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D.Lgs. 385/1993

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817 provvedimenti

Esercizio abusivo dell’attività finanziaria: condanna confermata
Un intermediario finanziario è stato condannato per l'esercizio abusivo dell'attività finanziaria, avendo svolto attività di mediazione creditizia senza la necessaria iscrizione negli elenchi di legge. L'imputato promuoveva contratti di finanziamento tramite volantini, ricevendo compensi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che l'avviso di conclusione delle indagini non è dovuto nei procedimenti per decreto penale di condanna e successiva opposizione. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva secondo cui l'imputato avesse il diritto di cessare gradualmente l'attività illecita per non perdere guadagni, escludendo qualsiasi causa di giustificazione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata con l'obbligo di pagare le spese processuali e risarcire la parte civile.
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Mediazione creditizia abusiva: finti prestiti, vera condanna
I promotori di una finta società finanziaria proponevano a imprenditori in difficoltà l'ottenimento di finanziamenti esteri tramite lettere di credito stand-by, incassando lauti compensi senza mai erogare i fondi. Gli imputati non erano iscritti all'albo dei mediatori. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione per delinquere, truffa aggravata e mediazione creditizia abusiva. La Corte ha chiarito che l'intermediazione di lettere di credito stand-by rientra nella riserva di legge dei mediatori creditizi iscritti. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la colpevolezza e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Cessione dei crediti in blocco: prova del credito o esclusione
Una società finanziaria chiedeva l'ammissione al passivo del fallimento di un'azienda per un credito ipotecario acquistato tramite cessione dei crediti in blocco da una banca. Il tribunale respingeva la domanda ritenendo che il credito non rientrasse tra quelli ceduti. La Corte d'Appello confermava l'esclusione ritenendo l'ipoteca revocabile, ma ometteva di pronunciarsi sulla richiesta subordinata di ammissione come credito ordinario (chirografario). La Cassazione ha accolto sia il ricorso della finanziaria sulla mancata pronuncia del credito ordinario, sia il ricorso del Fallimento. Ha stabilito che spetta alla finanziaria dimostrare che lo specifico credito rientri nell'operazione di cessione in blocco, questione rilevabile d'ufficio dal giudice.
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Azione revocatoria fallimentare: il fallimento batte la banca
Il Fallimento di una società di costruzioni ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca in liquidazione coatta amministrativa per dichiarare inefficaci alcuni pagamenti ricevuti. Ottenuta la sentenza favorevole, il Fallimento ha chiesto l'insinuazione tardiva al passivo della banca per recuperare la somma di oltre ottantamila euro. La banca si è opposta invocando il principio di cristallizzazione del passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, stabilendo che il creditore ha pieno diritto di insinuarsi al passivo per il valore del bene revocato, poiché l'azione mira a ricostruire la garanzia patrimoniale generica dei creditori e non a sottrarre un bene specifico già acquisito alla massa.
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Contratto di finanziamento: firma falsa ma il debito resta
Il Debitore proponeva opposizione a un decreto ingiuntivo per il pagamento delle rate di un contratto di finanziamento finalizzato all'acquisto di un'auto, sostenendo di non aver mai firmato il contratto né ricevuto il veicolo. La Corte d'Appello respingeva l'opposizione, ritenendo provato il rapporto grazie all'erogazione della somma e alla consegna del mezzo. Il Debitore ricorreva in Cassazione, lamentando la nullità del contratto per mancanza di forma scritta, qualificandolo come credito al consumo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la natura di credito al consumo e la conseguente necessità della forma scritta costituiscono questioni nuove, mai sollevate nei gradi precedenti, che richiedono accertamenti di fatto non consentiti in sede di legittimità. Il Debitore perde la causa e deve pagare le spese.
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Integrazione probatoria nel giudizio abbreviato: usura punita
Tre imputati sono stati condannati per associazione a delinquere, usura aggravata ed estorsione. La difesa ha contestato la legittimità dell'integrazione probatoria nel giudizio abbreviato disposta dal giudice, che aveva ascoltato le vittime dopo che i loro verbali iniziali erano stati dichiarati inutilizzabili. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibili i ricorsi. I giudici hanno stabilito che l'integrazione probatoria nel giudizio abbreviato è pienamente legittima se necessaria per decidere, anche per rimediare a lacune probatorie, purché non si esplorino piste totalmente estranee agli atti. Di conseguenza, i ricorrenti dovranno pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ricalcolo del saldo di conto corrente: estratti incompleti e ko
Il Correntista e il Fideiussore hanno citato in giudizio l'Istituto Bancario per contestare l'addebito di interessi illegittimi e anatocismo sul proprio conto corrente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei clienti, confermando che, nell'azione di ripetizione dell'indebito, l'onere della prova grava sul correntista. In caso di produzione incompleta degli estratti conto, il ricalcolo del saldo di conto corrente deve partire dal primo saldo negativo documentato e non da zero. Inoltre, la nullita delle clausole sugli interessi consente l'applicazione del tasso legale. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese di giudizio.
