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L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17

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152 provvedimenti

Rigetto istanza fallimento: non è giudicato definitivo
Una società di costruzioni, dichiarata fallita, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che un precedente rigetto istanza fallimento avrebbe dovuto impedire una nuova azione. La Corte ha respinto il ricorso, chiarendo che tale rigetto non costituisce giudicato definitivo. Un creditore può quindi ripresentare l'istanza se basata su nuovi elementi, come un ulteriore credito che fa superare la soglia di legge.
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Onere della prova: Cassazione su estratti conto
Una società ha citato in giudizio la propria banca per la restituzione di somme indebitamente pagate sul conto corrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione d'appello. La motivazione si fonda sull'onere della prova: il correntista che agisce per la ripetizione dell'indebito deve fornire la prova completa dei movimenti del conto, tipicamente tramite gli estratti conto, non essendo sufficienti altri documenti contabili.
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Rinuncia al ricorso: quando si estingue il giudizio
Una società e alcuni privati, dopo aver presentato ricorso in Cassazione, vi hanno rinunciato. La controparte ha accettato la rinuncia. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, chiarendo che in caso di rinuncia al ricorso accettata non si applica né la condanna alle spese, né il raddoppio del contributo unificato, in quanto quest'ultima è una misura sanzionatoria prevista solo per i casi di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione.
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Interruzione prescrizione: quando non è permanente
La Corte di Cassazione ha chiarito che l'interruzione della prescrizione ha solo effetto istantaneo, e non permanente, se il processo si conclude con una pronuncia di incompetenza e il successivo giudizio non viene tempestivamente riassunto, estinguendosi. In un caso riguardante la richiesta di compenso di un professionista contro un Comune, il suo diritto è stato dichiarato prescritto perché l'azione per arricchimento senza causa è stata intentata oltre il termine decennale, non potendo beneficiare della sospensione per la durata del precedente, lungo e infruttuoso, contenzioso.
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Giudicato interno: Limiti al risarcimento danni
Un investitore ha citato in giudizio un intermediario finanziario per inadempimento. Il Tribunale ha concesso un risarcimento parziale. L'investitore non ha impugnato la quantificazione del danno, che è quindi passata in giudicato. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'investitore volto a ottenere un danno maggiore, confermando che la mancata impugnazione di un capo della sentenza forma un giudicato interno che preclude riesami futuri sulla stessa questione.
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Risarcimento danno materiale: basta il preventivo?
Un automobilista fa appello per il mancato risarcimento del danno materiale al proprio veicolo dopo un incidente. Il Tribunale riforma la sentenza di primo grado, stabilendo che il preventivo di una carrozzeria è prova sufficiente per liquidare il danno, anche senza fattura di pagamento. L'appello sulle spese del consulente tecnico viene invece respinto.
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Appalto illecito: quando è genuino? La Cassazione
Una lavoratrice ha contestato un appalto illecito nel settore dei servizi assicurativi, chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro con l'azienda committente. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la genuinità dell'appalto. La decisione si fonda sulla constatazione che la società appaltatrice esercitava un reale potere organizzativo e direttivo sul personale e si assumeva un effettivo rischio d'impresa, elementi che prevalgono sul mero coordinamento operativo e sull'uso di software comuni.
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Studi di settore e onere della prova: la Cassazione
Una società ha contestato un avviso di accertamento basato sugli studi di settore, sostenendo che l'Agenzia delle Entrate non avesse adempiuto al proprio onere della prova. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che un significativo scostamento dai parametri, discusso in un regolare contraddittorio, è sufficiente a fondare l'accertamento. Inoltre, le eccezioni sollevate per la prima volta in sede di legittimità, come la contestazione dello specifico cluster applicato, sono state dichiarate inammissibili.
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Contratti a termine stagionali: quando sono legittimi?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di contratti a termine successivi che superano i 36 mesi per un'attività di ristorazione, qualificandola come stagionale. La decisione chiarisce che l'onere di provare la natura stagionale spetta al datore di lavoro, il quale può utilizzare come prova le comunicazioni agli enti pubblici e i contratti collettivi. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, che mirava a una nuova valutazione dei fatti, convalidando così i contratti a termine stagionali stipulati.
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Prescrizione contributi: la Cassazione chiarisce
Un professionista ha contestato un debito verso la sua cassa previdenziale, sostenendo l'avvenuta prescrizione contributi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le comunicazioni inviate dall'ente erano idonee a interrompere la prescrizione. La Corte ha chiarito che la valutazione sulla ricezione e sul contenuto delle comunicazioni è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito e che la contestazione di documenti in fotocopia deve essere specifica e non generica.
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Contratto a termine nullo per fondazioni liriche
La Corte di Cassazione ha confermato la conversione di un contratto a termine nullo in un rapporto a tempo indeterminato per una lavoratrice di una fondazione lirica. La sentenza chiarisce che il semplice riferimento alla 'programmazione degli spettacoli' non è una motivazione sufficientemente specifica per giustificare un contratto a tempo determinato. Inoltre, la Corte ha stabilito che le leggi che impongono limiti alle assunzioni non possono essere applicate retroattivamente a contratti stipulati prima della loro entrata in vigore.
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Omessa comunicazione condanna: licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione conferma la legittimità del licenziamento di un lavoratore che ha omesso di comunicare al datore di lavoro una condanna penale definitiva per un grave reato. Tale omissione, secondo la Corte, costituisce una violazione degli obblighi di buona fede e correttezza, tale da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario e giustificare il recesso per giusta causa, a prescindere da specifiche previsioni del CCNL.
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