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Art. 360 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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5809 provvedimenti

Altri anni per Art. 360 Codice di Procedura Civile

Avviso di accertamento: i dati telematici smentiscono il gestore
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società di gestione di sale giochi, rilevando una discrepanza di oltre 400.000 euro tra i ricavi dichiarati e i dati trasmessi dai concessionari telematici delle slot machine. La società si era difesa sostenendo di aver dismesso alcuni apparecchi, ma non ha fornito prove documentali idonee a dimostrare l'effettiva riduzione degli incassi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'accertamento. I giudici hanno chiarito che la contestazione sulla valutazione delle prove non equivale a una violazione delle regole sull'onere della prova e che i controlli eseguiti in ufficio non richiedono il rispetto del termine dilatorio previsto per le verifiche sul posto.
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Lavoro straordinario: busta paga firmata ma l’azienda paga i danni
Il Lavoratore ha agito in giudizio contro L'Azienda chiedendo il pagamento di differenze retributive per lavoro straordinario, indennità di reperibilità e TFR non corrisposti durante il rapporto di lavoro come autista. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accolto la domanda del dipendente, condannando la società al pagamento di oltre 65.000 euro. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le buste paga sottoscritte dal dipendente, contenenti la dichiarazione di conformità delle ore lavorate, avessero valore di confessione e precludessero la prova testimoniale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la firma sulla busta paga attesta solo la ricezione della somma indicata, ma non esclude lo svolgimento di lavoro straordinario non registrato, che può essere provato tramite testimoni. L'Azienda perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Rapporto di lavoro domestico contro amore: la Cassazione decide
Una lavoratrice ha richiesto il pagamento delle retribuzioni arretrate agli eredi del defunto presso cui viveva, sostenendo l'esistenza di un rapporto di lavoro domestico come badante convivente. Gli eredi hanno invece eccepito che tra i due vi fosse una convivenza more uxorio. La Corte d'Appello ha respinto la domanda della donna, accertando che la coabitazione e la condivisione di vita escludevano la natura onerosa del rapporto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando che la comunanza di vita e di interessi di una famiglia di fatto esclude la configurabilità di un rapporto di lavoro domestico a prestazioni corrispettive, anche in presenza di formali adempimenti previdenziali. La ricorrente è stata condannata alle spese e a sanzioni per lite temeraria.
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Revoca del contributo pubblico: salvi i macchinari invenduti
Un'impresa riceve un finanziamento per l'acquisto di un capannone e di alcuni macchinari. Successivamente, cede l'immobile a un'altra società, che glielo concede in affitto, ma trattiene la proprietà dei macchinari. L'ente pubblico dispone la revoca del contributo pubblico per intero. L'impresa si oppone, chiedendo che la revoca sia quantomeno parziale, limitata al solo immobile venduto. La Corte d'Appello dichiara inammissibile questa richiesta ritenendola una domanda nuova. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa: la richiesta di riduzione del rimborso non era affatto nuova, essendo stata sollevata fin dall'inizio del processo. La causa viene quindi rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la somma da restituire, salvando potenzialmente la quota di finanziamento destinata ai macchinari rimasti di proprietà dell'impresa.
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Difetto di interesse: INPS perde la causa per debito già saldato
L'INPS ha richiesto il pagamento di contributi previdenziali a un imprenditore per la posizione lavorativa della ex moglie. L'imprenditore ha contestato l'addebito e, nel frattempo, ha aderito alla definizione agevolata dei debiti (saldo e stralcio), estinguendo interamente il debito tramite rateizzazione. Nonostante l'avvenuto pagamento, l'ente previdenziale ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di interesse. Poiché il debito era già stato interamente saldato prima della notifica del ricorso, l'ente pubblico non vantava più alcun credito residuo, rendendo inutile qualsiasi pronuncia giudiziale. L'INPS è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Società a ristretta base sociale: utili presunti e fisco vincente
L'Agenzia delle Entrate ha accertato ricavi non dichiarati per una srl attiva nel settore dei giochi. Di conseguenza, ha emesso un avviso di accertamento anche nei confronti della socia quasi totalitaria, presumendo la distribuzione di utili extracontabili tipica di una società a ristretta base sociale. La socia ha impugnato l'atto chiedendo la sospensione del giudizio in attesa della decisione definitiva sulla società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione del processo del socio non è obbligatoria ma facoltativa, poiché i due procedimenti sono autonomi. Inoltre, la contribuente non ha fornito prove concrete sulla dismissione degli apparecchi da gioco per smentire i maggiori ricavi. La socia perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Accertamento induttivo associazione sportiva: fisco batte il caos
L’Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un’Associazione Sportiva Dilettantistica a causa di gravi carenze gestionali e contabili, tra cui l'assenza di verbali assembleari e la mancata tracciabilità dei flussi finanziari. Tali anomalie hanno giustificato un accertamento induttivo associazione sportiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente sportivo, confermando la legittimità del recupero a tassazione di IRES, IVA e IRAP. I giudici hanno chiarito che la motivazione della sentenza di appello rispetta il minimo costituzionale e che il ricorso sui fatti è inammissibile a causa della "doppia conforme", la quale impedisce di rivalutare le prove in sede di legittimità. L'associazione perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Compensazione delle spese di lite: vietata se il cittadino vince
Un cittadino ha vinto una causa contro l'Ente Previdenziale sia in primo grado che in appello. Tuttavia, la Corte d'Appello, decidendo come giudice di rinvio, ha disposto la compensazione delle spese di lite per tutti i gradi di giudizio. Il cittadino ha fatto ricorso in Cassazione contestando questa decisione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice di rinvio non può modificare la ripartizione delle spese dei gradi precedenti se conferma la decisione originaria, ma può decidere solo sulle spese della fase di impugnazione. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata sul punto e la causa è stata rinviata per una nuova e corretta regolamentazione delle spese legali.