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Rinnovazione della notificazione: se il debitore è introvabile
Un acquirente di un immobile ipotecato si opponeva al precetto notificato dalla banca creditrice, lamentando la mancata notifica del titolo esecutivo. Il Tribunale rigettava l'opposizione. L'acquirente proponeva ricorso in Cassazione, ma la notifica dell'atto al debitore principale, ritenuto litisconsorte necessario, non si perfezionava perché la società risultava sconosciuta all'indirizzo. La Suprema Corte ha rilevato la nullità della notifica e ha disposto la rinnovazione della notificazione del ricorso entro il termine perentorio di sessanta giorni, rinviando la causa a nuovo ruolo per consentire la corretta integrazione del contraddittorio.
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Responsabilità degli amministratori senza deleghe: sì alla multa
L'Autorità di Vigilanza ha sanzionato un membro del consiglio di amministrazione di una banca con una multa di 156.000 euro per gravi carenze nella gestione del credito e nei controlli interni. Il sanzionato ha impugnato il provvedimento, sostenendo di non avere deleghe operative e di non poter essere equiparato agli amministratori delegati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sanzione. I giudici hanno chiarito che la responsabilità degli amministratori senza deleghe è concreta e incisiva. Anche chi non ha poteri esecutivi ha il dovere di informarsi attivamente e di intervenire per prevenire o correggere anomalie nella gestione aziendale, specialmente nel settore bancario a tutela dei risparmiatori.
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Revocatoria fallimentare del mutuo: la banca perde l’ipoteca
Una banca ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare di un credito garantito da ipoteca, derivante da un mutuo fondiario utilizzato per estinguere debiti precedenti della società poi fallita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la revocatoria fallimentare del mutuo e della relativa ipoteca. I giudici hanno chiarito che l'operazione di concessione del mutuo, finalizzata esclusivamente a ripianare un'esposizione debitoria pregressa, costituisce un'operazione anomala e solutoria, soggetta a revocatoria. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'inopponibilità delle garanzie pignoratizie prive di data certa, poiché il timbro postale era presente solo sulla prima pagina di un documento di tre fogli. Vince il Fallimento: la banca perde i privilegi ipotecari e pignoratizi, venendo ammessa solo come creditore chirografario.
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Nullità clausola interessi: vince la banca sul vecchio conto
Una società ha contestato il calcolo del saldo del proprio conto corrente, aperto prima del 1992, lamentando la nullità clausola interessi che rinviava agli usi di piazza. La società pretendeva l'applicazione dei tassi sostitutivi favorevoli previsti dal Testo Unico Bancario (T.U.B.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che le norme sulla trasparenza bancaria del 1992 e del 1993 non sono retroattive. Di conseguenza, per i contratti sorti in precedenza, la nullità della clausola sugli interessi comporta l'applicazione del tasso legale previsto dal codice civile, e non dei tassi sostitutivi del T.U.B. Vince la banca, mentre la società deve pagare le spese di giudizio.
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Azione revocatoria fallimentare: paga la banca cedente
Una società in amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 568.000 euro di rimesse bancarie. La banca si è difesa sostenendo di aver ceduto il proprio ramo d'azienda a un altro istituto e di non essere quindi il soggetto corretto da citare in giudizio. La Corte di Cassazione ha invece confermato la responsabilità della banca cedente. Infatti, l'atto di cessione non indicava in modo specifico il trasferimento dei debiti futuri derivanti da revocatorie non ancora avviate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso principale della banca e ha accolto il ricorso incidentale della procedura fallimentare, rinviando la causa alla Corte d'Appello solo per rideterminare le spese legali del primo grado di giudizio.
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Revocatoria ordinaria della garanzia ipotecaria: banca disarmata
Una banca ha concesso un mutuo fondiario a una società poi fallita, utilizzando la somma per estinguere vecchi debiti non garantiti della stessa società verso la banca. Questa operazione ha trasformato un credito semplice in un credito garantito da ipoteca. Il Fallimento ha promosso la revocatoria ordinaria della garanzia ipotecaria per annullare l'ipoteca. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno stabilito che la banca, in quanto operatore professionale, poteva conoscere lo stato di dissesto della società analizzando i bilanci e la centrale rischi. Di conseguenza, l'ipoteca è stata annullata e il credito della banca è rimasto comune, senza alcuna priorità di pagamento.
