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Art. 633 Codice Penale — Sezione Quinta Penale

22 provvedimenti

Altri anni per Art. 633 Codice Penale

Furto di energia elettrica: contratto regolare non esclude l’allaccio abusivo
La Corte di Cassazione ha esaminato due ricorsi legati a reati contro il patrimonio. Un uomo è stato condannato per furto di energia elettrica, avendo realizzato allacci abusivi alla rete, anche se in possesso di un contratto regolare per un'altra utenza. Il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. Per una donna, accusata di invasione di edifici, la sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello. La Cassazione ha rilevato una lacuna motivazionale riguardo l'accertamento della sua occupazione abusiva, risalente a fatti del 2013, non adeguatamente confutata dalla Corte d'Appello.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: demolizione confermata
L'Imputato è stato condannato per abusivismo edilizio, violazione delle norme antisismiche, invasione di edifici e furto aggravato di energia elettrica. La Corte di appello ha inoltre ordinato la demolizione delle opere abusive. L'Imputato ha proposto ricorso lamentando la mancanza di motivazione sulla sua colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché l'imputato non aveva sollevato tali contestazioni durante il giudizio di appello, limitandosi a chiedere la particolare tenuità del fatto e una riduzione della pena. Non è infatti possibile proporre in sede di legittimità questioni mai trattate nel secondo grado di giudizio. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso, la condanna viene confermata e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto di energia elettrica: reato confermato ma pena annullata
L'Imputata è stata condannata per invasione di un alloggio pubblico e furto di energia elettrica tramite manomissione del contatore. La Corte d'Appello ha escluso l'aggravante della violenza sulle cose, ma ha mantenuto le attenuanti generiche in regime di equivalenza con l'aggravante stessa, riducendo la pena a sei mesi. La Cassazione ha rigettato il ricorso sulla colpevolezza, confermando che l'assenza di contratto e il mancato pagamento provano il consumo abusivo. Tuttavia, ha accolto i motivi sul trattamento sanzionatorio: escludere un'aggravante ma considerarla ancora nel bilanciamento delle attenuanti rende la motivazione contraddittoria. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, rinviando alla Corte d'Appello per una nuova determinazione.
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Violazione di domicilio in condominio: il cortile non è una piazza
Un condomino è stato condannato per aver occupato abusivamente con i propri veicoli il cortile comune, nonostante la revoca dell'autorizzazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per invasione di terreni e violazione di domicilio. I giudici hanno chiarito che il cortile condominiale costituisce una pertinenza delle abitazioni. Di conseguenza, l'accesso non autorizzato in quest'area configura il reato di violazione di domicilio in condominio, poiché si tratta di uno spazio privato non aperto al pubblico senza il consenso dei residenti. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Invasione di edifici: l’ex proprietaria perde contro l’acquirente
Un acquirente compra un appartamento, cambia la serratura e lo sgombera, senza però abitarvi stabilmente. Successivamente, l'ex proprietaria sostituisce nuovamente la serratura e promette l'immobile a un terzo. La Corte d'Appello assolve la donna dal reato di violazione di domicilio perché la casa non era ancora effettivamente abitata. La Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso dell'acquirente: pur non essendoci violazione di domicilio, la condotta configura il reato di invasione di edifici (art. 633 c.p.). Il comportamento ha infatti privato il legittimo proprietario del godimento del bene con lo scopo di trarne profitto. La sentenza viene annullata con rinvio al giudice civile per la quantificazione dei danni.
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Violazione di domicilio: ricorso inutile e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per i reati di invasione di edifici e violazione di domicilio. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'improcedibilità per mancanza di querela, ritenendo che l'esclusione dell'aggravante della violenza sulle cose imponesse il proscioglimento. Ha inoltre contestato la ricostruzione dei fatti e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che la vittima aveva regolarmente sporto querela presso i Carabinieri. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una rivalutazione dei fatti in sede di legittimità, confermando la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Invasione di terreni o edifici: condanna per fioriere
Un uomo ha posizionato delle fioriere su un piazzale per bloccare il passaggio delle auto e l'accesso al garage dei vicini, che ne avevano il possesso legittimo. L'uomo si è difeso sostenendo di essere il proprietario dell'area. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di invasione di terreni o edifici. I giudici hanno chiarito che questo reato tutela il possesso di fatto e non il diritto di proprietà. Di conseguenza, anche il proprietario formale commette reato se disturba o impedisce il godimento del bene a chi lo possiede legittimamente.
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Lesioni personali aggravate per lite su terreni: condanna finale
Un uomo, condannato per lesioni personali aggravate a seguito di una lite per l'invasione di un terreno, ha presentato ricorso in Cassazione. Sosteneva che le prove fossero contraddittorie e che la sua reazione fosse giustificata. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che non è possibile chiedere alla Cassazione di rivalutare i fatti o le testimonianze, compito che spetta ai giudici di primo e secondo grado. La condanna per le lesioni personali aggravate e l'obbligo di risarcire la vittima sono stati quindi confermati, nonostante altri reati minori fossero caduti in prescrizione.
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Protesta in Comune: non è Stato di necessità se non inevitabile
Un gruppo di cittadini, preoccupati per un imminente pericolo di frana, occupa con la forza l'ufficio del Sindaco, interrompendone l'attività per ore. Condannati per interruzione di pubblico servizio, violenza privata e invasione di edifici, ricorrono in Cassazione invocando lo Stato di necessità. La Suprema Corte conferma la condanna, stabilendo un principio chiaro: lo Stato di necessità non si applica se l'azione illegale non è l'unico modo per evitare il pericolo. La protesta, volta a sollecitare un intervento del Sindaco, non era un'azione diretta e inevitabile per impedire il danno, ma una delle tante opzioni possibili. La condotta criminosa non era quindi giustificata.
