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Calunnia — Anno 2023

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156 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Calunnia

Provvedimenti

Revisione della sentenza: le nuove prove superano i dubbi
Il Condannato, precedentemente condannato per calunnia, ha richiesto la revisione della sentenza presentando nuove prove, tra cui testimonianze e perizie grafologiche e telefoniche. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta con motivazioni superficiali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice, nel valutare la revisione della sentenza, deve compiere un esame globale e dinamico di tutte le prove, vecchie e nuove. Non è consentito liquidare le nuove prove come ambigue o inattendibili basandosi su mere sensazioni personali o senza un'adeguata spiegazione scientifica. Il caso è stato rinviato per un nuovo giudizio.
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Atti persecutori o semplici risate: la Cassazione condanna
Tre soggetti sono stati condannati per i reati di calunnia, detenzione di stupefacenti e atti persecutori ai danni di un cittadino. Gli imputati tormentavano la vittima con telefonate assillanti, minacce e false accuse, simulando persino prove di reati a suo carico. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici molestie, poiché la vittima aveva talvolta risposto ridendo alle telefonate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che si configura il reato di atti persecutori, e non di semplice molestia, quando le condotte provocano un grave e perdurante stato di ansia o un crollo psicologico tale da impedire temporaneamente le normali attività lavorative, come avvenuto in questo caso.
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Reato di calunnia: condannato il datore che accusa il dipendente
Un datore di lavoro ha denunciato falsamente un proprio dipendente per appropriazione indebita, accusandolo di aver trattenuto i pagamenti in contanti dei clienti. In realtà, il denaro era stato regolarmente consegnato e la denuncia era una ritorsione dopo un infortunio sul lavoro del dipendente. I giudici di merito hanno condannato l'imprenditore per il reato di calunnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del datore di lavoro, confermando la condanna. La Suprema Corte ha chiarito che il termine di prescrizione era stato sospeso a causa dell'astensione degli avvocati dalle udienze, rendendo infondata la tesi difensiva sull'estinzione del reato. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Reato di calunnia: denuncia l’assegno che lui stesso ha firmato
Un uomo ha consegnato un assegno in bianco come garanzia a un creditore nell'ambito di una transazione commerciale. Quando il creditore ha posto all'incasso il titolo, l'uomo lo ha denunciato falsamente ai Carabinieri sostenendo che l'assegno fosse falso e privo di firma autentica. Questa condotta ha fatto scattare l'accusa per il reato di calunnia. La Corte d'Appello ha condannato l'imputato e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato la piena consapevolezza dell'imputato circa l'innocenza del creditore, configurando così la responsabilità penale per aver simulato tracce di reati mai avvenuti al solo scopo di non pagare il debito.
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Contrasto tra dispositivo e motivazione: decide la Cassazione
Una persona offesa ha impugnato il decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini preliminari per il reato di calunnia a carico di un indagato. Il ricorrente lamentava l'invalidità del provvedimento poiché il giudice, nella motivazione, faceva riferimento anche a un altro reato per il quale non era stata chiesta l'archiviazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che in caso di contrasto tra dispositivo e motivazione prevale sempre il dispositivo. Poiché la decisione effettiva riguardava solo il reato di calunnia, l'atto è pienamente valido.
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Resistenza a pubblico ufficiale: legittimo l’uso della forza
Il Procuratore della Repubblica impugnava l'annullamento della misura cautelare interdittiva nei confronti di alcuni agenti delle forze dell'ordine, accusati di falso, calunnia e arresto illegale. Secondo l'accusa, gli agenti avevano falsificato i verbali per coprire un presunto pestaggio ai danni di un cittadino straniero durante un intervento. Il Tribunale del Riesame, tuttavia, aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza analizzando l'intero filmato della body cam. Il video mostrava il comportamento violento e autolesionista del cittadino, configurando pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la legittimità dell'operato dei militari e la correttezza della decisione del Riesame.
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Resistenza a pubblico ufficiale: assolti i Carabinieri accusati
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'annullamento della misura cautelare interdittiva nei confronti di due Carabinieri, accusati di falso, calunnia e arresto illegale di un cittadino straniero. Secondo l'accusa, i militari avrebbero falsificato il verbale per nascondere un'aggressione gratuita. Tuttavia, i video della body cam e i testimoni hanno dimostrato che il cittadino era in stato di forte alterazione, violento e autolesionista. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta del soggetto integrava il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La resistenza a pubblico ufficiale non richiede infatti violenza diretta sulla persona del militare, essendo sufficiente un comportamento oppositivo o autolesionistico volto a ostacolare l'atto d'ufficio. I Carabinieri sono stati quindi scagionati dalle accuse cautelari.
