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Art. 624-bis Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 624-bis Codice Penale

Furto con strappo: il danno morale pesa più del valore del bene
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di furto con strappo, commesso strappando il cellulare dalle mani di una donna anziana. I giudici hanno confermato il diniego della particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali del colpevole e della gravità dell'azione. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso l'attenuante del danno di speciale tenuità: per la sua concessione non rileva solo il valore economico del bene, ma anche il danno morale subito dalla vittima, aggredita improvvisamente. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso: definitiva la condanna per furto in cortile
Una donna, condannata in appello per furto in abitazione per aver sottratto una bicicletta da un cortile, propone ricorso per Cassazione. La difesa contesta la qualificazione del reato, sostenendo che non sia stato verificato se il cortile fosse una pertinenza dell'abitazione. Tuttavia, l'imputata, detenuta in carcere, presenta formale rinuncia al ricorso tramite l'amministrazione penitenziaria. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso. Di conseguenza, la condanna viene confermata e la ricorrente viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Cortile aperto e furto in abitazione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto in abitazione nei confronti di un uomo che aveva sottratto una bicicletta da un cortile privato interno. L'imputato sosteneva che il reato andasse qualificato come furto semplice, poiché il cortile era aperto, e come tentato furto, ritenendo di essere rimasto sotto il controllo del proprietario. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che il cortile interno costituisce pertinenza dell'abitazione e che il reato si era già consumato nel momento in cui la bicicletta era stata portata fuori dall'area privata, prima ancora che il proprietario si accorgesse del fatto. Dichiarato inammissibile il ricorso.
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Tentato furto in abitazione: arrendersi alla polizia non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentato furto in abitazione aggravato. L'imputato sosteneva di aver diritto alla desistenza volontaria o al recesso attivo per essersi consegnato senza opporre resistenza all'arrivo delle forze dell'ordine. I giudici hanno chiarito che la consegna spontanea alla polizia, avvenuta solo dopo l'irruzione degli agenti nell'edificio, non costituisce una scelta libera ma una sottomissione inevitabile a fattori esterni. La Cassazione ha inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, della sua condotta omertosa verso i complici e del fatto che il reato sia stato commesso mentre si trovava in affidamento in prova ai servizi sociali. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato e furto: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto in abitazione. Il Primo Ricorrente contestava la propria responsabilità, sostenendo di aver solo trasportato la merce di notte in buona fede. La Corte ha respinto la tesi evidenziando il possesso di attrezzi da scasso e la mancata verifica della provenienza dei beni. Il Secondo Ricorrente chiedeva il riconoscimento del reato continuato con un furto precedente. I giudici hanno chiarito che la semplice propensione a delinquere o la ripetizione di reati simili non dimostra un unico disegno criminoso, richiedendosi invece una pianificazione originaria e specifica. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata: la violenza del complice condanna tutti
Il caso riguarda un ricorso presentato da un soggetto condannato per rapina aggravata in concorso. Il ricorrente chiedeva la riqualificazione del reato in furto in abitazione e il riconoscimento del concorso anomalo, sostenendo che l'azione violenta fosse stata compiuta solo dal complice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la violenza esercitata dal complice sulla vittima, che ha causato lesioni fisiche, era un evento ampiamente prevedibile e accettato dal ricorrente. Di conseguenza, si configura la piena responsabilita per rapina aggravata e non il concorso anomalo. E stata inoltre confermata la recidiva, valutata correttamente sulla base della tendenza a delinquere del soggetto.
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Reato di rapina: l’arma giocattolo non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di rapina aggravata. L'imputato aveva sottratto beni dall'abitacolo di un'auto usando violenza contro la vittima. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in furto con strappo e di escludere l'aggravante dell'uso dell'arma, sostenendo si trattasse di un'arma giocattolo. I giudici hanno respinto le richieste, confermando che l'uso della violenza finalizzato alla sottrazione configura il reato di rapina e che anche un'arma giocattolo ha una forte idoneità intimidatoria. È stata inoltre respinta l'attenuante del risarcimento del danno poiché la proposta risarcitoria è stata presentata in modo tardivo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Notifica al domicilio eletto: valido l’atto consegnato al portiere
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando l'omessa notifica del decreto di fissazione dell'udienza. Secondo la difesa, la notifica via PEC al difensore non era sufficiente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la notifica al domicilio eletto era stata regolarmente eseguita tramite consegna al portiere dello stabile con successivo invio della raccomandata di conferma. Non essendoci alcuna prova della mancata ricezione, la procedura è valida. Di conseguenza, l'eventuale vizio formale avrebbe dovuto essere contestato tempestivamente dalla difesa. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, riaffermando che la valutazione sulle attenuanti generiche spetta esclusivamente al giudice di merito. Se la motivazione è coerente e priva di contraddizioni, la Cassazione non può rivalutare la decisione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso nel reato di furto: fare il palo costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per furto in abitazione aggravato. L'imputata aveva svolto il ruolo di "palo" per agevolare il complice nell'azione criminosa ai danni di un'anziana signora. La difesa contestava la sussistenza del concorso nel reato di furto, chiedendo una rivalutazione delle prove. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può riesaminare il merito delle prove se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano fondato la decisione su prove solide, tra cui le riprese di una telecamera di sorveglianza e una testimonianza oculare. