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Art. 393 Codice Penale — Anno 2022

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224 provvedimenti

Altri anni per Art. 393 Codice Penale

Concorso in estorsione aggravata: quando il debito diventa reato
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due imputati condannati per concorso in estorsione aggravata e associazione mafiosa. Il primo imputato contestava la partecipazione al clan e invocava la desistenza volontaria per un tentativo di estorsione. La Corte ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, ribadendo che la desistenza non è applicabile dopo che la minaccia è stata formulata. Il secondo imputato, accusato di aver riscosso crediti per conto terzi usando il metodo mafioso, chiedeva la riqualificazione del fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Cassazione ha rigettato la richiesta, confermando che l'uso della forza intimidatrice del clan configura sempre il concorso in estorsione aggravata. Ha tuttavia accolto parzialmente il ricorso di quest'ultimo solo per rideterminare la pena, annullando con rinvio la sentenza limitatamente al calcolo degli aumenti per le aggravanti concorrenti.
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Estorsione: condannato il creditore che minaccia il mediatore
Un creditore ha tentato di recuperare un debito vantato verso una società minacciando ripetutamente di morte il mediatore della trattativa e i suoi familiari. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione, rigettando la richiesta della difesa di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che la pretesa era diretta verso un soggetto diverso dal reale debitore (la società) e che le minacce rivolte a terzi estranei, come i figli della vittima, escludono qualsiasi pretesa legittima. Di conseguenza, l'uso della violenza psicologica per costringere un terzo a pagare un debito altrui configura pienamente il delitto di estorsione.
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Pista di ghiaccio e tentata estorsione: condannati padre e figlio
Due soggetti, padre e figlio, hanno aggredito violentemente un concorrente per costringerlo a rinunciare alla richiesta di concessione comunale per una pista di pattinaggio. La vittima ha rinunciato per paura. La difesa sosteneva si trattasse di violenza privata o esercizio arbitrario delle proprie ragioni, escludendo il danno patrimoniale poiché la concessione era gratuita. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che costringere qualcuno a rinunciare a una legittima aspettativa (perdita di chance) configura un danno patrimoniale futuro, poiché la gestione della pista avrebbe generato profitti. Inoltre, la semplice presenza del padre durante il pestaggio ha rafforzato l'azione del figlio, determinando il concorso nel reato. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Credito reale ma pretesa raddoppiata: quando è estorsione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di atti persecutori ed estorsione a carico di un creditore che ha utilizzato violenza e minacce per riscuotere somme di denaro. L'imputato sosteneva che la sua condotta rientrasse nel meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, avendo egli un effettivo credito verso la vittima. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che le somme pretese con la forza (circa settantamila euro) superavano di gran lunga il reale credito accertato (circa trentacinquemila euro). La Cassazione ha stabilito che si configura il reato di estorsione quando il profitto perseguito tramite violenza è palesemente ingiusto e sproporzionato rispetto al diritto originario, respingendo il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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