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Direttiva 2001/23/CE

120 provvedimenti

Previdenza complementare: debiti esclusi nella cessione aziendale
Alcuni lavoratori hanno agito in giudizio contro la precedente società datrice e contro la nuova impresa subentrata nell'affitto del ramo d'azienda. I dipendenti chiedevano il versamento dei contributi omessi al fondo di previdenza complementare e il risarcimento del danno subito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei dipendenti. I giudici hanno stabilito che l'omesso versamento dei contributi alla previdenza complementare costituisce un debito aziendale regolato dall'art. 2560 c.c. e non un credito da lavoro tutelato dalla solidarietà automatica dell'art. 2112 c.c. La nuova impresa subentrante non risponde in solido dei debiti contributivi pregressi maturati dal cedente verso il fondo privato.
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Trasferimento del personale ATA: stipendio salvo e ricorso negato
Un dipendente scolastico contesta il passaggio dai ruoli della Provincia a quelli statali. Il lavoratore lamenta il mancato riconoscimento dell'intera anzianità maturata e chiede differenze retributive al Ministero. I giudici d'appello respingono le richieste economiche. Il lavoratore ha mantenuto il proprio livello stipendiale originario grazie a un assegno ad personam. La Corte di Cassazione conferma la decisione precedente. Il trasferimento del personale ATA rientra nella disciplina europea del passaggio d'impresa. La legge vieta peggioramenti stipendiali complessivi, ma non impone l'automatica trasposizione dell'anzianità se la retribuzione globale resta salvaguardata. Il ricorso del dipendente viene respinto.
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Fusione per incorporazione e crediti di lavoro: chi paga i debiti
Alcuni lavoratori hanno citato in giudizio la società incorporante per ottenere differenze retributive e scatti di anzianità maturati durante il precedente impiego presso la società incorporata. I rapporti di lavoro erano già terminati prima della fusione aziendale. La società incorporante ha sostenuto di non dover rispondere dei debiti relativi a contratti già estinti. La Corte di Cassazione ha chiarito che il tema relativo a fusione per incorporazione e crediti di lavoro è regolato dalla successione universale. La società incorporante assume infatti per legge tutti i diritti e tutti gli obblighi anteriori alla fusione, inclusi i debiti verso gli ex dipendenti.
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Trasferimento d’azienda e crisi: il lavoratore conserva il posto
Un lavoratore licenziato nel 2011 ha ottenuto la ricostituzione del proprio rapporto di lavoro. La Corte d'Appello ha stabilito il suo passaggio automatico alla società subentrante a seguito di un trasferimento d'azienda. Le due società coinvolte nella ristrutturazione hanno ricorso in Cassazione. Le aziende sostenevano che gli accordi sindacali stipulati durante l'amministrazione straordinaria potessero azzerare le tutele dell'occupazione. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi datoriali. I giudici hanno chiarito che, durante un trasferimento d'azienda in crisi, la contrattazione collettiva può modificare le condizioni di lavoro, ma non può escludere il passaggio dei dipendenti alla nuova impresa. Il lavoratore ha quindi vinto la causa, ottenendo la conferma del proprio diritto al posto di lavoro presso la società subentrante.
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Licenziamento collettivo: illegittimo escludere il passaggio
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento collettivo intimatole dalla propria azienda cedente durante una complessa ristrutturazione societaria. La società non aveva correttamente comparato la sua posizione con colleghi dotati di mansioni fungibili nell'intero complesso aziendale, violando i criteri di selezione previsti dalla legge. Parallelamente, l'azienda cessionaria, subentrata nella gestione dell'attività, rifiutava il reintegro invocando accordi sindacali di deroga. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo. I giudici hanno statuito che la crisi aziendale non consente accordi sindacali che escludano il passaggio automatico del personale all'acquirente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha convalidato la reintegrazione della dipendente presso la società acquirente e la condanna al risarcimento danni a carico dell'azienda cedente.