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riconoscimento fotografico: il cambio look non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputata, condannata per furto in abitazione. La difesa contestava l'attendibilità dell'identificazione svolta dalla vittima, sostenendo che il colore dei capelli dell'accusata non coincidesse con le testimonianze. I giudici hanno confermato la validità del riconoscimento fotografico effettuato durante le indagini e rinnovato in aula, supportato dal confronto con i documenti d'identità. La Cassazione ha ribadito che i motivi di ricorso che si limitano a ripetere le stesse contestazioni dell'appello, senza criticare direttamente la sentenza impugnata, sono inammissibili. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: prove contro congetture in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre soggetti condannati per i reati di furto in abitazione, tentato furto e false dichiarazioni sull'identità personale. I giudici di merito avevano fondato la condanna su un solido quadro indiziario, composto dalle testimonianze delle vittime e dal sequestro della refurtiva. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione degli indizi deve essere globale e unitaria, e non parcellizzata. I ricorrenti si sono limitati a proporre ricostruzioni alternative dei fatti e censure generiche sulla misura della pena, senza dimostrare una reale illogicità della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato le condanne e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Conversione del ricorso in appello: il PM sbaglia rito
Il Tribunale di Paola ha condannato L'Imputato per furto in abitazione pluriaggravato e minaccia aggravata, concedendogli le circostanze attenuanti generiche. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso immediato per cassazione, lamentando la mancanza di motivazione sulla concessione di tali attenuanti. La Corte di Cassazione ha stabilito che, quando si contesta un vizio di motivazione, non è ammesso il ricorso diretto in Cassazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la conversione del ricorso in appello, ordinando la trasmissione degli atti alla Corte di Appello competente per il regolare svolgimento del secondo grado di giudizio.
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Prescrizione del reato: la Cassazione nega lo sconto di tempo
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che l'aveva condannata per furto in abitazione aggravato. La difesa sosteneva l'avvenuta prescrizione del reato prima della decisione di secondo grado, basandosi sul mancato riconoscimento della recidiva da parte del primo giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato. I giudici hanno chiarito che, calcolando il termine massimo di dodici anni e sei mesi dal giorno del fatto avvenuto nel duemilanove, la prescrizione del reato non si era ancora verificata al momento della sentenza d'appello. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: il consenso del figlio non salva il ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione aggravato. L'imputato aveva sottratto una cassaforte contenente denaro e gioielli, sostenendo di aver agito con il consenso del figlio della vittima. La difesa invocava la scriminante del consenso dell'avente diritto o, in subordine, la scriminante putativa. I giudici hanno chiarito che il figlio non poteva disporre dei beni del padre, proprietario esclusivo della cassaforte. Inoltre, la Cassazione ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, evidenziando il ruolo attivo dell'imputato nel trasporto e nell'apertura della cassaforte, nonché la sua successiva condotta recidiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate al recidivo: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato a tre anni di reclusione per tentato furto in abitazione. L'Imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche richiede la presenza di elementi positivi e non è un automatismo, soprattutto a fronte della gravità del tentativo di violare un domicilio privato. Inoltre, la recidiva è stata legittimamente applicata a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, che ne dimostrano la spiccata pericolosità sociale e l'insofferenza alle regole. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Giudizio abbreviato e furto: le telecamere confermano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per furto in abitazione aggravato. La difesa contestava l'utilizzo delle dichiarazioni spontanee rese alla polizia giudiziaria. La Suprema Corte ha chiarito che nel giudizio abbreviato tali dichiarazioni sono pienamente utilizzabili come prova, poiché il divieto di utilizzo si applica solo nella fase del dibattimento. Inoltre, i giudici hanno confermato la colpevolezza basandosi non solo sulle parole dell'accusato, ma anche sulle riprese delle telecamere di sicurezza che lo ritraevano chiaramente. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto con strappo e bancomat: condanna confermata dai video
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per indebito utilizzo di carte di credito e furto con strappo. L'uomo era stato ripreso dalle telecamere di sicurezza di una banca mentre prelevava denaro contante con una carta rubata pochi minuti prima tramite uno scippo. La difesa ha contestato genericamente la decisione d'appello senza fornire argomentazioni specifiche. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a due anni di reclusione, sottolineando la genericità dei motivi di ricorso. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Risarcimento del danno nel furto: perché restituire i soldi non basta
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il diniego dell'attenuante del risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini dell'attenuante, il risarcimento del danno nel furto deve essere integrale e coprire non solo il valore del denaro sottratto, ma anche i costi per il rifacimento dei documenti e il turbamento della tranquillità domestica subito dalla vittima. Inoltre, la recidiva è giustificata dai numerosi precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Dissociazione dal reato: fuggire non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per molteplici furti in abitazione e un tentativo di furto. L'imputato sosteneva di essersi allontanato dai complici prima dell'ultimo colpo, escludendo la propria responsabilità. La Suprema Corte ha invece chiarito che la semplice interruzione della partecipazione fisica, dopo aver pianificato il colpo ed effettuato i sopralluoghi, non configura una valida dissociazione dal reato. Per evitare la condanna in caso di concorso di persone, è necessaria un'attività concreta e positiva volta a impedire la consumazione del reato programmato. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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