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Art. 36 Costituzione — Anno 2025

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342 provvedimenti

Altri anni per Art. 36 Costituzione

Indennità direttore: sì se coordina più UOC
Un dirigente medico, in qualità di direttore di un distretto sanitario comprendente due Unità Operative Complesse (UOC), si è visto negare l'indennità economica prevista per i direttori di dipartimento. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che per il riconoscimento dell'indennità direttore non conta il nome formale dell'incarico ('nomen'), ma la sostanza delle funzioni svolte. Se l'atto aziendale dell'ente sanitario prevede che la struttura diretta dal dirigente raggruppi più UOC, l'indennità è dovuta.
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Mansioni superiori: la prevalenza parziale non basta
Una funzionaria pubblica ha svolto compiti di livello dirigenziale, ma la sua richiesta di retribuzione superiore per mansioni superiori è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che per ottenere il riconoscimento economico, non è sufficiente svolgere in modo prevalente solo una parte dei compiti della qualifica superiore. È necessario che le mansioni esercitate corrispondano nella loro interezza al profilo rivendicato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché non contestava la ragione fondamentale della decisione d'appello.
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Demansionamento dirigenza sanitaria: la Cassazione
Un dirigente medico veterinario ha agito in giudizio contro un'azienda sanitaria a seguito di una riorganizzazione che ha comportato la cessazione dei suoi incarichi di direttore. Sosteneva di aver subito un demansionamento e chiedeva il risarcimento dei danni e il pagamento di differenze retributive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che, nel contesto di una riorganizzazione aziendale, la modifica degli incarichi per la dirigenza sanitaria, che è inquadrata in un ruolo unico, non costituisce automaticamente un demansionamento. Inoltre, ha ritenuto inammissibili i motivi di ricorso volti a una rivalutazione dei fatti e delle prove, confermando la legittimità dell'operato dell'azienda sanitaria.
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Indennità responsabile di branca: quando spetta?
Una specialista medica, dopo la scadenza formale del suo incarico, ha continuato a svolgere le funzioni di capo branca. L'azienda sanitaria ha interrotto il pagamento dell'indennità specifica. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della dottoressa, stabilendo che senza un rinnovo formale previsto dal contratto collettivo, cessa il diritto all'indennità responsabile di branca, anche se le mansioni vengono di fatto proseguite.
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Anzianità di servizio medico: no a cumulo con stop
Un dirigente medico ha richiesto il riconoscimento della sua anzianità di servizio totale, maturata attraverso diversi contratti a termine con interruzioni, al fine di ottenere una maggiore indennità di esclusività. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che le interruzioni significative tra i contratti interrompono la necessaria continuità per il calcolo dell'anzianità di servizio. Inoltre, ha confermato che i nuovi contratti collettivi non hanno efficacia retroattiva.
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Diritto di precedenza nelle società a controllo pubblico
Una lavoratrice con contratto a termine presso un consorzio pubblico ha rivendicato il diritto di precedenza per un'assunzione a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che le società a controllo pubblico devono seguire le procedure di selezione pubblica, le quali prevalgono sul diritto di precedenza previsto per i contratti di lavoro privati. La Corte ha chiarito che l'obbligo di reclutamento tramite procedure concorsuali impedisce l'assunzione diretta basata sulla precedenza.
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Trattamento retributivo: no alla retroattività peggio
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di trattamento retributivo nel pubblico impiego. Un nuovo accordo non può ridurre retroattivamente la retribuzione per prestazioni lavorative già eseguite sotto la vigenza di un precedente protocollo, a meno che quest'ultimo non fosse già scaduto. La sentenza protegge i cosiddetti diritti quesiti del lavoratore, affermando che la retribuzione maturata è un diritto intangibile che entra nel patrimonio del dipendente e non può essere rimosso ex post.
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Pignoramento presso terzi: il creditore agisce iure proprio
La Corte di Cassazione chiarisce un principio fondamentale del pignoramento presso terzi. Un creditore che avvia tale procedura agisce 'iure proprio', ovvero in nome e per diritto proprio, e non come sostituto del proprio debitore inerte. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva erroneamente qualificato l'azione del creditore come surrogatoria, riaffermando l'autonomia del suo diritto a pignorare i crediti del debitore verso terzi, anche in presenza di precedenti vincoli.
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Indennità agente unico: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione analizza il caso di un'azienda di trasporti che aveva interrotto il pagamento dell'indennità agente unico a un dipendente, a seguito di una legge regionale. A differenza dei giudici di merito, la Cassazione ha ritenuto fondamentale valutare gli accordi collettivi che avevano ristrutturato l'intero profilo retributivo, annullando la sentenza precedente e rinviando la causa alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Cessione ramo d’azienda nulla: stipendio integrale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31185/2025, ha rigettato il ricorso di una società IT, confermando la sua condanna al pagamento integrale delle retribuzioni a favore di alcuni lavoratori. Il caso riguarda una cessione di ramo d'azienda dichiarata nulla. I giudici hanno ribadito che, in tale ipotesi, il rapporto di lavoro con il cedente non si interrompe mai. Di conseguenza, il datore di lavoro che non riammette in servizio il dipendente che offre la propria prestazione è tenuto a versare l'intera retribuzione, senza poter detrarre quanto percepito dal lavoratore presso l'azienda cessionaria. Questa decisione consolida un orientamento giurisprudenziale consolidato in materia di cessione ramo d'azienda nulla.