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Personale ATA: stipendio salvato ma stop a indennità accessorie
Una lavoratrice, già dipendente di un ente locale, è transitata nei ruoli del personale ATA dell'amministrazione scolastica statale. La dipendente ha contestato la perdita di specifiche indennità accessorie e il calcolo dell'anzianità, chiedendo differenze stipendiali, risarcimento danni e ricalcolo pensionistico. I giudici di merito hanno riconosciuto soltanto una minima differenza mensile di 24,43 euro per salvaguardare la retribuzione fissa anteriore. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la sentenza di merito e ha respinto il ricorso della lavoratrice. Gli Ermellini hanno chiarito che la tutela retributiva garantita dalle direttive europee comprende solo le voci stipendiali fisse e continuative percepite in precedenza, escludendo compensi eventuali, indennità di rischio o voci accessorie non stabili.
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Passaggio personale ATA: nessun ricalcolo senza perdita
Alcuni dipendenti provinciali transitati nei ruoli statali della scuola hanno richiesto l'integrale riconoscimento dell'anzianità di servizio e il risarcimento delle differenze retributive. I lavoratori contestavano il criterio della temporizzazione applicato dall'amministrazione scolastica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il passaggio personale ATA agli enti statali costituisce un trasferimento d'impresa tutelato dal diritto europeo. Tale disciplina impedisce un peggioramento economico globale al momento del passaggio, ma non impone il mantenimento automatico di tutti i singoli trattamenti precedenti. Poiché i dipendenti hanno conservato la retribuzione originaria tramite la concessione di un assegno ad personam e non hanno dimostrato alcun peggioramento retributivo effettivo, la richiesta economica è stata definitivamente respinta.
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Ricostruzione Carriera: Anzianità di Servizio Negata al Lavoratore
Un lavoratore pubblico, trasferito da un ente locale a un Ministero, ha chiesto la ricostruzione carriera per il mantenimento dell'anzianità di servizio maturata. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso. Ha stabilito che il passaggio di personale tra enti pubblici, pur configurandosi come trasferimento d'impresa ai sensi delle direttive europee, non garantisce automaticamente il diritto a un miglioramento della posizione giuridica ed economica basato sulla sola anzianità pregressa. L'importante è che il trasferimento non comporti un peggioramento complessivo delle condizioni retributive. La Corte ha confermato la validità dell'interpretazione autentica della normativa interna, già oggetto di numerose pronunce.
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Fusione per incorporazione e crediti di lavoro: chi paga i debiti
Due lavoratrici hanno richiesto il pagamento di differenze retributive per scatti di anzianità maturati durante il servizio presso una cooperativa. Tale cooperativa è stata successivamente assorbita da una nuova società tramite un'operazione societaria. L'azienda incorporante sosteneva di non dover pagare i debiti poiché i rapporti di lavoro erano già cessati prima della fusione aziendale. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole su fusione per incorporazione e crediti di lavoro. I giudici hanno confermato che la società incorporante risponde di tutti i debiti della società estinta, inclusi i crediti retributivi dei dipendenti cessati.
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Cessione d’azienda e detrazione IVA: vince l’immobile al grezzo
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società la detrazione delle imposte per l'acquisto di immobili grezzi, riqualificando l'operazione come cessione di ramo d'azienda soggetta ad imposta di registro. La società ha dimostrato che i locali erano privi di impianti e non idonei a svolgere un'attività d'impresa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo i confini tra cessione d'azienda e detrazione IVA. Mancando l'organizzazione d'impresa e il subentro in contratti o personale, l'acquisto di fabbricati allo stato grezzo rappresenta una semplice vendita di beni soggetti a IVA. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando la piena legittimità del credito d'imposta della società e condannando il Fisco alle spese di lite.
