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Azione Revocatoria Ordinaria

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213 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Azione revocatoria ordinaria: salta l’acquisto del subacquirente
Il Fallimento di un'azienda ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per recuperare due rami d'azienda ceduti a società intermedie e poi acquistati da un terzo subacquirente. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo provata la mala fede del subacquirente sulla base di indizi precisi, come il prezzo irrisorio e i legami familiari tra i primi acquirenti e l'amministratore fallito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del subacquirente, confermando la decisione. Per l'accoglimento dell'azione revocatoria ordinaria contro il subacquirente è sufficiente dimostrare che quest'ultimo fosse consapevole del danno arrecato ai creditori dall'originario atto di cessione. Il subacquirente perde i beni e deve pagare le spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: il fondo non salva l’amministratore
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro l'ex amministratore e sua moglie per rendere inefficace la costituzione di un fondo patrimoniale. L'amministratore aveva trasferito i propri beni nel fondo per sottrarli al risarcimento dei danni causati dalla sua mala gestio. I giudici di merito avevano rigettato la domanda ritenendola scaduta, applicando il termine di decadenza triennale previsto per le revocatorie fallimentari. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fallimento. I giudici hanno chiarito che, trattandosi di un'azione contro i beni personali dell'amministratore (soggetto terzo rispetto alla società fallita) e non della società stessa, si applica l'ordinaria azione revocatoria regolata dal codice civile. Di conseguenza, il termine di prescrizione è quello quinquennale ordinario, non quello triennale fallimentare. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: la pace spegne la lite
Un Committente ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un Fornitore che, dopo aver accumulato un ingente debito per forniture difettose di vetrate, ha ceduto il proprio ramo d'azienda a una nuova società per evitare il pignoramento. I giudici di merito hanno accolto la domanda, dichiarando inefficace il trasferimento dei beni. Durante il ricorso in Cassazione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole per chiudere ogni pendenza. Di conseguenza, i ricorrenti hanno depositato una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il giudizio per cessazione della materia del contendere, disponendo la compensazione delle spese di lite ed escludendo il raddoppio del contributo unificato.
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Notifica dell’atto di appello: l’indirizzo errato costa la causa
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di alcuni acquirenti di immobili, confermando l'inammissibilità del loro appello. I giudici di secondo grado avevano dichiarato tardiva l'impugnazione poiché la notifica dell'atto di appello era stata tentata presso il vecchio studio del difensore della controparte, trasferitosi nel frattempo. La Suprema Corte ha chiarito che il notificante ha l'onere di verificare il domicilio reale del destinatario consultando l'albo professionale o gli atti di causa. Di conseguenza, il mancato perfezionamento della notifica per trasferimento del procuratore non è scusabile se il notificante omette tali verifiche. Anche il ricorso incidentale della curatela fallimentare è stato rigettato, confermando la compensazione delle spese.
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Azione revocatoria ordinaria: no al ricorso sul valore dei beni
Un creditore ha promosso con successo un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita di alcuni beni immobili. Il proprietario dei beni ha impugnato la decisione in Cassazione, ma il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. Successivamente, lo stesso proprietario ha proposto un ricorso per revocazione, sostenendo che la Suprema Corte fosse incorsa in un errore di fatto per non aver valutato correttamente il reale valore dei beni trasferiti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile anche questo ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata o errata valutazione del valore dei beni costituisce un eventuale errore di giudizio e non un errore di fatto (inteso come svista percettiva). Di conseguenza, la decisione precedente è stata confermata a favore dei creditori.
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Azione revocatoria ordinaria: donazioni contro debiti in Cassazione
Un'azienda creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficaci tre donazioni immobiliari compiute dai garanti di una società debitrice. Il Tribunale ha inizialmente respinto la domanda, ritenendo che il patrimonio residuo fosse sufficiente e che il decreto ingiuntivo fosse successivo alle donazioni. La Corte d'appello ha invece accolto la richiesta, stabilendo che basta la consapevolezza del danno al creditore, dimostrabile anche tramite indizi. I garanti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la regolarità delle notifiche all'estero e la prova del danno. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha rimesso la causa alla pubblica udienza per approfondire le questioni sollevate.
