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Art. 2751-bis Codice Civile

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452 provvedimenti

Autocertificazione prova civile: no per la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 27775/2024, ha stabilito che l'autocertificazione non costituisce prova sufficiente in un processo civile. Nel caso specifico, una società fornitrice si è vista negare la prededucibilità del proprio credito verso una grande azienda in amministrazione straordinaria, poiché aveva tentato di dimostrare il proprio status di Piccola e Media Impresa (PMI) tramite una semplice autocertificazione, ritenuta processualmente inefficace. La Corte ha ribadito che l'onere della prova in giudizio richiede documentazione oggettiva e non può essere assolto con dichiarazioni a proprio favore.
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Esdebitazione: via libera anche con pagamento minimo
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esdebitazione, ovvero la liberazione dai debiti residui, può essere concessa a un socio fallito anche a fronte di un soddisfacimento minimo dei creditori. La Suprema Corte ha annullato la decisione della Corte d'Appello che aveva negato il beneficio basandosi sulla percentuale irrisoria (circa il 2%) dei debiti pagati. Secondo la Cassazione, il requisito soggettivo della 'meritevolezza' del debitore prevale su una valutazione puramente matematica. Se il debitore ha agito correttamente e tutti i creditori hanno ricevuto un pagamento, seppur esiguo e non meramente simbolico, l'esdebitazione deve essere concessa, in linea con il principio del 'favor debitoris' e del diritto europeo che mira a garantire una seconda opportunità.
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Esdebitazione: via libera anche con pagamento minimo
Un socio di una società fallita si è visto negare il beneficio dell'esdebitazione perché i creditori erano stati soddisfatti solo in minima parte (circa l'1%). La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che la valutazione non può essere puramente matematica. Se il debitore è considerato 'meritevole' e il pagamento non è meramente simbolico, l'esdebitazione deve essere concessa, in linea con il principio del 'fresh start' per l'imprenditore.
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Rapporto di lavoro subordinato: prova e oneri del giudice
Una lavoratrice ha contestato il rigetto della sua richiesta di ammissione al passivo fallimentare per crediti da lavoro, sostenendo che i suoi contratti a progetto mascherassero un rapporto di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, annullando la decisione precedente. Ha stabilito che il giudice deve valutare la domanda anche con prove parziali e che spetta al datore di lavoro, non al lavoratore, provare l'avvenuto pagamento delle retribuzioni. Inoltre, il giudice ha il potere di determinare la giusta retribuzione anche se viene indicato un contratto collettivo errato.
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Privilegio finanziamenti pubblici: quando sorge?
La Corte di Cassazione ha stabilito che il privilegio finanziamenti pubblici a garanzia della restituzione sorge al momento dell'erogazione dei fondi e non al momento della successiva revoca o risoluzione del contratto. L'ordinanza chiarisce che la natura pubblicistica del credito è il fondamento della prelazione, rendendola efficace anche se attivata dopo l'inizio di una procedura concorsuale. La risoluzione contrattuale è equiparata alla revoca amministrativa ai fini dell'attivazione del privilegio.
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Credito prededucibile e consecuzione tra procedure
La Corte di Cassazione ha stabilito che il compenso di un professionista, per l'attività svolta in un concordato preventivo poi non omologato, può essere considerato un credito prededucibile nel successivo fallimento. Ciò è possibile se esiste una 'consecuzione' tra le procedure, ossia se entrambe originano dal medesimo stato di insolvenza, a prescindere da intervalli di tempo o da più tentativi di concordato falliti. La valutazione sulla funzionalità della prestazione va fatta 'ex ante'.
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Onere della prova prescrizione: la Cassazione decide
Un professionista richiede il pagamento di un credito a una società fallita, ma il curatore eccepisce la prescrizione. La Corte di Cassazione conferma che l'onere della prova prescrizione grava sul creditore per quanto riguarda i fatti interruttivi. Il debitore deve solo allegare l'inerzia del titolare del diritto. Poiché il professionista non ha provato una data successiva di conclusione della prestazione che interrompesse i termini, il suo ricorso è stato respinto.
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Onere della prova professionista: chi deve dimostrare?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26166/2024, ha rigettato il ricorso di un advisor finanziario la cui richiesta di compenso era stata esclusa dal passivo di un fallimento. La Corte ha ribadito che l'onere della prova professionista grava su quest'ultimo: in caso di contestazione da parte del curatore fallimentare sull'adempimento, spetta al professionista dimostrare di aver eseguito la prestazione con la dovuta diligenza e in modo completo, non essendo sufficiente la mera allegazione dell'incarico ricevuto.
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Credito prededucibile: quando è valido nel fallimento
Un professionista aveva assistito una società in una procedura di concordato preventivo, poi non omologata. Successivamente, la società è fallita. La Corte di Cassazione ha stabilito che il compenso del professionista può essere considerato un credito prededucibile nel fallimento, anche se c'è stato un intervallo di tempo tra le due procedure. Il fattore decisivo è la "consecuzione tra procedure", ovvero se il fallimento deriva dallo stesso stato di crisi che ha originato il concordato. Il caso è stato rinviato al Tribunale per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Compenso professionale: data certa e fallimento
Un professionista ha assistito una società in una procedura di concordato preventivo, che si è conclusa con il fallimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo sul compenso professionale non è opponibile alla curatela fallimentare se privo di data certa anteriore al fallimento. Di conseguenza, il compenso è stato ricalcolato secondo le tariffe professionali specifiche, con una significativa riduzione dell'importo richiesto, confermando la decisione dei giudici di merito.