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Trasferimento fraudolento di valori: Porsche e prestanome ko
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari per i reati di esercizio abusivo del credito e trasferimento fraudolento di valori. L'indagato aveva fittiziamente intestato alla moglie e alla sorella diverse attività commerciali e beni di lusso, tra cui un'auto di alto valore, per evitare misure di prevenzione patrimoniale, considerando anche una sua precedente condanna per associazione mafiosa. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ma la Suprema Corte ha confermato la validità della decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno rilevato che le intercettazioni e un'agenda sequestrata provavano i prestiti illeciti, mentre la sproporzione tra redditi e investimenti confermava l'intestazione fittizia. L'indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Addizionale Irpef sui bonus: respinto il ricorso del manager
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso dell'addizionale Irpef sui bonus applicata sulla sua retribuzione variabile nel 2013. Il contribuente sosteneva che la tassa del 10% non fosse dovuta perché il bonus non superava il triplo dello stipendio fisso e perché la società datrice di lavoro non era un intermediario finanziario in senso stretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la riforma del 2011 ha eliminato la soglia del triplo, rendendo tassabile qualsiasi quota di bonus eccedente la retribuzione fissa. Inoltre, la Corte ha chiarito che la nozione di settore finanziario va intesa in senso ampio, includendo anche le società di consulenza finanziaria per prevenire politiche retributive speculative.
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Anatocismo bancario: la Cassazione ferma gli addebiti automatici
Il caso nasce dall'opposizione di un correntista contro gli addebiti ritenuti illegittimi effettuati dalla banca su diversi conti correnti tra il 1992 e il 2001. Tra le varie contestazioni, il cliente lamentava l'applicazione dell'anatocismo bancario e l'illegittimità della commissione di massimo scoperto. La Corte di Cassazione, accogliendo l'ottavo motivo di ricorso, ha stabilito che l'introduzione della capitalizzazione degli interessi secondo la delibera CICR del 9 febbraio 2000 richiede una specifica e nuova pattuizione scritta tra le parti. Non è quindi legittimo l'adeguamento automatico unilaterale da parte dell'istituto di credito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello, rinviando la causa alla Corte d'Appello di Firenze per un nuovo calcolo del saldo del conto corrente depurato dagli interessi anatocistici illegittimi.
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Interessi convenzionali bancari: la prova scritta
La Corte d'Appello di Napoli ha stabilito che gli interessi convenzionali bancari sono applicabili solo se supportati da prova scritta. In assenza di specifica accettazione del cliente, le modifiche unilaterali peggiorative delle condizioni economiche sono nulle. La decisione ha portato al ricalcolo del debito di una società basato sui tassi pattuiti originariamente.
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Contratto bancario nullo: assenza di forma scritta
La Corte d'Appello ha confermato la dichiarazione di contratto bancario nullo relativamente a un conto anticipi privo di sottoscrizione autonoma o di rinvio specifico nel contratto quadro. La sentenza affronta anche il rigetto della rimessione in termini per deposito telematico incompleto, ribadendo la necessità delle quattro ricevute PEC per provare il contenuto dell'invio.
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Soccombenza reciproca: sanzione ridotta ma spese divise
Un ex amministratore di una banca ha impugnato la sanzione pecuniaria inflitta dall'Autorità di Vigilanza. La Corte d'Appello ha accolto solo parzialmente la richiesta, riducendo la sanzione da 52.000 a 25.000 euro, e ha compensato a metà le spese di giudizio, ponendo il restante 50% a carico dell'amministratore. Quest'ultimo ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di essere il vincitore della causa e contestando la condanna alle spese. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la riduzione della sanzione non equivale a una vittoria totale. Di conseguenza, si configura una soccombenza reciproca che legittima il giudice a ripartire le spese di lite a sua discrezione. L'amministratore perde definitivamente il ricorso e deve pagare anche le spese del giudizio di legittimità.
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Insinuazione al passivo: risarcimento senza giudice del lavoro
Una lavoratrice ha richiesto l'insinuazione al passivo della banca datrice di lavoro, in liquidazione coatta amministrativa, per ottenere il risarcimento dei danni da demansionamento e trasferimento illegittimo. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo che l'accertamento spettasse al giudice del lavoro e che l'estinzione della causa di lavoro precludesse l'ammissione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che se la domanda ha natura esclusivamente patrimoniale ed è finalizzata alla partecipazione al concorso, la competenza spetta al giudice fallimentare e non a quello del lavoro. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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