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Contributi previdenziali dei medici: autonomia o convenzione
Un medico specialista ha chiesto la condanna di un'associazione sanitaria al pagamento dei contributi previdenziali dei medici presso il Fondo Speciale ENPAM, sostenendo che la sua collaborazione, sebbene formalizzata come autonoma, fosse assimilabile a un rapporto convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale. I giudici di merito hanno accolto la domanda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'associazione, stabilendo che l'obbligo di versamento al Fondo Speciale non scatta automaticamente per il solo fatto che la struttura operi in convenzione. È invece necessario accertare se il contratto individuale del professionista recepisca l'Accordo Collettivo Nazionale o se questo sia stato applicato concretamente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Giudicato sul dedotto e deducibile: no al risarcimento tardivo
Il Lavoratore, dopo essere stato licenziato da un'azienda terza, ha chiesto in un primo giudizio la riassunzione presso l'Azienda originaria sulla base di accordi sindacali. La domanda è stata respinta con sentenza definitiva. Successivamente, il Lavoratore ha avviato un secondo processo chiedendo il risarcimento dei danni per lo stesso inadempimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il principio del giudicato sul dedotto e deducibile impedisce di proporre una nuova domanda risarcitoria basata sui medesimi fatti, poiché tale richiesta doveva essere formulata nel primo giudizio. Di conseguenza, il Lavoratore perde definitivamente la causa.
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Stabilizzazione dei precari: la forma batte la sostanza
Una lavoratrice ha richiesto la stabilizzazione dei precari a tempo indeterminato presso un'azienda, basandosi su accordi sindacali del 2012, 2018 e 2022. I giudici di merito hanno respinto la domanda perché la donna non aveva inviato la richiesta del 2012 tramite raccomandata con ricevuta di ritorno entro la scadenza, come espressamente richiesto dall'accordo. Inoltre, non possedeva i requisiti per gli accordi successivi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che le procedure di stabilizzazione previste dagli accordi sindacali richiedono il rispetto rigoroso delle modalità di presentazione stabilite dai contratti stessi. Chi non rispetta le forme e i tempi concordati perde il diritto all'assunzione, e i giudici non possono modificare le regole decise dai sindacati.
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Specificità dei motivi di ricorso: datori condannati a pagare
Una lavoratrice ha ottenuto dal Tribunale la condanna dei datori di lavoro al pagamento di differenze retributive. I datori di lavoro, rimasti contumaci in primo grado, hanno proposto appello, dichiarato inammissibile perché tardivo rispetto alla regolare notifica della sentenza eseguita per irreperibilità relativa. I datori di lavoro hanno quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando la nullità della notifica dell'atto introduttivo del primo grado. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di specificità dei motivi di ricorso. I ricorrenti non hanno indicato le norme violate né hanno contestato la reale motivazione della sentenza d'appello, incentrata sulla tardività del gravame rispetto alla notifica della decisione di primo grado. Di conseguenza, i datori di lavoro hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Contributi previdenziali: medici autonomi contro enti convenzionati
Un medico specialista ha chiesto la condanna dell'Associazione sanitaria presso cui collaborava al pagamento dei contributi previdenziali presso il Fondo Speciale ENPAM, sostenendo l'equiparazione del proprio rapporto libero professionale a quello convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'obbligo di versare i contributi previdenziali al Fondo Speciale non si applica automaticamente a tutti i collaboratori autonomi. È invece necessario verificare se i singoli contratti recepiscano l'Accordo Collettivo Nazionale o se, in concreto, il rapporto si sia svolto secondo le modalità tipiche del regime di convenzione. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio.