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Mansioni superiori soccorritore: la decisione della Corte
Un autista soccorritore ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e delle relative differenze retributive, sostenendo che le sue attività rientrassero in una categoria contrattuale superiore (Area B) rispetto a quella di inquadramento (Area A). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. Secondo la Corte, nonostante lo svolgimento di compiti complessi come l'uso del defibrillatore, le mansioni del lavoratore non possedevano il grado di autonomia e responsabilità specifica richiesti dalla declaratoria dell'Area B, configurandosi piuttosto come attività di supporto strumentale tipiche dell'Area A.
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Mansioni superiori autista: quando spetta l’area B?
Un autista soccorritore ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e delle relative differenze retributive, sostenendo di dover essere inquadrato nell'Area B anziché nell'Area A del CCNL. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le attività svolte, pur essendo cruciali, rientravano nel 'supporto strumentale' tipico dell'Area A, in quanto prive dell'autonomia e della responsabilità decisionale che caratterizzano l'Area B. L'utilizzo di attrezzature specifiche o l'operatività in team non sono stati ritenuti elementi sufficienti per giustificare l'inquadramento superiore.
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Mansioni superiori: la Cassazione chiarisce l’analisi
Un lavoratore del settore pubblico, assunto come autista, ha rivendicato il diritto a un inquadramento superiore per aver svolto mansioni di autista soccorritore. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25650/2024, ha annullato la decisione del tribunale che aveva respinto la richiesta. La Suprema Corte ha stabilito che, in caso di rivendicazione di mansioni superiori, il giudice deve effettuare un'analisi comparativa completa (giudizio trifasico) tra le mansioni previste dal contratto, quelle rivendicate e quelle effettivamente svolte, considerando tutti i contratti collettivi applicabili lungo l'intero rapporto di lavoro, e non solo l'ultimo in vigore.
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Ricusazione giudice: nullità se la composizione è ignota
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto del Tribunale in materia fallimentare, stabilendo un principio fondamentale sulla ricusazione del giudice. Il caso riguardava un professionista il cui credito era stato escluso dallo stato passivo. Il giudice che aveva deciso l'esclusione ha poi fatto parte del collegio giudicante sull'opposizione. Poiché la parte non era stata messa in condizione di conoscere la composizione del collegio in tempo utile, non ha potuto esercitare il diritto di ricusazione del giudice. La Corte ha stabilito che tale vizio procedurale impedisce l'esercizio di un diritto fondamentale e determina la nullità della decisione.
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Compenso professionale: quando l’avvocato non ha diritto
Un professionista ha richiesto il pagamento delle sue parcelle per l'assistenza in una procedura di concordato preventivo, poi fallita. La Corte di Cassazione ha negato il diritto al compenso professionale a causa della grave negligenza e imperizia dimostrate dal legale. Gli errori commessi, come la redazione di un piano non conforme e la violazione delle norme sulla soddisfazione dei creditori, hanno reso la sua prestazione totalmente inutile e configurato un grave inadempimento contrattuale, giustificando il mancato pagamento.
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Compenso professionale: niente parcella se c’è imperizia
Un professionista agisce per ottenere il pagamento dei suoi onorari relativi alla redazione di un piano di concordato preventivo per una società, successivamente dichiarata fallita. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, negando il diritto al compenso professionale a causa della grave negligenza e imperizia dimostrate dal professionista nell'esecuzione dell'incarico. La prestazione, resa in modo del tutto inidoneo, è stata qualificata come un totale inadempimento contrattuale, legittimando il rifiuto del pagamento.
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Domanda tardiva: inammissibile se c’è giudicato
Una professionista ottiene l'ammissione di un credito in un fallimento, poi rinuncia per presentare una domanda tardiva con collocazione migliore (prededuzione). La Cassazione ha dichiarato la nuova domanda inammissibile, non per difetto di novità, ma perché sulla prima ammissione si era formato un "giudicato endofallimentare" non superabile dalla successiva rinuncia.
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Domanda tardiva fallimento: i limiti del giudicato
Un professionista, dopo aver rinunciato a una domanda tempestiva di ammissione al passivo fallimentare, presenta una domanda tardiva per lo stesso credito chiedendone la prededuzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato la domanda tardiva inammissibile, non per la mancanza di novità, ma a causa del 'giudicato endofallimentare' formatosi sullo stato passivo, reso esecutivo e non impugnato, che aveva già ammesso il credito originario. Questa decisione cristallizza la situazione e impedisce di rimettere in discussione lo stesso credito in una fase successiva del procedimento.
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Domanda tardiva fallimento: il giudicato la blocca
Un'avvocatessa ritira una domanda tempestiva ma presenta una domanda tardiva in fallimento per lo stesso credito. La Cassazione la rigetta, non per identità di domande, ma per l'effetto del giudicato endofallimentare formatosi sulla prima ammissione, che ha reso inammissibile la nuova istanza.
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Onere della prova: Cassazione su credito professionale
Un professionista ha richiesto l'ammissione del proprio compenso al passivo di una società fallita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. Il punto cruciale è stata l'incapacità del creditore di assolvere all'onere della prova, non riuscendo a dimostrare l'effettivo svolgimento della prestazione professionale al di là della semplice presentazione di una lettera d'incarico.
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