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Art. 493-ter Codice Penale

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608 provvedimenti

Uso indebito di carte di credito: basta la parola della vittima
Una collaboratrice domestica ha sottratto un cofanetto a casa del suo datore di lavoro contenente una tessera bancomat. La donna ha commesso il reato di uso indebito di carte di credito prelevando duemila euro ed effettuando un acquisto da duecento euro. I giudici di merito l'hanno condannata basandosi sulle dichiarazioni della vittima e sulle telecamere di sicurezza bancarie. La difamazione ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e la mancata considerazione di altri operai presenti in casa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha ribadito che la testimonianza della vittima è sufficiente se ritenuta credibile e coerente. La collaboratrice domestica perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso in Cassazione personale: la firma autonoma fallisce
L'Imputato propone un ricorso in Cassazione personale avverso la sentenza della Corte d'Appello che confermava la condanna per indebito utilizzo di carte di pagamento. L'atto viene firmato direttamente dal cittadino, con semplice delega al difensore per il solo deposito materiale. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile. Con le riforme processuali del 2017, il ricorso non può mai essere sottoscritto personalmente dall'imputato, ma richiede la firma esclusiva di un avvocato iscritto all'albo speciale della Cassazione. La delega al deposito consegnata al legale non sana il difetto di firma. Il ricorso in Cassazione personale viene dunque respinto, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito: valida la condanna
Tre soggetti utilizzano la carta di pagamento sottratta a un cittadino per compiere acquisti non di prima necessità in vari negozi. La Corte d'Appello condanna gli autori per il reato di indebito utilizzo di carte di credito, basandosi sulle ricognizioni fotografiche, sui filmati di videosorveglianza, sulla targa dell'auto e sui tabulati telefonici. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando l'attendibilità dei testimoni e sottolineando il risarcimento già coperto dall'assicurazione della vittima. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici confermano la validità delle prove e chiariscono che il risarcimento assicurativo non elimina la responsabilità civile per i danni. I tre ricorrenti pagano le spese processuali, la sanzione alla Cassa delle Ammende e le spese legali della parte civile.
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Indebito utilizzo di carta di pagamento: nessun vizio, pena ferma
I giudici hanno esaminato la vicenda penale a carico di tre soggetti accusati di reati contro il patrimonio. Nello specifico, il primo imputato rispondeva di furto aggravato e indebito utilizzo di carta di pagamento altrui, mentre gli altri due complici rispondevano dei delitti di ricettazione e occultamento di beni. La Corte di Appello ha confermato la condanna emessa in primo grado. I tre imputati hanno impugnato la sentenza dinanzi alla Suprema Corte, contestando la logicità della motivazione, la mancata concessione delle attenuanti generiche e la misura della sanzione inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. La decisione ribadisce che la riproposizione passiva di argomenti già respinti nei gradi precedenti e la mera richiesta di ridiscutere la quantificazione della pena non possono trovare spazio nel giudizio di legittimità.
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Indebito utilizzo di carte di credito: niente frode sul web
Un imputato ha acquistato sul web codici clonati di due strumenti prepagati intestati a terzi. L'uomo ha usato questi dati per pagare soggiorni in hotel e ordinare merce online. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato continuato di indebito utilizzo di carte di credito. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione. Il legale chiedeva di qualificare il fatto come frode informatica e invocava la particolare tenuità della condotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione e 1.200 euro di multa, escludendo manipolazioni dei sistemi bancari e rilevando un danno economico rilevante per le persone offese.
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Elezione di domicilio nel patrocinio: notifica sempre valida
I giudici di merito hanno condannato l'Imputata per furto e indebito utilizzo di una carta di credito. La difesa ha impugnato la decisione in Cassazione contestando la validità delle notifiche e l'omessa traduzione dal carcere. La Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva. L'elezione di domicilio effettuata nell'istanza di patrocinio a spese dello Stato estende la sua validità all'intero procedimento penale. La legge non ammette limitazioni di tale indirizzo a singole fasi. Inoltre, la rinuncia a presenziare alle prime udienze mantiene i suoi effetti per tutte le sessioni successive fino a un'espressa revoca. I filmati di sorveglianza e i tatuaggi hanno identificato inequivocabilmente l'Imputata.