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Cessione di ramo d’azienda: ricorso respinto e passaggio valido
Due dipendenti hanno impugnato la cessione di ramo d'azienda che li aveva trasferiti da una società madre a una nuova società controllata. I lavoratori ritenevano il passaggio illegittimo per mancanza di autonomia e preesistenza del ramo ceduto. Dopo un primo esito favorevole in Tribunale, la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, giudicando valida l'operazione. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di appello, rigettando il ricorso dei lavoratori. I giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione sull'autonomia funzionale e sulla preesistenza del ramo è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito. È stata quindi confermata la legittimità del trasferimento, operato anche in presenza di rami cosiddetti leggeri o dematerializzati, legati prevalentemente alle competenze del personale e a beni immateriali. I lavoratori sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Assegno ad personam: tutela dello stipendio e riassorbimento
Un dipendente pubblico trasferito da un Ministero a un Ente previdenziale chiedeva la totale intangibilità del proprio assegno ad personam, escludendone qualsiasi riduzione futura. L'Ente previdenziale pretendeva invece l'azzeramento immediato della voce economica all'entrata in vigore del nuovo contratto collettivo. La Corte di Cassazione ha respinto le richieste di entrambe le parti. I giudici hanno chiarito che il passaggio tra amministrazioni non può arrecare un danno economico immediato al dipendente. La retribuzione globale percepita in precedenza rimane garantita proprio attraverso l'assegno ad personam. Tuttavia, questo importo integrativo non resta fisso all'infinito, ma subisce il legittimo e graduale riassorbimento a fronte dei futuri miglioramenti stipendiali riconosciuti dal nuovo contratto dell'ente di destinazione.
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Cessione di ramo d’azienda: quando l’autonomia è finta
I Lavoratori hanno impugnato il trasferimento del loro rapporto di lavoro, avvenuto a seguito di un accordo tra la Società Cedente e la Società Cessionaria. La Corte d'Appello ha dichiarato inefficace tale trasferimento per mancanza dei requisiti della cessione di ramo d'azienda, ordinando il ripristino dei rapporti di lavoro originari. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando i ricorsi delle due società. I giudici hanno stabilito che la cessione di ramo d'azienda richiede la preesistenza di un'autonomia funzionale del ramo ceduto, che non può essere creato artificialmente al momento del trasferimento. Inoltre, i termini di decadenza introdotti successivamente non si applicano retroattivamente alle cessioni avvenute prima dell'entrata in vigore della riforma. Di conseguenza, i ricorsi delle aziende sono stati respinti e i lavoratori hanno ottenuto il diritto a tornare alle dipendenze del datore di lavoro originario.
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Trasferimento di ramo d’azienda: nullo il passaggio forzato
Un lavoratore ha impugnato la cessione del suo contratto di lavoro, avvenuta a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda tra due società. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato illegittima la cessione per mancanza dei requisiti di autonomia e preesistenza del ramo ceduto. La prima azienda ha poi conciliato la lite con il lavoratore. La seconda azienda ha invece proseguito il ricorso in Cassazione, sostenendo che le norme europee non richiedano la preesistenza del ramo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'autonomia funzionale e la preesistenza del ramo d'azienda sono elementi costitutivi essenziali per la validità del trasferimento. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa e la seconda azienda è stata condannata a pagare le spese legali.
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Trasferimento di ramo d’azienda: nullo se manca l’autonomia
Una grande società informatica ha ceduto un gruppo di dipendenti a un'altra azienda, qualificando l'operazione come trasferimento di ramo d'azienda. I lavoratori hanno contestato la cessione, sostenendo che il gruppo non avesse una reale autonomia prima del passaggio. I giudici di merito hanno dato ragione ai dipendenti, ordinando il loro reintegro nell'azienda originaria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda cessionaria. La Corte ha ribadito che, per applicare il trasferimento di ramo d'azienda, la porzione ceduta deve possedere un'autonomia funzionale preesistente alla cessione stessa. L'onere di provare l'esistenza di questi requisiti spetta interamente alle società coinvolte. Di conseguenza, la lavoratrice che non ha firmato l'accordo transattivo ha ottenuto definitivamente il diritto a rientrare alle dipendenze del datore di lavoro originario.