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Ricorso inammissibile: nuove questioni in Cassazione
Un lavoratore presenta ricorso in Cassazione per differenze retributive, sollevando per la prima volta una questione di incostituzionalità. La Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che non è possibile introdurre nuove questioni in sede di legittimità, e condanna il ricorrente alle spese.
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Mansioni superiori ente pubblico: sì alla qualifica
Un lavoratore di un ente pubblico economico ha svolto mansioni di livello superiore. La Corte di Cassazione ha stabilito che la regola del concorso pubblico non impedisce al dipendente di ottenere la qualifica superiore, come previsto dall'art. 2103 del Codice Civile. Questa pronuncia chiarisce un punto fondamentale sulle mansioni superiori in un ente pubblico, ribaltando la decisione dei giudici di merito che avevano negato tale diritto.
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Inquadramento superiore e pubblico impiego: la decisione
Una lavoratrice ha richiesto il riconoscimento di un inquadramento superiore per mansioni svolte. I tribunali di merito hanno accolto parzialmente la domanda. La Corte di Cassazione, investita della questione, ha riscontrato la presenza di complesse questioni giuridiche sollevate dall'amministrazione pubblica in un ricorso incidentale, relative alla successione tra enti e alla responsabilità per debiti pregressi. Pertanto, ha rinviato la causa a una pubblica udienza per approfondire il dibattito, sospendendo la decisione finale sull'inquadramento superiore.
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Compenso VPO: Indennità per attività extra udienza?
Quattro Vice Procuratori Onorari (VPO) hanno richiesto il pagamento per attività di indagine svolte tra il 2002 e il 2007. La Corte di Cassazione ha stabilito che, prima della riforma del 2008, non esisteva un diritto a uno specifico compenso VPO per tali mansioni, poiché la legge prevedeva un'indennità solo per la partecipazione alle udienze. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso sul piano procedurale, riconoscendo che la domanda subordinata per ingiustificato arricchimento era stata presentata tempestivamente e deve essere esaminata nel merito dalla Corte d'Appello.
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Minimale contributivo: prevale il contratto individuale
La Corte di Cassazione ha stabilito che, ai fini del calcolo del minimale contributivo, la retribuzione prevista nel contratto individuale prevale se è superiore a quella del contratto collettivo. La cessazione di un accordo aziendale che prevedeva un'indennità non esonera il datore di lavoro dal versare i contributi su tale indennità, se questa è ancora prevista dai singoli contratti di lavoro. Il principio del minimale contributivo garantisce una base di calcolo inderogabile, fondata sulla retribuzione astrattamente dovuta e non solo su quella concretamente erogata.
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Minimale contributivo: obbligatorio anche con assenze
Una società di autotrasporti ha contestato la richiesta di contributi INAIL calcolati sulla base del minimale salariale previsto dal contratto collettivo, sostenendo di aver correttamente pagato i contributi sulla retribuzione inferiore effettivamente corrisposta ai dipendenti a causa di assenze concordate. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il principio del minimale contributivo è inderogabile. La base di calcolo per i contributi previdenziali non può scendere al di sotto di quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali, anche in presenza di accordi individuali per assenze non retribuite, a tutela del sistema di protezione sociale.
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Minimale contributivo: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società cooperativa portuale, confermando che l'obbligo di versare i contributi basati sul minimale contributivo sussiste anche per le giornate di indisponibilità del lavoratore alla chiamata. La Corte ha ribadito l'autonomia dell'obbligazione contributiva rispetto a quella retributiva, stabilendo che la sospensione del versamento è ammessa solo nei casi tassativamente previsti dalla legge.
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Minimale contributivo: obbligo inderogabile per le aziende
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29840/2025, ha ribadito un principio fondamentale in materia di diritto del lavoro: i contributi previdenziali devono essere calcolati sulla base del minimale contributivo stabilito dai contratti collettivi nazionali, e non sulla retribuzione effettivamente inferiore corrisposta al lavoratore. Nel caso specifico, un ente previdenziale aveva contestato a una società cooperativa l'omissione di contributi, poiché questa aveva versato somme basate su stipendi più bassi di quelli previsti dal CCNL di settore. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente, affermando che l'obbligazione contributiva ha natura pubblicistica e non è derogabile da accordi individuali, garantendo così la sostenibilità del sistema previdenziale.
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Buoni pasto: quando l’azienda può revocarli?
Un gruppo di lavoratori ha citato in giudizio il nuovo datore di lavoro per aver interrotto l'erogazione dei buoni pasto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i buoni pasto non costituiscono retribuzione, bensì un'agevolazione di carattere assistenziale. Pertanto, non sono protetti dal principio di irriducibilità della retribuzione e l'azienda ha potuto legittimamente recedere dall'accordo aziendale che ne prevedeva la corresponsione.
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Buoni pasto: non sono retribuzione per la Cassazione
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha respinto il ricorso di un gruppo di lavoratori contro la decisione del loro datore di lavoro di interrompere l'erogazione dei buoni pasto. La Corte ha ribadito un principio consolidato: i buoni pasto non hanno natura retributiva, ma rappresentano un'agevolazione di carattere assistenziale. Di conseguenza, non sono protetti dal principio di irriducibilità della retribuzione e la loro erogazione può essere interrotta se basata su accordi collettivi da cui il datore può recedere.
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