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Art. 64 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

53 provvedimenti

Altri anni per Art. 64 Codice di Procedura Penale

Dichiarazioni spontanee e custodia cautelare: carcere valido
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L'Indagato contro la misura della custodia cautelare in carcere per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. La difesa contestava l'utilizzabilità delle sue affermazioni rese alla polizia giudiziaria, lamentando il mancato avviso della facoltà di non rispondere. I giudici di legittimità hanno chiarito che il tema riguardante dichiarazioni spontanee e custodia cautelare si risolve a favore della piena utilizzabilità di tali esternazioni nella fase delle indagini, purché rese senza coercizione. Inoltre, la misura restrittiva resta ampiamente giustificata dagli altri elementi raccolti durante la perquisizione, tra cui il rinvenimento di trentacinque grammi di cocaina, un bilancino di precisione, denaro in contanti e un'agenda contenente la contabilità dello spaccio. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
L'Imputato, accusato del reato di ricettazione, ha subito diversi mesi di custodia cautelare ed è stato infine assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Successivamente, ha avanzato richiesta di riparazione per ingiusta detenzione per ottenere il relativo indennizzo economico. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dell'istanza per la presenza di una grave colpa dell'interessato. L'uomo era stato infatti sorpreso dalle forze dell'ordine in un immobile abbandonato, seduto a un tavolo insieme ad altre persone attorno a oltre cento oggetti preziosi di provenienza furtiva. Secondo i giudici, questo comportamento ha ingenerato la falsa apparenza di una responsabilità penale, ponendosi come concausa dell'arresto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e condanna definitiva
I giudici hanno confermato la condanna di due soggetti per il reato di furto in abitazione aggravato. Gli imputati hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando difetti di motivazione, il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, il diniego delle attenuanti per danno lieve e la scorretta applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici di legittimità hanno ricordato che non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove in sede di Cassazione. Inoltre, la particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessiva della condotta e il danno patrimoniale include tutte le conseguenze subite dalla vittima. I due soggetti devono quindi pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Uso di telefoni in carcere: cellulare gettato ma la vista basta
La Procura contestava il reato di uso di telefoni in carcere a due persone recluse, colte dagli agenti penitenziari durante un controllo notturno. Il Giudice per le indagini preliminari proscioglieva entrambi gli imputati, considerando inutilizzabili le confessioni informali e non rinvenuti i dispositivi. La Corte di Cassazione ha invece annullato la decisione relativa al detenuto visto direttamente con l'apparecchio in mano. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni spontanee non verbalizzate non hanno valore probatorio, ma la testimonianza diretta degli agenti annotata nella relazione di servizio costituisce una prova decisiva. Il giudice ha commesso un travisamento per omessa valutazione di tale constatazione visiva, rendendo necessario un nuovo esame della posizione del detenuto.
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Reato di ricettazione: il silenzio e la fuga confermano la condanna
L'Imputato è stato sorpreso alla guida di un ciclomotore rubato ed è fuggito a forte velocità alla vista della pattuglia. Successivamente non ha fornito alcuna spiegazione credibile sulla provenienza del veicolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale per il reato di ricettazione. I giudici hanno stabilito che la fuga precipitosa e l'assenza di giustificazioni dimostrano la consapevolezza dell'origine illecita del mezzo. Questa condotta esclude la derubricazione a incauto acquisto e impedisce il riconoscimento della particolare tenuità del fatto o dell'attenuante del danno lieve. L'Imputato deve scontare la pena e pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: quando la bugia non ostacola
Il Professionista richiede la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver subito centoventicinque giorni di arresti domiciliari ed essere stato assolto con formula piena dall'accusa di ricettazione e uso indebito di carta di credito. La Corte d'Appello nega l'indennizzo, ritenendo che il Professionista abbia commesso una colpa grave mentendo durante l'interrogatorio di garanzia sull'effettivo utilizzo della carta. La Corte di Cassazione annulla la decisione e rinvia per un nuovo esame. I giudici di legittimità evidenziano che una dichiarazione mendace non ostacola automaticamente il risarcimento: occorre dimostrare un nesso causale diretto tra la bugia e la decisione del giudice di applicare o mantenere la misura cautelare, soprattutto quando la custodia era già stata disposta su indizi autonomi e antecedenti.