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Furto e carte rubate: il bilanciamento delle circostanze
Due imputati hanno subito una condanna per i reati di furto e utilizzo indebito di carte di pagamento. Entrambi hanno proposto ricorso per cassazione per contestare la pena inflitta. I ricorrenti hanno incentrato la propria difesa esclusivamente sul mancato favorevole bilanciamento delle circostanze attenuanti rispetto alle aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che la valutazione comparativa tra circostanze e il calcolo della pena spettano solo al giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare la congruità della pena se la sentenza precedente presenta una motivazione logica e coerente. I due condannati dovranno pagare le spese processuali e versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Atto abnorme del giudice: stop al blocco del processo penale
Durante il processo a carico di un'imputata per l'indebito utilizzo del bancomat di una persona fragile, il Tribunale ha disposto la restituzione degli atti alla Procura. Il giudice ha ritenuto che i fatti integrassero una più grave circonvenzione di incapace. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione, denunciando un atto abnorme del giudice per mancata pronuncia sul reato originario. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il Tribunale doveva giudicare l'illecito contestato e non poteva far regredire l'intero procedimento. I giudici hanno annullato l'ordinanza senza rinvio, ordinando la prosecuzione immediata del processo.
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Uso indebito di carta di credito: spende 123 euro e paga 3000 di multa
Un individuo ha utilizzato senza autorizzazione la carta prepagata smarrita da una donna per comprare dodici bottiglie di alcolici tramite cinque transazioni distinte per un totale di 123 euro. I giudici di merito hanno condannato l'autore per il reato di indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato ha presentato appello e poi ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove e chiedendo una riduzione di pena senza indicare specifiche critiche ai provvedimenti precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile poiché privo di argomentazioni puntuali e teso a richiedere un riesame del merito vietato ai giudici di legittimità. La condanna penale resta definitiva e il ricorrente deve pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Indebito utilizzo di carta di credito: confermata la condanna
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di indebito utilizzo di carta di credito. I testimoni hanno riconosciuto l'autore degli acquisti fraudolenti e le indagini hanno confermato la piena compatibilità di tempi e luoghi. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione sulla prova e il mancato riconoscimento di una pena sostitutiva pecuniaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di merito hanno motivato adeguatamente l'accertamento dei fatti e hanno escluso la pena sostitutiva a causa della vita pregressa del condannato e dell'inidoneità della sanzione pecuniaria a favorirne la risocializzazione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Carte indebite: no a estinzione del reato per condotte riparatorie
Due imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la condanna per utilizzo indebito di carte di pagamento. La difesa chiedeva l'estinzione del reato per condotte riparatorie ai sensi della legge penale. La Corte di Cassazione ha rigettato e dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che il beneficio riparatorio si applica unicamente ai delitti procedibili a querela soggetta a remissione. L'indebito utilizzo di strumenti di pagamento costituisce invece un reato perseguibile d'ufficio a tutela della sicurezza pubblica economica. Il risarcimento del danno non estingue l'illecito e la Suprema Corte ha confermato la condanna degli imputati alle spese processuali e al versamento di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carte di pagamento: telecamere inchiodano le ree
I giudici hanno condannato due persone per concorso nel reato di uso indebito di carte di pagamento. Le telecamere di videosorveglianza hanno immortalato le autrici durante le transazioni fraudolente, consentendo la loro precisa identificazione. Le imputate hanno proposto ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione sull'accertamento della responsabilità e una presunta eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. Le doglianze difensive non contestavano in modo specifico le riprese video e chiedevano una rivalutazione del merito sulla quantificazione della pena, già fissata vicino al minimo edittale. Le ricorrenti devono pagare le spese del procedimento e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito e falsa identità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per furto aggravato, possesso di documenti falsi e indebito utilizzo di carte di credito. L'uomo era entrato in una struttura ricettiva fingendosi un turista ed esibendo una carta di identità contraffatta. Una volta all'interno, aveva sottratto beni e carte di pagamento, utilizzandole senza autorizzazione. La difesa ha contestato la sussistenza delle prove, l'aggravante del mezzo fraudolento e la qualificazione giuridica dei fatti, sostenendo che l'uso delle carte costituisse truffa. I giudici supremi hanno respinto ogni contestazione, ribadendo che l'accesso con generalità false integra il mezzo fraudolento e che l'uso illecito dei sistemi di pagamento può concorrere autonomamente con ulteriori raggiri. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Uso indebito di carte di credito: ricorso generico e condanna
