dolo. La Suprema Corte ha chiarito che l'agitazione emotiva non cancella la coscienza e la volontà di formulare false accuse, specie se l'azione viene reiterata nonostante i formali avvertimenti delle forze dell'ordine. Inoltre, i giudici hanno confermato l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto e della sua spiccata pericolosità sociale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: quando il poliziotto incastra l’innocente
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un appartenente alle forze dell'ordine accusato di peculato, falso e del reato di calunnia per aver sottratto droga sequestrata e averla usata per incastrare cittadini innocenti. Mentre il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, la Corte ha accolto il ricorso della vittima, costituitasi parte civile. I giudici di merito avevano escluso il risarcimento valutando gli indizi in modo frammentato e svalutando la testimonianza della vittima solo perché parte civile. La Cassazione ha chiarito che gli indizi devono essere valutati globalmente e che le dichiarazioni della persona offesa sono utilizzabili se coerenti. La sentenza è stata annullata ai soli effetti civili con rinvio per un nuovo giudizio sul risarcimento.
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Assoluzione ribaltata senza motivazione rafforzata: la Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d'appello che aveva condannato l'Imputato al risarcimento dei danni per calunnia, ribaltando l'assoluzione del primo grado. I giudici di secondo grado avevano ritenuto l'Imputato colpevole di aver accusato ingiustamente la Parte Civile di aver falsificato delle firme. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato poiché la Corte d'Appello ha ignorato totalmente la consulenza grafologica della difesa, che attestava l'autenticità delle firme. La Suprema Corte ha stabilito che il ribaltamento di una sentenza assolutoria richiede sempre una motivazione rafforzata, la quale deve confutare in modo specifico tutte le prove contrarie, comprese le perizie tecniche della difesa. Il caso è stato rinviato al giudice civile per un nuovo esame.
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Divieto di bis in idem: una denuncia ma tre condanne diverse
Un uomo ha consegnato assegni a diverse persone per pagamenti e truffe, denunciando poi falsamente lo smarrimento dell'intero libretto per bloccare i titoli. Questa condotta ha generato tre distinte condanne per calunnia e truffa, avendo egli accusato ingiustamente più soggetti innocenti. Il condannato ha fatto ricorso invocando il Divieto di bis in idem, sostenendo che la denuncia di smarrimento fosse un unico atto materiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la falsa accusa rivolta a più persone configura reati distinti e autonomi. Non si applica il Divieto di bis in idem poiché i fatti storici, le vittime e le truffe sono diversi e non coincidono dal punto di vista naturalistico.
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Risarcimento danni per calunnia: assolto ma senza indennizzo
Un cittadino, dopo essere stato assolto in sede penale dall'accusa di aver invaso il terreno del vicino e averlo minacciato con un trattore, ha citato in giudizio il denunciante chiedendo il risarcimento danni per calunnia. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione per mancanza di prova del dolo, inteso come la consapevolezza dell'innocenza dell'accusato al momento della denuncia. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta risarcitoria. I giudici hanno chiarito che l'assoluzione in sede penale non vincola automaticamente il giudice civile, il quale deve accertare autonomamente l'intenzionalità della falsa accusa. Inoltre, la regola civile del più probabile che non non si applica alla valutazione della prova del dolo, che richiede un rigoroso accertamento dell'effettiva malafede del denunciante.
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Reato di calunnia: assolto chi accusa un indagato già noto.
L'Imputato era accusato del reato di calunnia per aver falsamente accusato un altro soggetto di sostituzione di persona durante alcune sommarie informazioni rese ai Carabinieri. Il Tribunale lo aveva assolto ritenendo che tali dichiarazioni non potessero integrare la calunnia e che il soggetto fosse già indagato. La Cassazione, pur chiarendo che il reato di calunnia può realizzarsi anche tramite sommarie informazioni (intese come denuncia in senso lato), ha rigettato il ricorso della Pubblica Accusa. La Corte ha stabilito che non vi è calunnia se la falsa accusa confluisce in un procedimento penale già pendente per lo stesso fatto a carico dello stesso soggetto, poiché manca il pericolo di avviare una nuova e autonoma indagine. Vince l'Imputato, la cui assoluzione diventa definitiva.
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Reato di calunnia: condannato chi denuncia per bloccare assegni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di calunnia. L'imputato aveva presentato una falsa denuncia con il solo scopo di bloccare il pagamento di alcuni assegni e identificare i beneficiari, pur essendo consapevole della loro totale innocenza. La Suprema Corte ha confermato che la consapevolezza dell'innocenza dei soggetti denunciati, unita alla volontà di bloccare i titoli di credito, integra pienamente il reato. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso anche la possibilità di far valere la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: quando accusare la vittima costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di calunnia. L'imputato aveva falsamente accusato un altro soggetto di avergli causato delle lesioni fisiche. Le indagini e i precedenti giudizi hanno invece dimostrato che l'imputato stesso aveva aggredito la vittima, mordendola, e che le proprie ferite erano derivate dalla sua condotta violenta in caserma. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna, rilevando che i motivi del ricorso miravano solo a una inammissibile ricostruzione alternativa dei fatti, e hanno confermato la pena inflitta anche in relazione ai reati commessi contro la ex compagna.
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