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Ingiusta detenzione e silenzio difensivo: confermato indennizzo
Un cittadino ha trascorso due giorni in stato di arresto in flagranza per presunta detenzione di sostanze stupefacenti, venendo successivamente assolto con sentenza definitiva. I giudici territoriali hanno riconosciuto in suo favore l'indennizzo economico. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha impugnato il provvedimento, sostenendo che l'imputato avesse concorso all'arresto rimanendo in silenzio durante l'interrogatorio e lamentando la mancata verifica di un eventuale scomputo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso ministeriale. I giudici supremi hanno ribadito che avvalersi della facoltà di non rispondere costituisce un legittimo esercizio del diritto di difesa e non integra colpa grave ostativa. La riparazione per ingiusta detenzione spetta pienamente all'interessato, con conseguente condanna del Ministero al pagamento delle spese.
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Inutilizzabilità della testimonianza: ricorso respinto
L'Imputato, condannato per il reato di minaccia dal Giudice di pace, ha proposto ricorso lamentando l'attendibilità della vittima e l'inutilizzabilità della testimonianza di quest'ultima, ritenuta imputata in un procedimento connesso e sentita senza i dovuti avvertimenti di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati di competenza del Giudice di pace, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge, escludendo i vizi di motivazione. Inoltre, l'eccezione sulla testimonianza è generica: l'incompatibilità a testimoniare e la conseguente inutilizzabilità della testimonianza devono essere dedotte prima dell'esame del testimone, a meno che non risultino già chiaramente dagli atti di causa. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un cittadino assolto dall'accusa di favoreggiamento mafioso. Nonostante l'assoluzione definitiva con formula piena, la Corte di Cassazione ha confermato il diniego dell'indennizzo. I giudici hanno stabilito che l'indagato ha concorso a causare la propria custodia cautelare con colpa grave. Tale colpa si è concretizzata attraverso frequentazioni notturne ambigue con i familiari di un boss latitante e, soprattutto, attraverso dichiarazioni false fornite durante l'interrogatorio di garanzia. La Suprema Corte ha ribadito che mentire ai magistrati non rientra nel legittimo diritto al silenzio, ma costituisce un comportamento fuorviante che esclude il diritto a ricevere qualsiasi somma a titolo di riparazione per la custodia subita.
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Associazione di tipo mafioso: condanne certe e spese da rifare
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per associazione di tipo mafioso e altri reati, tra cui estorsione ed esercizio abusivo del lotto. La Corte ha confermato la responsabilità penale della maggior parte degli imputati, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso di uno degli imputati, annullando con rinvio la condanna per un singolo episodio di estorsione: il reato non si era consumato poiché mancava la prova dell'effettivo pagamento della somma richiesta. Inoltre, la Suprema Corte ha accolto il ricorso delle associazioni antiracket costituite parti civili, annullando la liquidazione delle spese legali in loro favore perché determinata sotto i minimi tariffari di legge, disponendo un nuovo giudizio sul punto.
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Ricorso straordinario per errore di fatto negato all’assolto
Un cittadino, assolto con formula piena dal Tribunale militare, richiede l'indennizzo per i 120 giorni trascorsi agli arresti domiciliari. La Corte d'Appello e la Cassazione respingono la domanda a causa di comportamenti ritenuti gravemente colposi. Il cittadino propone quindi un ricorso straordinario per errore di fatto per contestare la decisione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che questo speciale strumento di impugnazione spetta esclusivamente a chi ha subito una formale condanna penale in via definitiva. Chi è stato assolto, anche se si vede negare il risarcimento per l'ingiusta detenzione, non può essere equiparato a un condannato e non ha il diritto di utilizzare questo rimedio straordinario. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Ingiusta detenzione: il silenzio non cancella la riparazione
Il Richiedente, assolto dall'accusa di detenzione di banconote false perché il fatto non costituisce reato, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per i 209 giorni trascorsi in carcere. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che il silenzio iniziale dell'indagato costituisse colpa grave. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che l'esercizio della facoltà di non rispondere è un diritto di difesa inviolabile e non può escludere il diritto all'indennizzo.
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Riparazione per Ingiusta Detenzione: Assoluzione vs. Colpa Grave
Una donna, arrestata e posta agli arresti domiciliari per spaccio di droga, è stata successivamente assolta. Ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione, ma la Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che la donna avesse commesso "colpa grave" per aver mentito durante l'interrogatorio riguardo a conversazioni intercettate. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che il giudice della riparazione non può basarsi su fatti che la sentenza di assoluzione aveva già escluso o ritenuto non provati. La Corte d'Appello aveva erroneamente rivalutato in senso colpevolista elementi già considerati dal giudice del merito.