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Roma relativa al reato di uso indebito di carte di credito. La difesa ha lamentato la violazione di legge e il difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione perché le censure sollevate erano generiche e prive dei requisiti prescritti dal codice di procedura penale. L'atto difensivo non indicava gli elementi specifici per contestare la sentenza di merito. Per questo motivo, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito e ricettazione: condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e otto mesi di reclusione nei confronti di un'imputata responsabile dei reati di ricettazione e indebito utilizzo di carte di credito. La difesa sosteneva che il reato di utilizzo indebito dovesse assorbire quello di ricettazione in base al principio di specialità. I giudici supremi hanno respinto questa tesi: chi riceve tessere di pagamento contraffatte o rubate e successivamente le impiega risponde di entrambi i delitti in concorso tra loro. Inoltre, la Corte ha escluso la prescrizione a causa della recidiva qualificata dell'imputata e ha negato le attenuanti generiche per via dei numerosi precedenti penali. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito: video assenti e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e otto mesi di reclusione e seimila euro di multa inflitta a una donna per i reati di ricettazione e indebito utilizzo di carte di credito provenienti da una rapina. La difesa lamentava la mancata acquisizione dei filmati di videosorveglianza della banca e la mancata effettuazione della ricognizione personale dell'imputata. I giudici hanno chiarito che i video erano stati cancellati per decorso del tempo e che la testimonianza coerente e disinteressata di due persone presenti ha reso superfluo il confronto formale all'americana. Inoltre, l'alibi difensivo basato su una visita medica è risultato pienamente compatibile con gli orari dei prelievi illeciti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni e lesioni: c’è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la sua condanna per lesioni personali e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo aveva aggredito la vittima per far valere un proprio presunto diritto, provocandole abrasioni al collo e alla spalla. La Suprema Corte ha ribadito che sussiste il concorso formale tra il reato di lesioni e l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni quando la violenza supera la soglia necessaria per farsi giustizia da sé e causa un danno fisico autonomo. I giudici hanno inoltre respinto la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il riconoscimento delle attenuanti generiche a causa della gravità complessiva della condotta violenta tenuta.
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Ricettazione di carte bancomat: condanna confermata
Una donna ha utilizzato diverse carte di debito provento di furto per effettuare acquisti e prelievi a ritmo serrato presso vari esercizi commerciali. La difesa ha sostenuto che l'imputata avesse commesso direttamente il furto per evitare l'accusa più grave, ma non ha fornito prove a supporto. I giudici hanno accertato il possesso ingiustificato dei titoli e la piena responsabilità dell'imputata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per la ricettazione di carte bancomat e per l'indebito utilizzo delle stesse, infliggendo anche il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carte di credito: ricorso generico e sanzione
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di uso indebito di carte di credito. La Corte di Appello ha confermato la responsabilità penale e il calcolo della pena per la continuazione tra più episodi contestati. L'interessato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando un difetto di motivazione relativo agli aumenti di pena applicati per i singoli fatti commessi. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile: la doglianza presentata nei gradi precedenti risultava troppo generica e contestava mere ricostruzioni di fatto, precluse nel giudizio di legittimità. La decisione ha confermato integralmente la condanna inflitta e ha imposto all'autore del reato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Indebito utilizzo di carta bancomat: reato comune o proprio?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un soggetto per i reati di ricettazione e indebito utilizzo di carta bancomat. L'imputato aveva impiegato una tessera bancaria di provenienza illecita per effettuare quattro prelievi fraudolenti. La difesa sosteneva che il trasferimento della fattispecie all'art. 493-ter del codice penale avesse trasformato l'illecito in un reato proprio, riservato a soggetti con specifiche qualifiche finanziarie. I giudici di legittimità hanno respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che il delitto è un reato comune punibile a carico di chiunque utilizzi abusivamente strumenti di pagamento altrui. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende.
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