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Liberazione anticipata: calunniare i giudici costa caro
Il Tribunale di sorveglianza ha revocato a una detenuta il beneficio della liberazione anticipata di quarantacinque giorni. La decisione è scaturita dalla commissione di due gravi reati, calunnia e oltraggio a magistrato, commessi durante l'esecuzione della pena detentiva. La condannata ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la revoca fosse automatica e priva di una reale valutazione del suo percorso rieducativo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la revoca. I giudici hanno chiarito che la commissione di gravi delitti contro la magistratura durante la detenzione dimostra l'incompatibilità con il beneficio e l'insuccesso del percorso di risocializzazione, escludendo qualsiasi automatismo e confermando la correttezza della valutazione del giudice di merito.
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Reato di Calunnia: Accusa Falsa, Condanna Definitiva in Cassazione
Due persone, condannate per il reato di calunnia per aver accusato un soggetto che sapevano essere innocente, hanno presentato ricorso in Cassazione. Sostenevano di non avere l'intenzione di accusare un innocente (difetto dell'elemento psicologico). La Suprema Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno stabilito che le loro argomentazioni erano solo un tentativo di ridiscutere i fatti, cosa non permessa in sede di legittimità. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo di pagare le spese e una multa.
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Reato di Calunnia: da vittime a colpevoli per una falsa accusa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia a carico di due persone che avevano falsamente accusato un uomo di violenza e furto. L'accusa si è rivelata infondata grazie alla testimonianza di un testimone oculare, il quale ha descritto una dinamica opposta: erano gli accusatori ad aver aggredito la vittima. La Corte ha stabilito che la consapevolezza della falsità dell'accusa era evidente, dato che gli imputati avevano descritto fatti completamente diversi da quelli realmente accaduti. È stato inoltre confermato il risarcimento del danno alla vittima per il 'turbamento esistenziale' causato dal procedimento penale ingiustamente subito.
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Falsa denuncia: condanna ok, pena da rifare per obbligo di motivazione
Un imputato viene condannato per calunnia dopo aver denunciato due commercianti per un'aggressione, omettendo di dire che era stato lui a recarsi nel loro negozio per un'estorsione e a iniziare lo scontro. La Cassazione conferma la responsabilità per la calunnia, precisando che anche una narrazione distorta di fatti veri integra il reato. Tuttavia, la Corte annulla parzialmente la sentenza sulla pena. Il motivo è la violazione dell'obbligo di motivazione rafforzata da parte del giudice d'appello, che aveva giustificato la recidiva e negato la continuazione tra reati usando frasi generiche. Il caso torna in Appello per un nuovo calcolo della pena con una motivazione adeguata.
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Minaccia a Pubblico Ufficiale: Lettera dal carcere non è reato
Un detenuto, condannato all'ergastolo, inviava una lettera al Pubblico Ministero che aveva seguito il suo caso, lamentandosi di presunte irregolarità e usando frasi ambigue. Per questo veniva condannato per minaccia a pubblico ufficiale e calunnia. La Corte di Cassazione, però, ha ribaltato la decisione. I giudici hanno stabilito che le parole usate, pur essendo ostili, non avevano la concreta capacità di intimidire il magistrato e di costringerlo a compiere atti contrari al suo dovere. La lettera è stata quindi considerata una semplice lamentela, non un reato. L'uomo è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste.
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Assolto per Calunnia: la Parte Civile non può cambiare la formula
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti dell'impugnazione della persona offesa. Un soggetto, costituitosi parte civile, aveva fatto ricorso contro l'assoluzione di un imputato dal reato di calunnia. La richiesta non mirava a ribaltare l'assoluzione, ma solo a modificare la formula da 'perché il fatto non sussiste' a 'perché il fatto non costituisce reato'. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sancendo che non esiste un **interesse ad impugnare della parte civile** per una simile modifica. Questo cambiamento, infatti, non produrrebbe alcun vantaggio pratico in un'eventuale futura causa civile per il risarcimento del danno. L'impugnazione deve perseguire un'utilità concreta, non meramente teorica.
