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Art. 493-ter Codice Penale

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608 provvedimenti

Uso indebito di carte di pagamento: ricorso inutile costa caro
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di uso indebito di carte di pagamento (art. 493-ter c.p.). Egli ha proposto ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità penale e l'entità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano generici, ripetevano semplicemente le difese già respinte in appello e richiedevano una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna dell'Imputato e lo ha condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: ricorso respinto e condanna
Due persone sono state condannate per furto aggravato e una di esse anche per l'utilizzo indebito di una carta di pagamento. Le imputate hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, per negare i benefici, il giudice di merito deve soltanto indicare in modo adeguato gli elementi ritenuti decisivi. Inoltre, una delle due ricorrenti non aveva nemmeno avanzato tale richiesta nel precedente atto d'appello. La Cassazione ha condannato entrambe le imputate al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di tremila euro ciascuna in favore della Cassa delle Ammende.
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Uso indebito di carte di credito: condanna anche con danno minimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, precedentemente condannato per il reato di uso indebito di carte di credito. L'imputato lamentava la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso è generico e non si confronta con la decisione d'appello. La gravità oggettiva e soggettiva della condotta esclude l'applicazione del beneficio, a prescindere dall'entità del danno economico subito dalla vittima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Uso indebito di carte di credito: la recidiva nega gli sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per ricettazione e uso indebito di carte di credito. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, evidenziando che i numerosi e recenti precedenti penali del soggetto dimostrano una spiccata capacità a delinquere e la prosecuzione di un percorso criminale. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato le censure difensive in quanto generiche, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: telecamere contro alibi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato contestava l'attendibilità delle riprese di videosorveglianza che lo ritraevano durante il fatto, lamentando l'assenza di impronte digitali o testimoni oculari. La Suprema Corte ha confermato la validità della condanna, evidenziando che i giudici di merito hanno correttamente fondato la decisione sulle immagini delle telecamere, supportate dal riconoscimento certo effettuato dagli agenti di polizia che già conoscevano il soggetto. I giudici hanno inoltre respinto la tesi difensiva secondo cui la vittima avrebbe agevolato il reato con un comportamento negligente. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso abusivo di bancomat: condanna confermata anche senza destrezza
L'Imputata è stata condannata per due furti aggravati, tra cui la sottrazione di uno zaino in spiaggia, e per l'uso abusivo di bancomat altrui. La Corte d'Appello ha ridotto la gravità del furto escludendo l'aggravante della destrezza, ma ha confermato il bilanciamento tra le restanti circostanze e la pena complessiva. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una motivazione insufficiente su questo bilanciamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché la decisione precedente era ampiamente e logicamente motivata. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Richiesta di archiviazione: il giudice può cambiare il reato
Il Pubblico Ministero presentava una richiesta di archiviazione per l'indagata, accusata di truffa aggravata. Il Giudice per le indagini preliminari respingeva la richiesta e ordinava l'iscrizione dell'indagata nel registro delle notizie di reato per un titolo diverso, ossia per indebito utilizzo di carte di credito. Il Pubblico Ministero impugnava il provvedimento ritenendolo anomalo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che il giudice, nel valutare la richiesta di archiviazione, ha il pieno potere di dare al fatto una diversa qualificazione giuridica e ordinare una nuova iscrizione. Questo potere di controllo non scavalca le competenze dell'accusa, ma assicura il principio di obbligatorietà dell'azione penale, consentendo nuove indagini sul fatto riqualificato.
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Uso illecito di carta bancomat: la Cassazione punisce la recidiva
L'Imputato è stato condannato per l'uso illecito di carta bancomat. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando l'aggravante della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali e della ripetizione degli acquisti illeciti a distanza di pochi giorni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla recidiva con argomenti generici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso devono contestare in modo specifico e correlato le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carta di pagamento: ricorso nullo, condanna certa
L'Imputato è stato condannato per l'uso indebito di carta di pagamento. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi sollevati non erano stati presentati nel precedente grado di appello, violando le regole procedurali. Inoltre, la Corte ha ribadito che il giudice non deve motivare il diniego delle attenuanti se l'imputato non fornisce ragioni specifiche per ottenerle. L'inammissibilità impedisce anche di far valere la prescrizione del reato maturata successivamente. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato: la Cassazione respinge il ricorso sui fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per molteplici episodi di furto aggravato e per l'indebito utilizzo di carte di credito. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio, la sussistenza delle aggravanti e l'entità della pena applicata. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può tradursi in un terzo grado di merito volto a rivalutare le prove. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, purché adeguatamente motivata. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Furto e condanna cancellati: scatta la prescrizione del reato
L'Imputata era stata condannata per furto in abitazione e utilizzo indebito di carte di credito, fatti commessi nel 2010 con l'aggravante della recidiva. Contro la condanna della Corte d'Appello, l'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno verificato che il ricorso non era inammissibile e hanno ricalcolato i tempi necessari per l'estinzione dei reati. Applicando le regole sul calcolo della recidiva, la Corte ha accertato il decorso dei termini massimi di legge. Di conseguenza, la Cassazione ha disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, dichiarando la avvenuta prescrizione del reato per entrambe le contestazioni. L'Imputata ottiene così la cancellazione della condanna.
