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D.Lgs. 22/2015

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Incentivo all’auto-imprenditorialità: vittoria per la lavoratrice
Una lavoratrice ha richiesto la rideterminazione della somma spettante a titolo di incentivo all'auto-imprenditorialità. L'Istituto previdenziale aveva erroneamente escluso dal calcolo della retribuzione imponibile i periodi di cassa integrazione a zero ore fruiti nell'ultimo quadriennio di lavoro. L'Istituto previdenziale ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che le retribuzioni teoriche perse durante la sospensione lavorativa non dovessero rientrare nella base di calcolo della prestazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale per inammissibilità. L'Istituto infatti ha modificato la propria tesi difensiva rispetto ai gradi di merito e non ha indicato specificamente i parametri retributivi contestati. La lavoratrice ha ottenuto il definitivo riconoscimento del diritto al ricalcolo favorevole della prestazione.
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Calcolo della NASpI: l’INPS perde per un vizio di forma
Un lavoratore ha chiesto il ricalcolo della NASpI anticipata, pretendendo che nella base imponibile fosse inclusa anche la retribuzione persa durante la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS). La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ordinando all'INPS di ricalcolare l'indennità. L'INPS ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che per il calcolo della NASpI rilevassero solo i redditi effettivamente percepiti e non quelli teorici persi a causa della sospensione lavorativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di specificità e per contraddittorietà rispetto alle difese precedentemente assunte dall'ente nei gradi di merito. Di conseguenza, l'INPS perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali, confermando il diritto del lavoratore a un calcolo più favorevole.
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Calcolo della NASpI: lavoratrice vince contro il ricorso INPS
Una lavoratrice ha chiesto il ricalcolo della NASpI anticipata, pretendendo che nella retribuzione imponibile venisse conteggiata anche la retribuzione teorica persa durante la Cassa Integrazione (CIGS). L'INPS si è opposto, sostenendo che rilevasse solo il reddito effettivamente percepito. La Corte d'Appello ha dato ragione alla lavoratrice. L'INPS ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di specificità, non avendo l'ente previdenziale esposto chiaramente i fatti e i conteggi specifici, e avendo mutato la propria linea difensiva rispetto ai gradi di merito. Di conseguenza, la decisione favorevole alla lavoratrice sul calcolo della NASpI è stata confermata e l'INPS è stato condannato alle spese.
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Principio di automaticità delle prestazioni: no ai co.co.co.
Un collaboratore a progetto ha chiesto all'INPS l'indennità di disoccupazione DIS-COLL. L'INPS ha rifiutato la domanda perché il committente non aveva versato i contributi previdenziali. I giudici di merito hanno accolto la richiesta del lavoratore, ritenendo applicabile il principio di automaticità delle prestazioni. L'INPS ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che il principio di automaticità delle prestazioni non si applica ai collaboratori iscritti alla Gestione separata. Per questi lavoratori, l'obbligo contributivo fa capo a loro stessi, anche se il committente si occupa materialmente del versamento. Di conseguenza, senza contributi effettivamente accreditati, non si ha diritto alla disoccupazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Pensione anticipata lavoratori precoci: sì anche dopo la prova
Il Lavoratore ha richiesto l'accesso alla pensione anticipata lavoratori precoci dopo essere stato licenziato per il mancato superamento della prova. L'Istituto Previdenziale ha negato il beneficio, sostenendo che la fine del rapporto in prova non costituisse un vero licenziamento. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente pubblico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il recesso del datore di lavoro durante il periodo di prova è a tutti gli effetti un licenziamento individuale. Di conseguenza, tale evento genera uno stato di disoccupazione involontaria che dà diritto alla pensione anticipata lavoratori precoci. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Indebito Previdenziale: ASpI da restituire se hai i requisiti
Una lavoratrice riceve l'indennità di disoccupazione (ASpI) anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione, a causa di un'errata comunicazione dell'Ente Previdenziale. Anni dopo, l'Ente chiede la restituzione delle somme. La Cassazione stabilisce che si tratta di un indebito previdenziale da restituire. Il diritto alla disoccupazione cessa automaticamente al raggiungimento dei requisiti pensionistici, a prescindere dalla data di presentazione della domanda o dalla percezione effettiva della pensione. La buona fede della lavoratrice non impedisce l'obbligo di restituzione, ma potrà essere valutata per definire le modalità del rimborso.
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Requisiti NASpI 2025: nuove regole dopo dimissioni
Il Tribunale di Brescia ha confermato la legittimità dei nuovi requisiti NASpI 2025 introdotti dalla Legge di Bilancio. Il caso riguarda una lavoratrice licenziata durante il periodo di prova dopo essersi dimessa volontariamente da un precedente impiego. La domanda di disoccupazione è stata rigettata per mancanza delle 13 settimane di contributi maturate nel nuovo rapporto, requisito ritenuto non retroattivo e costituzionalmente legittimo.
