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Art. 47 Ord. pen. — Anno 2022

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98 provvedimenti

Altri anni per Art. 47 Ord. pen.

Affidamento in prova al servizio sociale negato per latitanza
Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un detenuto, nonostante la sua regolare condotta in carcere. La decisione si fonda sulla pericolosità sociale del soggetto, evidenziata da precedenti penali per furto, ricettazione ed evasione, nonché dalla violazione di una precedente misura alternativa nel 2018, quando si era allontanato arbitrariamente da una comunità rimanendo latitante per mesi. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i reati fossero datati e giustificando l'allontanamento con motivi familiari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la buona condotta carceraria non basta se vi sono elementi concreti di recidiva e pendenze penali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop revoca retroattiva
Il Tribunale di Sorveglianza revocava l'affidamento in prova al servizio sociale a scopo terapeutico concesso a un condannato. La revoca era motivata dalla sopravvenuta custodia cautelare in carcere per fatti di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti commessi prima della concessione della misura. Il Tribunale stabiliva la decorrenza della revoca retroattivamente, dalla data di ammissione. Il condannato ricorreva in Cassazione lamentando l'ingiustizia della revoca e la mancata valutazione del periodo positivo trascorso in comunità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso sulla legittimità della revoca, ma lo ha accolto sulla decorrenza. La Corte ha stabilito che il giudice deve valutare discrezionalmente la pena residua, considerando il comportamento tenuto e i sacrifici patiti dal condannato durante l'esperimento. La sentenza è stata annullata parzialmente con rinvio per un nuovo calcolo della pena residua.
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Affidamento in prova: stop ai blocchi automatici dopo la revoca
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta di affidamento in prova avanzata da un condannato, applicando il divieto triennale di concessione di benefici a causa della precedente revoca di un affidamento terapeutico per tossicodipendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la revoca dell'affidamento in prova in casi particolari (terapeutico) non fa scattare l'automatica preclusione di tre anni per le misure alternative comuni. Il fallimento di un percorso terapeutico non comporta una presunzione assoluta di inidoneità del soggetto. Di conseguenza, i giudici devono effettuare una valutazione concreta e personalizzata sul caso, senza automatismi. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, disponendo un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per indisciplina
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare. Il richiedente, condannato per rapina ed evasione, sosteneva di aver avviato un percorso rieducativo. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per concedere l'affidamento in prova al servizio sociale non basta l'assenza di elementi negativi, ma occorre una reale revisione critica del proprio passato e la presenza di condotte positive. Nel caso specifico, i numerosi provvedimenti disciplinari subiti dal condannato durante la detenzione smentiscono qualsiasi progresso nel percorso di reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego per povertà
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un uomo, condannato a tre mesi di reclusione, le misure dell'affidamento in prova al servizio sociale e della detenzione domiciliare. I giudici avevano motivato il rifiuto basandosi solo sui precedenti penali e sulla mancanza di reddito del nucleo familiare, ritenendo elevato il rischio di nuovi reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che il diniego non può fondarsi su formule generiche o sulla mera assenza di reddito. È invece necessaria un'attenta e approfondita valutazione della personalità del condannato e del suo percorso rieducativo, analizzando gli elementi concreti del caso. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a rigetti automatici
Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso la detenzione domiciliare a un condannato, ma aveva respinto la sua richiesta di affidamento in prova al servizio sociale. La decisione si fondava esclusivamente sulla mancanza di un lavoro stabile e su una precedente condanna per associazione mafiosa. Il condannato ha proposto ricorso, lamentando la mancata valutazione della sua personalità complessiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il rigetto dell'affidamento in prova al servizio sociale non può basarsi solo su elementi automatici o parziali. I giudici devono compiere un'analisi approfondita e concreta della personalità del soggetto, valutando tutti gli indici previsti dalla legge. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Interdizione dai pubblici uffici: la prova non cancella la pena
Il Condannato, condannato a oltre ventidue anni di reclusione per gravi reati, chiedeva l'estinzione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Egli sosteneva che il positivo superamento dell'affidamento in prova al servizio sociale per la pena residua di un anno e quattro mesi dovesse estinguere anche tale sanzione perpetua. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'esito positivo della misura alternativa non cancella l'interdizione dai pubblici uffici se la pena principale collegata al reato presupposto è già stata interamente scontata prima della concessione del beneficio. Inoltre, la legge esclude espressamente le pene accessorie perpetue dagli effetti estintivi della prova.
