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D.L. 4/2019

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275 provvedimenti

Causa di non punibilità: quando il fatto non è lieve
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per percezione indebita di somme. La Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), poiché la condotta è durata sette mesi e l'importo percepito (€ 3.500) non è stato ritenuto trascurabile. Negate anche le attenuanti generiche, in assenza di elementi positivi a favore dell'imputato.
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Errore su legge penale: appello inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per illeciti legati al reddito di cittadinanza. L'imputato ha invocato l'errore su legge penale, ma la Corte ha stabilito che la normativa non è sufficientemente oscura da giustificare l'ignoranza della legge, confermando così la sussistenza del dolo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Scommesse illegali: la Cassazione conferma la condanna
La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un intermediario di scommesse illegali per un bookmaker estero. La Corte ribadisce che l'assenza di concessione e licenza integra il reato, a meno che non si provi una discriminazione nell'accesso alle gare. La raccolta diretta di scommesse aggrava la posizione dell'imputato.
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Omessa dichiarazione redditi da gioco: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un cittadino che aveva omesso di dichiarare redditi da gioco nella domanda per il reddito di cittadinanza. La sentenza stabilisce che tale omissione integra il reato previsto dall'art. 7 del D.L. 4/2019, poiché è funzionale a ottenere un beneficio non spettante. La Corte ha respinto le richieste di applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l'attenuante del danno di speciale tenuità, sottolineando la gravità della condotta e la lesione del fine pubblico del beneficio.
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Ricorso inammissibile: motivi generici e assertivi
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una condanna per un reato previsto dal DL n. 4/2019. I motivi dell'appello sono stati giudicati generici, assertivi e non correlati alla decisione impugnata, specialmente riguardo la titolarità di vincite su conti di gioco online.
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Reddito di cittadinanza: ignoranza legge non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due cittadini condannati per indebita percezione del reddito di cittadinanza. La Corte ha stabilito che l'ignoranza della legge sui requisiti, come la residenza decennale, non è scusabile se non si dimostra di aver attivamente cercato di informarsi. Inoltre, l'abolizione del beneficio non cancella i reati commessi in precedenza, escludendo l'applicazione della legge più favorevole.
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Reddito di cittadinanza: il reato non è abolito
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'abrogazione del reddito di cittadinanza non estingue il reato per chi lo ha percepito indebitamente in passato. La legge che ha soppresso il beneficio ha espressamente mantenuto in vigore le sanzioni penali per i fatti pregressi, derogando al principio della legge più favorevole. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto che aveva omesso di dichiarare cospicue movimentazioni su conti gioco, confermando la sua condanna.
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Reddito di cittadinanza: reato anche dopo l’abrogazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza, omettendo di dichiarare la presenza di un figlio detenuto nel nucleo familiare. La Corte ha stabilito che l'abrogazione della norma non cancella i reati commessi in precedenza, poiché la legge stessa ha previsto una deroga al principio della retroattività della legge più favorevole. Inoltre, è stato confermato il diniego delle attenuanti generiche, poiché non erano presenti elementi positivi a favore dell'imputato.
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Falsa dichiarazione residenza: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per falsa dichiarazione residenza al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. L'imputato aveva dichiarato di risiedere presso l'abitazione della madre, mentre di fatto conviveva altrove con la propria compagna. La Corte ha stabilito che la questione centrale è la divergenza tra la residenza dichiarata e la dimora abituale effettiva, rendendo irrilevanti i dettagli sulla composizione del nucleo familiare alternativo. La sentenza ribadisce che il giudizio di Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo la corretta applicazione della legge.
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Reddito di cittadinanza e patteggiamento: stop al sussidio
La Corte di Cassazione ha stabilito che una sentenza di patteggiamento, al pari di una condanna definitiva, impedisce l'accesso al reddito di cittadinanza. Sebbene la legge menzioni il patteggiamento solo come causa di revoca, la sua efficacia retroattiva lo configura come un requisito ostativo sin dalla richiesta iniziale, annullando di fatto la concessione.
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Prescrizione contributi: email valida a interromperla
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili due ricorsi incrociati tra un ente religioso e l'istituto previdenziale sul tema della prescrizione contributi. La Corte ha stabilito che la valutazione sull'idoneità di un'email a interrompere la prescrizione è un giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità. Inoltre, ha precisato che la sospensione dei termini di prescrizione per i contributi ex INPDAP si applica solo se il datore di lavoro è una pubblica amministrazione, status non dimostrato nel caso di specie.
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Competenza visto di conformità: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18095/2025, ha stabilito un principio chiave sulla competenza per il visto di conformità infedele. Un professionista ha impugnato una cartella di pagamento per un visto errato, eccependo l'incompetenza dell'ufficio locale dell'Agenzia delle Entrate. La Suprema Corte ha confermato che la competenza ad irrogare la sanzione spetta esclusivamente alla direzione regionale dell'Agenzia delle Entrate, individuata in base al domicilio fiscale del contribuente assistito, e non all'ufficio provinciale. Di conseguenza, l'atto emesso dall'ufficio incompetente è stato ritenuto illegittimo e l'appello dell'Agenzia è stato respinto.
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Inquadramento superiore: diritto alla qualifica corretta
Una lavoratrice ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per ottenere un inquadramento superiore, sostenendo che le sue mansioni effettive corrispondessero a un livello professionale (B2) superiore a quello contrattuale (C1). La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado a favore della dipendente, stabilendo che le attività di coordinamento del personale, l'autonomia operativa e le relazioni esterne gestite giustificavano la qualifica superiore, nonostante le contestazioni dell'azienda. La decisione si è basata su prove documentali e testimoniali che hanno dimostrato la reale portata delle responsabilità della lavoratrice.
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Revoca Reddito di Cittadinanza: quando è illegittima?
Il Tribunale ha accolto il ricorso di una cittadina contro il diniego del reddito di cittadinanza. La domanda era stata respinta perché presentata dopo una revoca reddito di cittadinanza, ma prima del termine di attesa previsto dalla legge. Poiché una precedente sentenza aveva dichiarato illegittima tale revoca, il giudice ha stabilito che nessun termine di attesa era dovuto, riconoscendo il diritto della ricorrente alla prestazione.
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Pensione Quota 100: quando è cumulabile con il lavoro
Un pensionato che beneficiava della "Pensione Quota 100" ha svolto un breve periodo di lavoro dipendente, percependo un reddito minimo. L'ente previdenziale ha richiesto la restituzione dell'intera annualità di pensione, sostenendo un'incompatibilità assoluta. Il Tribunale di Brescia ha accolto la tesi del pensionato, stabilendo che la "incumulabilità" prevista dalla legge non comporta la perdita dell'intera pensione, ma solo la sospensione dei ratei mensili percepiti durante i mesi di effettiva attività lavorativa. Di conseguenza, l'ente è stato condannato a restituire le somme trattenute in eccesso.
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