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Azione revocatoria ordinaria: fallimento contro fondo familiare
I Debitori costituivano un fondo patrimoniale subito dopo aver ricevuto un decreto ingiuntivo da un Creditore. Successivamente sopravveniva il fallimento del debitore principale, e la Curatela promuoveva un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace il fondo. La Corte d'Appello dichiarava improcedibile l'azione del singolo creditore ma confermava l'inefficacia del fondo verso il fallimento. La Cassazione ha rigettato il ricorso dei Debitori, stabilendo che il sopravvenuto fallimento non interrompe il processo se il curatore subentra nell'azione revocatoria ordinaria già avviata dal creditore individuale, accettando la causa nello stato in cui si trova. I Debitori perdono la causa e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Banca contro famiglia: l’azione revocatoria ordinaria fallisce
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un istituto di credito che voleva rendere inefficace la donazione dell'usufrutto e la vendita della nuda proprietà di due immobili effettuate da una coppia di debitori a favore del genero. La banca ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per recuperare il proprio credito. Tuttavia, i giudici hanno confermato l'assenza dei presupposti fondamentali dell'azione, in particolare il pregiudizio concreto per il creditore (eventus damni) e l'intento fraudolento (consilium fraudis), poiché il patrimonio residuo dei debitori era sufficiente a garantire il debito. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la memoria di replica è pienamente ammissibile anche senza il preventivo deposito della comparsa conclusionale, confermando la piena validità delle difese dei debitori e condannando la banca al pagamento delle spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: inutile vendere se c’è un debito
Il Creditore ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro la Società e la Terza Acquirente per rendere inefficace la vendita di alcuni immobili che riduceva la garanzia patrimoniale del suo credito. Il Tribunale ha accolto la domanda e la Corte d'appello ha dichiarato inammissibile l'appello per mancanza di ragionevoli probabilità di successo. La Società ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro la sentenza di primo grado deve contenere l'esposizione specifica dei motivi d'appello per consentire la verifica del giudicato. Inoltre, l'azione revocatoria ordinaria può essere concessa anche a tutela di crediti ancora contestati in giudizio. La Società è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: l’ipoteca tardiva non salva il credito
Una società creditrice ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare di un cliente per oltre 660.000 euro, pretendendo il privilegio ipotecario basato su un'ipoteca volontaria concessa dopo la nascita del debito. Il Tribunale ha negato il privilegio, qualificando l'atto come gratuito e revocabile. La Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la costituzione di ipoteca successiva al sorgere del debito costituisce un atto a titolo gratuito. Di conseguenza, l'operazione è soggetta ad azione revocatoria ordinaria senza che rilevi la buona fede del creditore. La norma che esclude dalla revoca l'adempimento di debiti scaduti non si applica alla concessione di nuove garanzie reali, che restano atti di disposizione patrimoniale liberi e revocabili.
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Azione revocatoria ordinaria: la banca blocca la vendita del bene
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata da un garante a favore di un terzo acquirente. La Corte d'Appello ha accolto la domanda della banca, ritenendo sussistenti i presupposti del pregiudizio per il creditore e della consapevolezza del danno. L'acquirente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e l'elemento psicologico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché i motivi presentati miravano a ottenere un nuovo esame del merito della vicenda, precluso in sede di legittimità. Di conseguenza, l'acquirente è stata condannata al pagamento delle spese processuali, confermando l'inefficacia della compravendita nei confronti della banca.
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Azione revocatoria ordinaria: il curatore deve provare il danno
Una società in fallimento aveva ceduto un ramo d'azienda a un'altra impresa prima del dissesto. Il Curatore fallimentare ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficace la cessione, sostenendo che il prezzo basso avesse danneggiato i creditori. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo che spettasse all'acquirente dimostrare l'assenza di danno. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che nell'azione revocatoria ordinaria promossa dal Curatore spetta esclusivamente a quest'ultimo dimostrare l'eventus damni (il pregiudizio). Il Curatore deve provare la consistenza dei crediti, la loro preesistenza e il mutamento patrimoniale svantaggioso. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria ordinaria: nullo il salvataggio familiare
Un padre e una figlia hanno impugnato la sentenza d'appello che aveva dichiarato inefficace, tramite azione revocatoria ordinaria, la vendita di un immobile tra loro stipulata. I ricorrenti sostenevano che la vendita fosse un atto dovuto per estinguere debiti bancari scaduti e che non vi fosse alcun pregiudizio per la società creditrice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i ricorrenti non hanno allegato correttamente i documenti necessari per l'esame del ricorso, violando le regole procedurali. Inoltre, la Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per riesaminare le prove e i fatti già valutati dai giudici precedenti. Di conseguenza, la vendita dell'immobile resta definitivamente revocata.