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Misure alternative alla detenzione: stop benefici ai recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza sull'applicazione di misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il richiedente lamentava una mancata valutazione della sua attività lavorativa e della condotta recente. La Suprema Corte ha chiarito che, per concedere i benefici esterni, non basta l'assenza di elementi negativi recenti. È invece necessario un giudizio prognostico positivo basato sulla personalità, sui precedenti penali e sulla stabilità del domicilio. Avendo il condannato numerosi precedenti e una personalità non affidabile, la Cassazione ha confermato il rigetto, condannandolo anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no senza recupero
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare. Il soggetto ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando un'errata valutazione della sua condotta da parte dei giudici, che si sarebbero basati solo su colloqui telefonici iniziali e non sulla relazione finale positiva dell'UEPE. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'affidamento in prova ai servizi sociali richiede non solo l'assenza di elementi negativi, ma l'avvio di un percorso critico sul proprio passato. Nel caso specifico, il condannato ha continuato ad abusare di alcol e ha rifiutato il supporto psicologico proposto, dimostrando l'inidoneità della misura a prevenire la recidiva. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Affidamento in prova: stop all’estinzione se si viola la legge
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'estinzione parziale della pena a un soggetto sottoposto alla misura dell'affidamento in prova. Durante il periodo di prova, l'uomo ha guidato senza patente, ha causato un incidente stradale fornendo false generalità e ha violato gli orari di rientro a casa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice può valutare negativamente il comportamento complessivo del condannato e dichiarare non estinta la pena per il periodo in cui sono avvenute le violazioni, anche se la misura alternativa non è stata formalmente revocata prima della sua scadenza naturale.
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Interdizione dai pubblici uffici: l’automatismo non basta
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione di dichiarare già scontata la pena dell'interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Egli sosteneva che la sanzione fosse iniziata automaticamente dopo la condanna definitiva, a seguito della sua cancellazione dalle liste elettorali operata dal Comune. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'esecuzione della pena accessoria non decorre in via automatica. È sempre necessario un formale atto di impulso del Pubblico Ministero ai sensi dell'articolo 662 del codice di procedura penale. Di conseguenza, la sanzione non si considera espiata per il solo fatto che il cittadino sia stato cancellato dalle liste elettorali su iniziativa della cancelleria.
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Legittimo impedimento del difensore: no all’udienza da remoto
Il Tribunale di Sorveglianza di Ancona aveva negato a un cittadino l'affidamento in prova, rifiutando anche di rinviare l'udienza nonostante il documentato legittimo impedimento del difensore, impegnato in un altro tribunale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il rifiuto di rinvio viola il diritto al contraddittorio. I giudici hanno chiarito che la possibilità di partecipare all'udienza da remoto non cancella il diritto dell'avvocato di essere presente fisicamente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto un nuovo giudizio.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, basandosi esclusivamente sulla gravità dei suoi precedenti penali e su informazioni di polizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti non possono, da soli, giustificare il rigetto delle misure alternative alla detenzione. I giudici devono valutare anche la condotta attuale, il percorso rieducativo avviato e i risultati dell'osservazione scientifica della personalità. Poiché il tribunale di merito ha omesso di esaminare questi elementi positivi e le richieste subordinate di semilibertà e detenzione domiciliare, la Cassazione ha annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo esame del caso.