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Reato continuato: no a sconti di pena per l’uso di carte clonate
L'Imputato è stato condannato per l'indebito utilizzo e la falsificazione di carte di credito. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sui criteri usati per calcolare l'aumento di pena per il reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di reato continuato, il giudice deve calcolare e motivare l'aumento di pena per ciascun reato satellite in modo proporzionato, senza formule matematiche rigide ma garantendo la trasparenza del percorso logico. Nel caso specifico, l'aumento minimo applicato per reati omogenei rispetta pienamente questo obbligo, escludendo un cumulo materiale mascherato. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Indebito utilizzo di carta di credito: i disagi escludono gli sconti
L'Imputato è stato condannato per il reato di indebito utilizzo di carta di credito. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. L'esclusione dell'attenuante è stata giustificata non solo dal valore economico della transazione, ma anche dai costi e disagi subiti dalla vittima per bloccare e sostituire la carta, nonché dai danni causati a un supermercato, dove l'uomo aveva aggredito il personale e lanciato bottiglie ostacolando l'attività commerciale. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito e furto: doppia condanna
Due soggetti sono stati condannati per furto aggravato e per l'indebito utilizzo di carte di credito sottratte. La difesa sosteneva che il furto dovesse assorbire il reato di utilizzo della carta. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che i due reati concorrono autonomamente. Rubare una carta di credito e poi utilizzarla per effettuare pagamenti costituiscono due condotte distinte e separate: il furto è solo il presupposto logico dell'uso illecito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la doppia condanna e sanzionando i ricorrenti anche al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato dalla destrezza: la distrazione non basta
Un giovane entra in un negozio e, approfittando del momentaneo allontanamento della commerciante nel retrobottega, le sottrae il portafogli dalla borsa per poi tentare di usare il bancomat digitando codici casuali. Condannato nei gradi precedenti, ricorre in Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che l'uso indebito del bancomat si configura anche senza conoscere il PIN. Tuttavia, accoglie il ricorso sul Furto aggravato dalla destrezza: questa aggravante richiede una speciale abilità o astuzia idonea a eludere la vigilanza, e non la semplice e passiva strumentalizzazione della distrazione o dell'assenza temporanea della vittima, non provocata dall'autore. La sentenza viene annullata limitatamente all'aggravante, con rinvio alla Corte d'appello per rideterminare la pena.
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Furto in abitazione: condanna definitiva se il ricorso è generico
L'Imputato è stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per i reati di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito. Egli ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la violazione di legge e la motivazione della sentenza di condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano generici, basati su semplici contestazioni di fatto e privi di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Indebito utilizzo di carte di credito: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di indebito utilizzo di carte di credito (art. 493-ter c.p.). L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti e del vincolo della continuazione tra i reati. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sulle attenuanti riguardavano valutazioni di merito, precluse in Cassazione, e che la motivazione della sentenza d'appello era logica e coerente. Inoltre, la richiesta di applicazione della continuazione è stata respinta poiché la difesa non ha assolto l'onere di produrre le copie delle sentenze precedenti necessarie per la verifica. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: nessun aiuto al furto astuto
L'Imputata è stata condannata per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito, avendo effettuato pagamenti frazionati sotto i venticinque euro per evitare i controlli di sicurezza. La Corte di Appello ha negato la concessione delle circostanze attenuanti generiche. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando tale diniego. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è un giudizio di fatto insindacabile se logicamente motivato. Nel caso specifico, i giudici hanno correttamente valorizzato la spiccata professionalità della condotta, la natura non di prima necessità dei beni sottratti e la presenza di un precedente penale specifico. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: reati ripetuti contro sconti di pena
Gli Imputati sono stati condannati per furto e utilizzo indebito di carte di credito. La Corte d'Appello ha confermato la pena, applicando un aumento per la recidiva. Gli Imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva, ritenendola ingiustificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una verifica concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, la presenza di numerosi precedenti per reati contro il patrimonio dal 1996, la revoca di precedenti benefici e l'abilità dimostrata nei furti giustificano pienamente l'aumento di pena. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Utilizzo indebito di carte di pagamento: quando il video è valido
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento, commesso effettuando prelievi non autorizzati al bancomat. La difesa ha contestato la validità delle immagini di videosorveglianza acquisite dalla polizia senza un formale decreto di sequestro e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato le contestazioni sulle prove, confermando la legittimità dell'acquisizione spontanea dei video. Tuttavia, ha accolto il ricorso sulla recidiva, stabilendo che il giudice non può applicarla automaticamente basandosi solo sui precedenti penali, ma deve motivare la reale pericolosità sociale del soggetto. La sentenza è stata annullata limitatamente alla recidiva con rinvio alla Corte d'appello.
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