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Finta aggressione, vera calunnia: condannato chi denuncia il falso
Un uomo denuncia un'altra persona per lesioni, ma le indagini rivelano che si è trattato solo di una colluttazione reciproca. Per aver accusato falsamente una persona che sapeva innocente, l'uomo viene condannato per il reato di calunnia. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando il suo ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che trasformare consapevolmente una colluttazione in un'aggressione unilaterale è sufficiente per dimostrare l'intenzione di calunniare. L'accusatore è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Calunnia senza dolo? No al riesame dei fatti in Cassazione
Una persona, già condannata per lesioni personali e violenza privata, ricorre in Cassazione contro la condanna per calunnia. La difesa sostiene la tesi della 'calunnia per difetto elemento psicologico', affermando che mancava la consapevolezza di accusare un innocente. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che le argomentazioni proposte erano un tentativo di ridiscutere i fatti, attività preclusa in sede di legittimità. La motivazione della corte d'appello è stata ritenuta logica e ben fondata, rendendo la condanna definitiva. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di un'ammenda.
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Calunnia per erronea convinzione: condannati per sola supposizione
La Corte di Cassazione conferma la condanna per calunnia di due coniugi che avevano accusato un collaboratore del Tribunale di rivelazione di segreti d'ufficio. Gli accusatori sostenevano di aver agito per una semplice supposizione, basata sulle vanterie di un vicino. La Corte stabilisce un principio fondamentale sulla Calunnia per erronea convinzione: non basta credere che qualcuno sia colpevole. Se questa convinzione non si fonda su elementi seri, concreti e verificati, ma su mere supposizioni, l'accusa integra il reato di calunnia. L'omessa verifica dei fatti rende l'accusa consapevole e quindi penalmente rilevante.
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Falsa denuncia smarrimento assegni: è calunnia anche senza incasso
Un imprenditore, dopo aver acquistato quote societarie pagando con tre assegni, ne denuncia falsamente lo smarrimento ai Carabinieri. Questa azione lo porta a una condanna per calunnia, poiché ha implicitamente accusato i venditori di ricettazione, pur sapendoli innocenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo un principio fondamentale: la calunnia per falsa denuncia di smarrimento assegni si configura nel momento stesso della denuncia, a prescindere dal fatto che gli assegni vengano poi effettivamente incassati. La consapevolezza che i titoli erano in mano ai legittimi prenditori è sufficiente a dimostrare il dolo. L'imprenditore ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Falsa denuncia smarrimento assegni: condanna per calunnia certa
La Corte di Cassazione conferma la condanna per calunnia a carico di un amministratore che aveva presentato una falsa denuncia di smarrimento assegni. L'imputato aveva consegnato i titoli per saldare un debito, ma poi li aveva denunciati come smarriti, accusando così implicitamente il creditore di un reato. La Corte ha stabilito un principio chiaro: la falsa denuncia di smarrimento assegni integra automaticamente il reato di calunnia. L'intenzione criminale (dolo) è evidente, poiché chi denuncia sa che il suo gesto innescherà un'indagine penale contro una persona innocente. La condanna è quindi definitiva.
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Reato di Calunnia: Accusa la Vittima per Difesa, ma è Condannata
Una donna, imputata per truffa, si difende accusando la vittima di essere sua complice in un piano per nascondere al marito di quest'ultima le spese per il gioco d'azzardo. Questa strategia difensiva si rivela un boomerang, portando a una condanna per il reato di calunnia. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna in via definitiva, dichiarando inammissibile il ricorso. Il principio sancito è chiaro: non ci si può difendere incolpando falsamente un innocente. La Corte ha ribadito che una versione alternativa dei fatti, per essere credibile, deve basarsi su elementi concreti e non su mere ipotesi, anche se plausibili.
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Calunnia: condanna confermata sulla parola della vittima
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per il reato di calunnia. Un individuo aveva falsamente accusato un'altra persona, ma il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. I giudici hanno stabilito che il ricorso si limitava a ripetere argomentazioni già respinte, senza sollevare nuove questioni di diritto. La decisione si è basata sulla ricostruzione dei fatti e sulla piena attendibilità della testimonianza resa dalla persona offesa. La condanna è diventata così definitiva e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro.
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