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Requisiti Pensione e NASpI: Stop Automatico e Obbligo di Restituzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che la decadenza NASpI per requisiti pensione è automatica e immediata. Un lavoratore aveva continuato a percepire l'indennità di disoccupazione anche dopo aver maturato il diritto alla pensione anticipata. L'Ente Previdenziale ha quindi richiesto la restituzione delle somme. La Corte ha confermato questa richiesta, chiarendo che il diritto alla NASpI cessa nel momento esatto in cui si raggiungono i requisiti per la pensione, a prescindere da quando si presenti la domanda o si riceva il primo assegno. Le somme percepite dopo tale data sono considerate un indebito e vanno restituite.
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Dimissioni e preavviso non pagato: la NASpI copre il vuoto?
Una lavoratrice si dimette per giusta causa ma l'azienda le paga solo una parte dell'indennità di preavviso. La questione legale è se l'indennità di disoccupazione debba coprire il periodo di preavviso non pagato. La Corte di Cassazione, riconoscendo che non esistono precedenti su questo specifico punto, ha ritenuto la questione di grande importanza. Per questo motivo, ha rinviato la decisione finale a un'udienza pubblica per un esame più approfondito. Il caso è cruciale per definire il rapporto tra NASpI e periodo di preavviso non retribuito.
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Calcolo incentivo autoimprenditorialità: INPS sbaglia, vince la lavoratrice
Una lavoratrice, dopo un periodo di cassa integrazione, ha richiesto l'incentivo per l'autoimprenditorialità. Il dibattito si è concentrato sul corretto calcolo dell'incentivo autoimprenditorialità: l'Ente Previdenziale lo aveva calcolato sulla retribuzione ridotta, mentre la lavoratrice chiedeva fosse basato sulla retribuzione piena teorica. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente Previdenziale per un vizio di forma, non entrando nel merito della questione. Questa decisione ha reso definitiva la sentenza precedente, favorevole alla lavoratrice, che ottiene così il ricalcolo dell'incentivo sulla base dello stipendio intero.
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Trasferimento a Catania: niente NASpI senza colpa dell’azienda
Un lavoratore si dimette a seguito di un trasferimento da Genova a Catania e chiede l'indennità di disoccupazione. La Corte di Cassazione interviene sul tema delle dimissioni per giusta causa e NASpI, stabilendo un principio fondamentale. La sola distanza geografica del trasferimento non è sufficiente per giustificare le dimissioni e ottenere la NASpI. È necessario dimostrare che il trasferimento era illegittimo, ovvero che l'azienda non aveva comprovate ragioni tecniche, organizzative o produttive per disporlo. Senza la prova di un grave inadempimento del datore di lavoro, la disoccupazione non può essere considerata 'involontaria'. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente che concedeva l'indennità, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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NASpI e Lavoro Effettivo: Ferie Valide, l’INPS Perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di NASpI e lavoro effettivo. Un lavoratore si era visto negare l'indennità di disoccupazione dall'Istituto Previdenziale perché, nel calcolo delle 30 giornate lavorative richieste, non erano state incluse le ferie godute. La Corte ha dato ragione al lavoratore, affermando che i giorni di ferie, essendo retribuiti e coperti da contributi, devono essere considerati 'lavoro effettivo'. Questo perché le ferie sono un momento essenziale del rapporto di lavoro, finalizzato al recupero delle energie del dipendente. Di conseguenza, l'Istituto Previdenziale ha perso la causa e il suo ricorso è stato respinto.
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Decadenza indennità NASpI: salvo il sussidio con reddito errato
Un lavoratore autonomo, dopo aver perso il suo impiego da dipendente, richiede la NASpI dichiarando contestualmente la sua attività e il reddito presunto. L'Istituto Previdenziale nega il sussidio per reddito 'incompatibile'. Il lavoratore rettifica l'importo e ottiene ragione in tribunale. L'Istituto ricorre in Cassazione sostenendo la decadenza indennità NASpI per mancata comunicazione. La Corte Suprema respinge il ricorso, stabilendo un principio chiave: la comunicazione dell'attività lavorativa, anche se preesistente, fatta insieme alla domanda di NASpI, è sufficiente a impedire la decadenza. L'eventuale errore sul reddito, poi corretto, non fa perdere il diritto al sussidio.
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NASpI Lavoro Intermittente: Durata Reale Batte Durata Formale
Un lavoratore con più contratti intermittenti, di durata formale superiore a sei mesi ma con giornate lavorate effettive inferiori, si è visto contestare il diritto alla NASpI dall'Ente Previdenziale. L'Ente sosteneva la decadenza dal beneficio. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo un principio fondamentale sulla decadenza NASpI lavoro intermittente: ai fini del calcolo del limite di sei mesi, si deve considerare la durata effettiva del lavoro prestato e non quella, più lunga, prevista dal contratto. Se i giorni di lavoro effettivo sono meno di sei mesi, il diritto alla disoccupazione non si perde.