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Ricettazione confermata: Inammissibilità ricorso penale per motivi ripetuti
Il Ricorrente ha presentato un ricorso contro la condanna per ricettazione di un'autovettura, lamentando l'inutilizzabilità delle sue dichiarazioni rese senza difensore. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale, ritenendolo manifestamente infondato. I motivi addotti erano una mera ripetizione di quelli già respinti in appello e non contenevano una critica argomentata alla sentenza. La Corte ha confermato che la ricettazione era provata da altre prove valide. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Cessione di stupefacenti: condanna per pochi grammi di hashish
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso in cessione di stupefacenti a carico di un imputato, anche se la quantità di hashish era minima (1,6 grammi). Il caso è nato dalle dichiarazioni dell'acquirente, poi corroborate dal ritrovamento a casa dell'imputato di altra droga, un bilancino e materiale per il confezionamento. La Corte ha stabilito che la testimonianza dell'acquirente è pienamente utilizzabile come prova. Ha inoltre ritenuto che l'organizzazione dell'attività, seppur modesta, escludesse la particolare tenuità del fatto. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva.
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Dichiarazioni contro terzi: la parola dell’acquirente condanna lo spacciatore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di un uomo, basata sulle dichiarazioni contro terzi rese dall'acquirente della droga. L'acquirente, fermato con una dose di cocaina, aveva indicato il venditore alla polizia. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità di tali affermazioni, poiché l'acquirente era già indiziato. La Corte ha invece stabilito un principio chiaro: le dichiarazioni accusatorie verso altri sono valide se rese quando la persona era ancora sentita come semplice testimone ('persona informata sui fatti'). Il fatto che in seguito sia diventata indagata non rende retroattivamente nulle le sue parole contro il venditore. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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False generalità a pubblico ufficiale: il diritto al silenzio non vale
La Corte di Cassazione ha stabilito che fornire false generalità a pubblico ufficiale è sempre reato, anche per chi è già indagato per un altro illecito. Una persona, fermata per un furto, aveva dato un nome falso ed era stata assolta in primo grado, invocando il diritto al silenzio. La Cassazione ha annullato questa decisione, chiarendo che il diritto a non auto-incriminarsi non si estende mai all'obbligo di dichiarare la propria vera identità. Mentire sul proprio nome non è una strategia di difesa legittima, ma un reato autonomo. La sentenza riafferma un principio fondamentale: l'identificazione personale è un dovere inderogabile.
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Assolto ma senza risarcimento: negata la riparazione per ingiusta detenzione
Un uomo viene assolto dall'accusa di associazione mafiosa dopo 1023 giorni di carcere. I suoi eredi chiedono un indennizzo, ma la Corte di Cassazione nega la riparazione per ingiusta detenzione. La decisione si basa sulla condotta gravemente colposa dell'uomo: le sue frequentazioni ambigue con noti esponenti di clan e la sua partecipazione a riunioni sospette hanno creato una forte apparenza di colpevolezza. Secondo i giudici, questo comportamento, pur non costituendo reato, ha direttamente causato la sua detenzione, escludendo così il diritto al risarcimento da parte dello Stato.
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Diritto al silenzio: condannato anche senza parlare
Un uomo, condannato per aver utilizzato bancomat provenienti da rapine, ha presentato ricorso in Cassazione. La sua difesa si basava sulla violazione del suo diritto al silenzio dell'imputato, sostenendo che i giudici non avessero considerato una versione alternativa dei fatti. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito che il silenzio è un diritto, ma non obbliga il giudice a ignorare prove concrete, come la testimonianza di un complice. L'appello è stato visto come un tentativo di ridiscutere i fatti, cosa non permessa in Cassazione. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Bancarotta: la testimonianza del coimputato che patteggia è valida
Un amministratore, condannato per bancarotta fraudolenta, ha impugnato la sentenza sostenendo l'inutilizzabilità della testimonianza di una sua ex collaboratrice. Secondo la difesa, la donna, avendo patteggiato per reati connessi, doveva essere considerata un'imputata e non una testimone. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: la testimonianza del coimputato è valida se la sua posizione processuale è stata definita con una sentenza definitiva, come il patteggiamento. In tal caso, la persona può e deve testimoniare con le garanzie del 'testimone assistito', rendendo la sua deposizione pienamente utilizzabile. La condanna dell'amministratore è stata quindi confermata.
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