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Trasferimento di ramo d’azienda: quando la cessione è illegittima
Un gruppo di lavoratori ha contestato la cessione del proprio rapporto di lavoro da una grande società informatica a un'azienda neocostituita, sostenendo che l'operazione non configurasse un vero trasferimento di ramo d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c. I giudici di merito hanno accolto la domanda dei lavoratori per mancanza di autonomia funzionale del ramo ceduto. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso della società cessionaria. La Corte ha ribadito che, per un valido trasferimento di ramo d'azienda, la parte ceduta deve possedere autonomia funzionale e preesistenza rispetto alla cessione. Di conseguenza, i lavoratori hanno diritto a ripristinare il rapporto di lavoro con l'azienda originaria.
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Cessione di ramo d’azienda: il tempo non sana il trasferimento nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata da una grande società di telecomunicazioni a favore di un'impresa di servizi. I giudici hanno stabilito che il ramo ceduto non possedeva la necessaria autonomia funzionale preesistente al trasferimento. Di conseguenza, il rapporto di lavoro di due dipendenti deve essere ripristinato presso la società originaria, non potendosi configurare un loro consenso tacito al trasferimento per il solo decorso del tempo. La Corte ha inoltre accolto il ricorso di altri due lavoratori, inizialmente dipendenti di una controllata poi incorporata dalla capogruppo, rinviando la causa alla Corte d'Appello affinché valuti correttamente la sostanza delle loro domande di reintegrazione.
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Licenziamento in periodo protetto: no ai tagli per nozze e crisi
Una lavoratrice viene licenziata entro l'anno dalle pubblicazioni di matrimonio. L'Azienda cedente giustifica il recesso con la crisi e il trasferimento del compendio aziendale all'Azienda acquirente, escludendo la dipendente dal passaggio in forza di un accordo sindacale. La Corte di Cassazione conferma la nullità del provvedimento, qualificandolo come licenziamento in periodo protetto. I giudici chiariscono che la ristrutturazione aziendale non equivale alla cessazione dell'attività. Inoltre, gli accordi sindacali per le aziende in crisi possono modificare le condizioni di lavoro, ma non possono escludere il trasferimento automatico dei dipendenti all'acquirente. La Cassazione rigetta i ricorsi delle società, confermando il diritto alla reintegrazione.
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Licenziamento collettivo: reintegra anche in caso di cessione
Una lavoratrice viene licenziata all'esito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da una compagnia aerea, la cui attività viene successivamente trasferita a un'altra società. I giudici di merito dichiarano l'illegittimità del licenziamento per violazione dei criteri di scelta, non potendo limitare la selezione a singole unità senza giustificazione. Ordinano quindi la reintegrazione della dipendente presso l'azienda acquirente. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando i ricorsi delle due società. La Corte chiarisce che il trasferimento d'azienda in stato di crisi non permette di escludere il passaggio dei lavoratori all'acquirente, ma consente solo modifiche alle condizioni di lavoro.
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Trasferimento di ramo d’azienda: legittimo anche senza consenso
Due lavoratori hanno contestato la cessione del loro contratto di lavoro, avvenuta a seguito del trasferimento di ramo d'azienda del servizio clienti radiomarittimi da una grande società di telecomunicazioni a un'azienda specializzata. I lavoratori sostenevano che il ramo ceduto fosse privo di autonomia funzionale al momento dello scorporo. La Corte d'Appello ha invece accertato che il reparto era un'entità autosufficiente e specializzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, dichiarandolo inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sull'esistenza dell'autonomia funzionale è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito e non può essere ridiscusso in Cassazione. Di conseguenza, il trasferimento è legittimo e i lavoratori restano alle dipendenze della società acquirente, con condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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