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Apprendistato Professionalizzante

8 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all'occupazione dei giovani.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sgravi contributivi negati dopo il contratto di apprendistato
Uno studio professionale assume una lavoratrice a tempo indeterminato dopo aver interrotto con lei, pochi mesi prima, un rapporto di apprendistato professionalizzante. Il datore di lavoro richiede l'applicazione dell'esonero previdenziale previsto per le nuove assunzioni stabili. L'ente previdenziale nega il beneficio e richiede il pagamento dei contributi ordinari. La legge vieta infatti l'agevolazione se il dipendente ha svolto un lavoro a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti. I giudici di merito danno ragione allo studio, escludendo l'apprendistato da tale divieto. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'ente. L'apprendistato è a tutti gli effetti un contratto a tempo indeterminato. Di conseguenza, il datore di lavoro perde definitivamente il diritto agli sgravi contributivi.
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Contratto di apprendistato: se manca formazione il posto è fisso
Un lavoratore ha contestato l'invalidità del proprio contratto di apprendistato a causa della mancata erogazione delle ore di formazione previste dal contratto collettivo. L'azienda sosteneva che il lavoratore fosse decaduto dal diritto di agire in giudizio per non aver impugnato tempestivamente il recesso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che il termine di decadenza non si applica all'azione di nullità del contratto di apprendistato per carenza formativa. Inoltre, i giudici hanno stabilito che l'insufficienza della formazione ricevuta (242 ore invece di 360) costituisce un grave inadempimento che comporta la conversione del rapporto in un normale contratto di lavoro a tempo indeterminato sin dall'inizio. L'azienda è stata condannata a pagare le differenze retributive e le spese legali.
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Contratto di apprendistato nullo: la datrice compensa i debiti
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una lavoratrice assunta con contratto di apprendistato come commessa. La Corte d'Appello aveva riqualificato il rapporto in lavoro ordinario per mancanza di formazione effettiva, condannando la datrice a pagare le differenze retributive. Tuttavia, i giudici di secondo grado avevano omesso di decidere sulle richieste della datrice di scalare da tali somme l'indennità di mancato preavviso per le dimissioni e il rimborso di alcune rate di mutuo pagate come garante. La Cassazione ha accolto il ricorso della datrice di lavoro, stabilendo che il giudice d'appello deve obbligatoriamente pronunciarsi sulle eccezioni di compensazione sollevate.
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Anzianità di servizio e apprendistato: la legge batte l’accordo
I Lavoratori hanno agito contro l'Azienda per ottenere il riconoscimento dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli aumenti periodici di anzianità. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità delle clausole del contratto collettivo che escludevano tale computo, ritenendo la legge sull'apprendistato una norma imperativa. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente presentato formale rinuncia al ricorso, accettata dai Lavoratori. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando di fatto la decisione precedente favorevole ai dipendenti per il riconoscimento dell'anzianità di servizio e apprendistato.
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Nullità dell’apprendistato: reintegra o solo indennizzo?
Un'azienda di trasporti ha assunto un lavoratore con contratto di apprendistato professionalizzante. Tuttavia, il dipendente possedeva già le competenze necessarie, avendo lavorato per oltre 400 ore nella stessa mansione presso la medesima azienda. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità dell'apprendistato per mancanza di reale scopo formativo, ordinando la reintegrazione del lavoratore. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, contestando sia la nullità sia la tutela reintegratoria applicata. La Suprema Corte, ritenendo la questione di massima importanza per l'uniformità del diritto, ha emesso un'ordinanza interlocutoria rinviando la causa in pubblica udienza per chiarire le tutele applicabili in caso di nullità dell'apprendistato.
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Contratto di apprendistato: il rischio del ritardo nel recesso
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento avvenuto al termine di un contratto di apprendistato professionalizzante durato tre anni. Il ricorrente sosteneva che la prestazione lavorativa fosse proseguita per due giorni oltre la scadenza naturale del termine, determinando così la trasformazione automatica del rapporto in un contratto a tempo indeterminato ordinario. Dopo i rigetti nei primi due gradi di giudizio, la questione è giunta in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando l'importanza della questione interpretativa riguardante l'esatto momento in cui il datore di lavoro può esercitare il recesso 'al termine' del periodo formativo, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Il caso è stato rimesso alla pubblica udienza per definire se una minima prosecuzione dell'attività lavorativa impedisca o meno il recesso libero previsto dalla legge.
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Apprendistato: la prova del periodo precedente vale?
La Corte di Cassazione conferma la trasformazione di un contratto di apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Un lavoratore ha dimostrato di aver superato la durata massima di 36 mesi sommando un periodo di apprendistato precedente svolto presso un'altra azienda. La Corte ha chiarito che la prova di tale periodo può essere fornita con vari documenti, non solo con un certificato di servizio, e che in appello possono essere ammesse nuove prove documentali se ritenute indispensabili.
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Apprendistato professionalizzante: limiti della domanda
Un lavoratore ottiene in Appello la trasformazione del suo contratto di apprendistato professionalizzante in contratto a tempo indeterminato, con reintegro e indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione, tuttavia, annulla la condanna al reintegro e al risarcimento, accogliendo il ricorso dell'azienda. La motivazione risiede nel fatto che il lavoratore, nel suo ricorso iniziale, aveva chiesto solo la conversione del rapporto e le differenze retributive maturate durante il contratto, senza mai formulare una specifica domanda di impugnazione del licenziamento o di reintegrazione. La sentenza sottolinea il principio fondamentale per cui il giudice non può pronunciarsi oltre i limiti di quanto richiesto dalle parti (ultra petita).
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