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Fideiussione a prima richiesta: i garanti perdono 3,5 milioni
Due garanti si oppongono a un decreto ingiuntivo da 3,5 milioni di euro emesso da una banca, sostenendo di aver firmato come consumatori e che la banca fosse decaduta dal diritto di riscuotere per non aver agito in giudizio entro sei mesi dalla risoluzione del mutuo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che i garanti non sono consumatori, avendo legami societari e professionali con l'azienda debitrice. Inoltre, trattandosi di una fideiussione a prima richiesta, la decadenza prevista dall'articolo 1957 del codice civile viene evitata con una semplice richiesta stragiudiziale di pagamento, senza necessità di avviare una causa. La deroga pattizia a tale termine non ha natura vessatoria. I garanti perdono la causa e devono pagare il debito e le spese legali.
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Querela di falso: banca condannata per le firme contraffatte
I Clienti hanno proposto una querela di falso per contestare l'autenticità delle firme apposte su numerosi ordini finanziari gestiti dall'Istituto Bancario. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato la falsità delle sottoscrizioni basandosi su una perizia grafologica. L'Istituto Bancario ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'inattendibilità della perizia in quanto eseguita parzialmente su fotocopie e lamentando una carenza di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esame grafologico su fotocopie è valido se gli originali sono indisponibili per cause non imputabili alla parte. Inoltre, la sentenza d'appello conteneva una motivazione logica e completa. L'Istituto Bancario perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali.
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Prescrizione contributi previdenziali: il fisco salva l’INPS
Il Contribuente ha impugnato l'avviso di addebito per contributi previdenziali relativi all'anno 2007, sostenendo che fosse maturata la prescrizione contributi previdenziali prima della notifica dell'atto nel 2013. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Corte ha ribadito che la notifica dell'avviso di accertamento da parte dell'Agenzia delle Entrate, avvenuta nel 2011 per un maggior reddito imponibile, ha validamente interrotto il termine di prescrizione anche a favore dell'INPS. Questo perché l'attività di controllo fiscale incide direttamente sul rapporto contributivo, azzerando i termini prima del loro spirare. Di conseguenza, il debito contributivo rimane valido e il ricorrente perde la causa.
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Azione di riduzione: legittima in natura e non in denaro
Un padre nomina la figlia erede universale e lascia al figlio alcuni immobili come legato. Il figlio rinuncia al legato e promuove un'azione di riduzione per ottenere la sua quota di legittima. Il Tribunale e la Corte d'Appello accolgono la domanda, condannando la sorella a pagare una somma in denaro. La Corte di Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso della sorella: la reintegrazione della quota di legittima deve avvenire, in linea di principio, in natura (cioè mediante la comproprietà dei beni ereditari) e non in denaro, a meno che non vi sia l'accordo di entrambe le parti. Chi subisce l'azione di riduzione non può essere costretto a pagare in contanti se preferisce restituire una quota dei beni fisici. La sentenza viene quindi cassata con rinvio.
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Actio nullitatis: la notifica al defunto non cancella la sentenza
Un contribuente ha proposto una actio nullitatis per far dichiarare inesistente una sentenza tributaria d'appello. La notifica dell'appello era stata indirizzata alla madre defunta, ma consegnata presso lo studio del difensore, il quale era anche erede costituito nel primo grado di giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che la consegna dell'atto al difensore-erede esclude l'inesistenza della notifica. L'errore di intestazione costituisce una semplice nullità, che la parte avrebbe dovuto far valere esclusivamente attraverso i normali mezzi di impugnazione entro i termini ordinari.
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Contratto di appalto: il committente paga i lavori extra
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Committente contro la sentenza che lo condannava a pagare all'Impresa Appaltatrice il saldo per i lavori extra. La controversia nasceva da un contratto di appalto per il recupero di un sottotetto. Il Committente contestava l'autorizzazione alle varianti e la quantificazione dei costi, sostenendo che la contabilità di cantiere fosse solo una bozza. La Suprema Corte ha stabilito che valutare l'attendibilità delle prove spetta solo al giudice di merito. Di conseguenza, la Cassazione non può riesaminare i fatti già accertati. Il Committente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Accertamento IMU aree edificabili: il Comune vince sul proprietario
Il caso riguarda un contenzioso tra Il Contribuente e Il Comune in merito a un accertamento IMU aree edificabili per l'anno 2012. Il Comune ha calcolato l'imposta basandosi sui valori medi di mercato approvati con delibera della Giunta comunale. Il Contribuente ha contestato la tassazione, lamentando la mancata notifica della classificazione edificatoria del terreno e l'errata valutazione del valore dell'area, ridotto in primo grado grazie a una perizia tecnica. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Contribuente. I giudici hanno stabilito che l'atto del Comune è valido anche se motivato richiamando le delibere comunali e che la mancata comunicazione preventiva dell'edificabilità non annulla l'atto se il cittadino ha potuto difendersi. Il Contribuente perde la causa e deve pagare le spese.
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