Un uomo, già condannato in passato, viene nuovamente accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. Secondo le indagini, dopo la scarcerazione e nonostante un trasferimento, avrebbe continuato a operare per il clan, usando il figlio come intermediario per gestire affari illeciti, tra cui traffici di droga e progetti imprenditoriali sostenuti con metodi estorsivi. La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari, respingendo il ricorso dell'indagato. Il principio chiave è che la stabile 'messa a disposizione' a favore del sodalizio è sufficiente a integrare il reato, anche senza la commissione diretta di nuovi delitti. Le prove raccolte, come intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, hanno dimostrato la persistenza del suo legame organico con l'organizzazione criminale.
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