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Violenza privata: condanna per aggressione a occupante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da quattro donne condannate per violenza privata, danneggiamento e occupazione abusiva. Le imputate avevano aggredito ripetutamente una donna che occupava senza titolo un immobile comunale, rivendicando un presunto diritto di subentro. La Suprema Corte ha chiarito che la violenza privata non può essere giustificata come reazione a un illecito altrui (l'occupazione abusiva della vittima) se l'azione violenta è preordinata e scollegata da una legittima difesa del possesso. La condotta è stata qualificata come una serie di assalti aggressivi volti a ottenere il controllo dell'alloggio.
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Patteggiamento: limiti al ricorso in Cassazione.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro una sentenza di **patteggiamento**. Il ricorrente contestava la qualificazione giuridica del reato di violazione di domicilio, ritenendo che il fatto dovesse essere inquadrato diversamente. La Suprema Corte ha chiarito che, in seguito alle riforme legislative, il ricorso contro il patteggiamento per errata qualificazione del fatto è ammesso solo se l'errore è palese e macroscopico rispetto all'imputazione. Nel caso di specie, i motivi sono stati giudicati generici e non idonei a superare il vaglio di legittimità, comportando anche la condanna al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: prova e partecipazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16928/2023, ha esaminato i ricorsi di numerosi imputati condannati per associazione di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. La Corte ha dichiarato inammissibili o rigettato la maggior parte dei ricorsi, confermando le condanne. La decisione ribadisce i principi per accertare la partecipazione a un'organizzazione criminale, sottolineando che non basta un mero status di appartenenza, ma è necessario un ruolo dinamico e funzionale. La prova può basarsi su intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori e condotte che dimostrino un contributo stabile al sodalizio.
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Sequestro preventivo: termini e limiti secondo Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di sequestro preventivo di un immobile occupato abusivamente dopo un'aggiudicazione in asta. La sentenza chiarisce che il termine per la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame non è perentorio e che le contestazioni relative a una procedura esecutiva civile non possono giustificare un'occupazione illecita. Il ricorso è stato rigettato, confermando la legittimità del sequestro preventivo disposto.
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Sequestro e fallimento: chi può impugnare l’ordine?
Una società in fallimento ha subito il sequestro di un suo immobile. L'ex utilizzatore del bene e l'amministratore della società fallita hanno impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, chiarendo che nel complesso scenario di sequestro e fallimento, solo i soggetti con un diritto effettivo alla restituzione, come il curatore fallimentare, sono legittimati a impugnare. Non lo sono invece l'ex comodatario o l'amministratore della società fallita, che hanno perso ogni disponibilità giuridica sul bene.
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Specificità motivi appello: la Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che dichiarava inammissibile un appello per aspecificità. La Corte ha stabilito che la valutazione sulla specificità dei motivi di appello deve essere proporzionata al dettaglio della motivazione della sentenza di primo grado. Se la sentenza impugnata è sintetica, non si può pretendere un'eccessiva articolazione dall'appellante, purché i motivi presentino una critica puntuale alle decisioni del primo giudice.
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Annullamento con rinvio per pena illegale
La Corte di Cassazione ha disposto l'annullamento con rinvio di una sentenza di condanna a causa dell'applicazione di una pena inferiore al minimo di legge per il reato di invasione di terreni. Parallelamente, ha annullato senza rinvio la stessa sentenza per le imputazioni di furto aggravato a carico di un coimputato, a causa di un'omessa pronuncia del giudice di primo grado e della sopravvenuta mancanza della querela, condizione di procedibilità richiesta dalla normativa vigente.
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Ricorso patteggiamento: i motivi di inammissibilità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso patteggiamento. Gli imputati contestavano la carenza di motivazione sulla responsabilità, ma la Corte ha ribadito che i motivi di ricorso contro una sentenza di patteggiamento sono tassativi e non includono la valutazione nel merito della colpevolezza.
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Querela per furto: la legittimazione del possessore
Un individuo occupa un'abitazione vuota e sottrae energia elettrica. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, stabilendo che la legittimazione alla querela spetta non solo al proprietario, ma anche a chi ha un rapporto di fatto qualificato con l'immobile, come il figlio del proprietario che ne deteneva la custodia. La Corte ha inoltre escluso lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto a causa dei danni concreti arrecati.
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Atto abnorme: quando il giudice può restituire atti al PM
La Corte di Cassazione ha stabilito che non costituisce un atto abnorme l'ordinanza con cui il giudice, in un rito abbreviato, restituisce gli atti al Pubblico Ministero dopo aver riscontrato un 'fatto diverso' (occupazione abusiva) rispetto a quello contestato (furto in abitazione). La Corte ha chiarito che tale provvedimento non crea una stasi processuale irrisolvibile, poiché il PM ha diverse opzioni legittime, come proseguire le indagini per il reato originario o esercitare l'azione penale per il nuovo reato emerso. La decisione è stata dichiarata inammissibile perché non rientrava nei casi di abnormità strutturale o funzionale definiti dalla giurisprudenza.
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Concorso tra reati: domicilio e invasione di edifici
Un individuo viene condannato per violazione di domicilio e invasione di edifici. In Cassazione, lamenta l'incompatibilità tra i due reati. La Corte Suprema rigetta il motivo, chiarendo che sussiste un concorso tra reati, poiché le norme tutelano beni giuridici diversi (la persona e il patrimonio) e richiedono elementi soggettivi differenti. La sentenza viene però annullata limitatamente alla violazione del foglio di via, ritenuto illegittimo perché basato su presupposti fattuali errati.
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