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Azione revocatoria ordinaria: tutela immediata per l’acquirente
Una società di cartolarizzazione, creditrice di un'azienda, promuove un'azione revocatoria ordinaria contro la vendita di un immobile industriale effettuata da quest'ultima a favore di alcune società di leasing. La Corte d'Appello dichiara inefficace la vendita e ritiene inammissibile la richiesta di risarcimento (manleva) avanzata dalle società di leasing contro la venditrice, reputandola prematura prima dell'effettiva perdita del bene. La Corte di Cassazione, pur confermando l'inefficacia della vendita per la sussistenza del pregiudizio al creditore, accoglie il ricorso delle società di leasing. I giudici sanciscono che il terzo acquirente, in pendenza di azione revocatoria ordinaria, ha il diritto di proporre immediatamente una domanda di garanzia e manleva contro il debitore alienante nello stesso processo, per ragioni di economia processuale, senza dover attendere l'esito dell'azione esecutiva del creditore.
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Azione revocatoria ordinaria: svendere non salva
I Creditori hanno promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita dell'unico immobile del Debitore a favore di un'Azienda Acquirente. Il Debitore, gravato da ingenti debiti, aveva svenduto il bene a un prezzo notevolmente inferiore al valore di mercato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Acquirente, confermando l'inefficacia dell'atto. I giudici hanno stabilito che la consapevolezza del danno da parte dell'acquirente può essere dimostrata tramite prove presuntive. Elementi come il prezzo palesemente fuori mercato, la fretta nella vendita e la mancata prova dell'incasso degli assegni costituiscono indizi gravi e concordanti della complicità nel sottrarre il bene alle garanzie patrimoniali dei creditori.
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Azione revocatoria ordinaria: banca batte acquisto sotto costo
Una banca, creditrice verso un privato, ha impugnato la vendita dell'unico immobile del debitore a una società immobiliare. La Corte d'Appello ha accolto l'azione revocatoria ordinaria, dichiarando l'atto inefficace verso la banca e condannando la società a pagare il valore del bene nei limiti del credito. La società ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di prove sulla sua consapevolezza del danno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che per l'azione revocatoria ordinaria basta la consapevolezza del pregiudizio patrimoniale, senza necessità di dolo o accordo fraudolento. Tale consapevolezza è stata legittimamente desunta dal prezzo di vendita nettamente inferiore al valore di mercato e dai pregressi rapporti d'affari tra le parti. La società acquirente perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: la vendita in famiglia è inefficace
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro due coniugi debitori e la loro figlia, per far dichiarare inefficace la vendita di un terreno edificabile. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ritenendo che la vendita avesse sottratto garanzie al creditore. La figlia ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di danno e di intento fraudolento, poiché l'esecuzione forzata riguardava altri beni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la vendita del terreno ha ostacolato il pignoramento complessivo, configurando il danno per il creditore. La consapevolezza del pregiudizio è stata desunta dal legame di parentela e dalla coabitazione tra venditori e acquirente. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: inefficace la vendita al garante
Il Debitore ha ceduto alcuni beni immobili alla Terza Acquirente, la quale era anche sua fideiussore (garante del debito). La Banca Creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita, ritenendola pregiudizievole per il proprio credito. Il Debitore e la Terza Acquirente si sono opposti, sostenendo l'assenza di danno poiché i beni rimanevano comunque nella sfera di un soggetto coobbligato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno stabilito che il creditore ha la piena facoltà di scegliere quale patrimonio aggredire tra i coobbligati solidali. Di conseguenza, il trasferimento di beni a un altro garante non esclude il pregiudizio per il creditore, legittimando pienamente l'azione revocatoria ordinaria.
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Azione revocatoria ordinaria: la vendita della casa non regge
Un'azienda creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per annullare la vendita dell'unico immobile di proprietà del debitore, effettuata a favore di un terzo acquirente con la moglie del debitore come beneficiaria. La moglie ha sostenuto che la vendita derivasse da un contratto preliminare precedente al debito, ma non è riuscita a dimostrare la data certa di tale accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della moglie, confermando la revoca dell'atto. I giudici hanno rilevato che sia il debitore che l'acquirente erano pienamente consapevoli delle difficoltà economiche dell'impresa e del danno arrecato al creditore. Di conseguenza, la vendita è stata dichiarata inefficace nei confronti del creditore, che potrà così rivalersi sull'immobile per recuperare le somme dovute.
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Azione revocatoria ordinaria: no al trasferimento dell’immobile
Una società creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro una cooperativa che aveva trasferito il suo unico immobile a un consorzio. Successivamente, la cooperativa è stata posta in liquidazione coatta amministrativa e il commissario liquidatore è subentrato nella causa. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda ritenendo che il commissario dovesse provare l'ammissione al passivo dei crediti e l'effettivo danno. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della cooperativa in liquidazione: quando il liquidatore subentra in un giudizio già avviato da un creditore, non deve dimostrare l'ammissione al passivo del credito originario. Inoltre, il trasferimento dell'unico immobile della debitrice costituisce di per sé una prova sufficiente del danno subito dai creditori. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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