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Affidamento in prova al servizio sociale: pena da ricalcolare
Il Tribunale di Sorveglianza revocava l'affidamento in prova al servizio sociale di un condannato a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui l'allontanamento dal comune e l'incontro con un pregiudicato. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione contestando sia la revoca sia la mancata determinazione della decorrenza degli effetti della stessa sulla pena residua. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso sulla revoca, ma lo ha accolto sul secondo punto. I giudici hanno stabilito che il Tribunale deve valutare discrezionalmente e motivare in modo specifico la decorrenza della revoca, considerando la condotta complessiva del condannato durante la prova. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio limitatamente a questo aspetto.
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Misure alternative alla detenzione: no se il condannato sparisce
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare perché l'uomo era irreperibile al suo domicilio e non si era presentato all'udienza. Il condannato ha proposto ricorso, sostenendo che i giudici avessero dichiarato la sua irreperibilità senza svolgere indagini approfondite, specialmente sul luogo di lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che la concessione di misure alternative alla detenzione richiede necessariamente la reperibilità del soggetto. Chi richiede questi benefici ha l'obbligo di collaborare attivamente con i servizi sociali. Rendendosi irreperibile, il condannato dimostra una totale mancanza di volontà collaborativa, rendendo impossibile qualsiasi percorso di rieducazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il rigetto delle misure e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: servono dati recenti
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato per reati finanziari aggravati da finalità mafiose. Il diniego si basava sulla mancanza di una completa ammissione di colpa e sull'assenza di una relazione di sintesi aggiornata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice non può decidere senza acquisire d'ufficio la relazione di sintesi aggiornata sul comportamento del detenuto. Inoltre, per concedere la misura alternativa, non serve una confessione completa, ma basta l'avvio di un sincero percorso di revisione critica del proprio passato.
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Revoca dell’affidamento in prova: dal beneficio al carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un soggetto, stabilendo che il periodo già trascorso in misura alternativa non venisse computato come pena espiata. Durante la prova, infatti, l'uomo aveva commesso gravi violazioni, tra cui la detenzione di diciannove chili di esplosivi, quarantamila euro in contanti nascosti e sostanze stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso lamentando l'effetto retroattivo della revoca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo è legittima se la condotta complessiva del soggetto dimostra una totale e costante assenza di adesione al percorso rieducativo sin dall'inizio della misura. Di conseguenza, il ricorrente perde il beneficio del periodo scontato fuori dal carcere e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no ai legami criminali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de La Condannata contro il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta a causa dei precedenti penali, delle frequentazioni con esponenti della criminalità organizzata e dell'assenza di una reale presa di coscienza del proprio passato deviante. La Suprema Corte ha confermato che, ai fini della concessione della misura alternativa, non basta la disponibilità al lavoro o l'adesione formale al trattamento rieducativo. È invece indispensabile una valutazione complessiva che escluda la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, La Condannata rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: annullato il diniego
Il Tribunale di sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un cittadino condannato per reati contro il patrimonio, ritenendolo irreperibile sulla base di ricerche superficiali della polizia. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, dimostrando di non aver mai fatto perdere le proprie tracce: la sua nuova carta d'identità, rilasciata prima delle ricerche, riportava un indirizzo aggiornato e l'uomo risultava regolarmente iscritto all'anagrafe. Inoltre, subito dopo il diniego della misura, le forze dell'ordine lo avevano rintracciato e arrestato con estrema facilità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'irreperibilità era un falso presupposto dovuto a indagini lacunose. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di diniego, disponendo il rinvio al Tribunale di sorveglianza per un nuovo e corretto esame della richiesta.
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Revoca dell’affidamento in prova: lo stalking costa la libertà
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato. La decisione è scaturita dalle condotte persecutorie messe in atto dall'uomo contro la ex compagna del figlio. Tali comportamenti, ritenuti credibili dal Questore che aveva già emesso un ammonimento, sono stati giudicati incompatibili con il percorso di risocializzazione. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta complessivamente collaborativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che anche un singolo comportamento grave può giustificare la revoca della misura alternativa. Di conseguenza, la revoca decorre dal primo atto persecutorio significativo (23 dicembre 2019) e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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