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Decadenza NASpI: Attività Preesistente Non Comunicata, Sostegno Perso
Un lavoratore, già socio di un'impresa, ha richiesto e ottenuto la NASpI senza dichiarare la sua attività preesistente. L'INPS ha chiesto la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: l'obbligo di informare l'INPS vale anche per le attività autonome già esistenti al momento della domanda. La mancata dichiarazione entro 30 giorni comporta la decadenza NASpI per mancata comunicazione, indipendentemente dal reddito prodotto. La Corte ha quindi dato ragione all'INPS, annullando la decisione precedente e affermando che la trasparenza è un requisito non derogabile per mantenere il diritto all'indennità di disoccupazione.
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Decadenza NASpI: Lavoro non comunicato, indennità perduta
Una lavoratrice, mentre percepiva l'indennità di disoccupazione, ha iniziato un nuovo rapporto di lavoro senza comunicarlo all'Ente Previdenziale. L'Ente ha quindi interrotto l'erogazione del sussidio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di questa interruzione, stabilendo la Decadenza NASpI. Il principio chiave è che spetta al lavoratore dimostrare di aver effettuato la comunicazione obbligatoria del nuovo reddito. In assenza di tale prova, la perdita del beneficio è automatica. L'Ente Previdenziale vince la causa perché la lavoratrice non ha adempiuto al suo onere probatorio.
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Indennità Dis-Coll: Contratto Scaduto, Diritto Riconosciuto
Una ricercatrice universitaria, il cui contratto di collaborazione è scaduto il 30 giugno 2017, ha richiesto l'Indennità Dis-Coll. L'Istituto previdenziale ha negato la prestazione, sostenendo che la legge riconosce il beneficio agli assegnisti di ricerca solo per gli eventi verificatisi a partire dal 1° luglio 2017. Secondo l'Ente, l'evento coinciderebbe con la scadenza del contratto. La Corte d'Appello ha invece dato ragione alla lavoratrice. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dell'Istituto. I giudici hanno chiarito che per evento di disoccupazione non si intende il fatto storico che ha causato la fine del rapporto, ma lo stato di disoccupazione stesso. Poiché il contratto è terminato il 30 giugno, lo stato di disoccupazione è iniziato esattamente il 1° luglio 2017, garantendo così alla lavoratrice il pieno diritto a percepire l'Indennità Dis-Coll.
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Indennità NASpI e amministratore: il diritto al sussidio
Una lavoratrice ha richiesto l'Indennità NASpI dopo la cessazione del rapporto di lavoro, ma l'INPS ha negato il beneficio contestando la mancata comunicazione della carica di amministratrice unica di una società. L'ente previdenziale riteneva che tale ruolo configurasse l'inizio di un'attività lavorativa autonoma soggetta a obbligo informativo entro trenta giorni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'INPS, stabilendo che la mera titolarità di una carica sociale gratuita, senza effettivo svolgimento di attività lavorativa né produzione di reddito, non comporta la decadenza dal sussidio. La decisione conferma che il rapporto societario non equivale automaticamente a un'attività lavorativa produttiva di reddito ai fini previdenziali.
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Decadenza NASpI e Partita IVA: la forma non batte la sostanza
Un lavoratore ha impugnato la decisione che gli negava il diritto alla NASpI a causa della mancata comunicazione dei redditi derivanti da una Partita IVA già esistente. I giudici di merito avevano confermato la sanzione, ritenendo che l'obbligo di comunicazione sussistesse anche in assenza di reddito effettivo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la Decadenza NASpI e Partita IVA non può scattare automaticamente per il solo possesso formale del numero di Partita IVA. Secondo la Suprema Corte, è necessario verificare se l'attività lavorativa sia stata effettivamente esercitata durante il periodo di disoccupazione. Il termine 'intraprendere' implica un impegno concreto e non una mera condizione burocratica preesistente e inattiva. La causa è stata rinviata per accertare l'effettività del lavoro svolto.
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Decadenza dalla NASpI: perché la Partita IVA silente non la causa
Un lavoratore ha impugnato il provvedimento con cui l'ente previdenziale ha dichiarato la decadenza dalla NASpI per l'anno 2017. L'ente contestava l'omessa comunicazione del reddito derivante da attività autonoma, basandosi sulla mera titolarità di una Partita IVA. La Corte d'Appello aveva confermato la sanzione, ritenendo obbligatoria la comunicazione annuale anche in assenza di reddito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la decadenza dalla NASpI scatta solo in presenza di uno svolgimento effettivo dell'attività lavorativa. La semplice titolarità formale di una posizione fiscale non equivale all'esercizio di un'attività e non giustifica la perdita del sussidio, specialmente se la posizione era già nota all'ente.
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