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Art. 274 Codice di Procedura Penale

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4273 provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: confermata la misura per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza basandosi sulle dichiarazioni attendibili di alcuni collaboratori di giustizia e sulle intercettazioni telefoniche. L'indagato fungeva da intermediario e referente per la riscossione del dazio estorsivo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo logico e coerente. Inoltre, per i reati di stampo mafioso opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata da elementi contrari. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di arresto.
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Utilizzabilità chat Sky ECC: carcere confermato per il portuale
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia in carcere per L'Indagato, accusato di traffico internazionale di droga. La difesa contestava l'utilizzabilità delle chat criptate Sky ECC, ottenute tramite Ordine Europeo di Indagine dalle autorità francesi, ritenendole intercettazioni illegittime e prive di controllo difensivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo la piena utilizzabilità chat Sky ECC. I giudici hanno chiarito che i messaggi già memorizzati su un server estero costituiscono "dati freddi" (documenti informatici) acquisibili ai sensi dell'articolo 234-bis del codice di procedura penale. Non si tratta di intercettazioni in tempo reale, e vige una presunzione di legittimità per le attività svolte dalle autorità straniere. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere rimane confermata a causa dell'elevato pericolo di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Catania ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dai fatti, risalenti al 2016, avesse affievolito le esigenze cautelari e che la misura fosse sproporzionata rispetto alle esigenze reali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il semplice decorso del tempo non è sufficiente a superare la presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere prevista per i reati associativi gravi. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: reato vecchio ma pericolo attuale
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2014 e, secondo l'accusa iniziale, anche tra il 2016 e il 2020. Il Tribunale del Riesame ha accertato che l'uomo ha partecipato solo all'episodio del 2014, ma ha comunque confermato la misura per l'intero periodo. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'indagato, disponendo l'annullamento senza rinvio della misura per i fatti successivi al 2014. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'episodio del 2014: nonostante il tempo trascorso, la gravità del fatto, i legami familiari con il clan mafioso che ha continuato l'estorsione e i gravi precedenti penali del soggetto dimostrano l'attualità del pericolo di reiterazione del reato.
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Desistenza volontaria: fuggire dalla vittima non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'uomo aveva partecipato a una richiesta di pizzo ai danni di un commerciante, allontanandosi solo dopo che la vittima aveva minacciato di chiamare le forze dell'ordine. La difesa invocava la desistenza volontaria, sostenendo che l'allontanamento escludesse la punibilità. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento forzato dalla reazione della vittima non costituisce desistenza volontaria. Inoltre, nei reati in concorso, per beneficiare di questo istituto non basta interrompere la propria azione, ma occorre neutralizzare attivamente il contributo dato al gruppo. Confermata la custodia in carcere.
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Custodia cautelare in carcere per estorsione: il tempo non salva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'episodio risale al 2014, quando L'Indagato minacciò La Persona Offesa di bruciarle il locale per riscuotere un pizzo destinato a un clan locale. Sebbene il Tribunale del Riesame avesse accertato che il ruolo de L'Indagato fosse limitato al solo episodio del 2014, non aveva annullato la misura per i fatti successivi. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza per i reati post-2014. Ha invece confermato la custodia cautelare in carcere per l'estorsione del 2014: il lungo tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione, vista la gravità del fatto, i collegamenti con la criminalità organizzata e i precedenti penali del soggetto.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per il reato di tentata estorsione continuata. L'indagato pretendeva il pagamento del pizzo da un commerciante, minacciando di incendiare il locale. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'estorsione aggravata dal metodo mafioso, evidenziando il collegamento con l'associazione criminale operante sul territorio. La difesa non ha fornito elementi idonei a superare la doppia presunzione di pericolosità e adeguatezza della misura cautelare in carcere. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rivolta e sequestro dell’agente: sì alla custodia cautelare
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario, un detenuto aggrediva un agente di polizia penitenziaria, lo sequestrava in un ufficio e gli sottraeva le chiavi per fuggire insieme ad altri ristretti. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere per i reati di devastazione aggravata e sequestro di persona. Il detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo di aver voluto solo evadere e di non aver partecipato alle successive devastazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che l'azione del detenuto era parte di un piano coordinato e violento, e che il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto e attuale, escludendo che la successiva cattura all'esterno, dovuta al blocco della polizia, potesse dimostrare un ravvedimento spontaneo.
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Custodia cautelare in carcere: salute dichiarata ma non provata
Un uomo, già sottoposto all'obbligo di firma, ha commesso il reato di resistenza a pubblico ufficiale ferendo degli agenti durante un inseguimento. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione dei domiciliari per motivi di salute (sindrome da immunodeficienza) e contestando il rischio di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la patologia non era supportata da idonea documentazione medica al momento della decisione. Inoltre, la precedente condanna per evasione impedisce per legge la concessione degli arresti domiciliari. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione aggravata: il silenzio non salva il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione aggravata ai danni di una famiglia di imprenditori. La difesa sosteneva la tesi della mera presenza passiva dell'indagato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando la sua partecipazione attiva a pedinamenti delle mogli delle vittime, la conoscenza di lettere minatorie contenenti proiettili e la presenza fisica a un incontro cruciale in cui si pretendeva il pagamento di centomila euro. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del metodo mafioso e l'elevato rischio di reiterazione del reato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari interdittive: stop all’imprenditore vicino al clan
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione di misure cautelari interdittive nei confronti de L'Imprenditore, accusato di turbativa d'asta aggravata dal metodo mafioso. Inizialmente sottoposto ad arresti domiciliari, il Tribunale del Riesame aveva ridotto la sanzione, disponendo il divieto temporaneo di esercitare l'attività imprenditoriale nel settore alimentare per un anno. L'indagato ha proposto ricorso contestando la sussistenza dei gravi indizi e delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando come i contatti documentati tra L'Imprenditore e L'Esponente Mafioso per modificare i requisiti di un bando comunale dimostrassero chiaramente il pericolo di reiterazione del reato, giustificando pienamente la misura applicata.
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Custodia cautelare in carcere: violare i domiciliari porta dentro
Il Tribunale di Brescia applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per rapina aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato aveva ripetutamente violato le precedenti misure meno afflittive, tra cui l'obbligo di firma e gli arresti domiciliari, da cui era evaso. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando il mancato rispetto del principio di gradualità e sostenendo che un futuro rito alternativo avrebbe ridotto la pena sotto i tre anni, rendendo inapplicabile la misura estrema. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le violazioni sistematiche delle prescrizioni precedenti dimostrano l'inadeguatezza di misure diverse dal carcere. Inoltre, la prognosi sulla pena deve basarsi su elementi attuali e concreti, escludendo calcoli ipotetici legati a riti alternativi futuri.
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Tentata estorsione per lo sfratto: arresti confermati al locatore
Il caso riguarda una tentata estorsione commessa da un locatore ai danni del proprio inquilino. Il locatore, per costringere l'inquilino a liberare in anticipo un capannone industriale, ha inviato alcuni emissari per minacciarlo e aggredirlo fisicamente. Il Tribunale ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per il locatore, ravvisando un concreto pericolo di recidiva dovuto al contenzioso ancora in corso e ai legami con soggetti pregiudicati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del locatore, confermando la legittimità della misura restrittiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La decisione ribadisce che la tentata estorsione per risolvere controversie contrattuali giustifica la custodia cautelare in presenza di gravi indizi e pericolo di reiterazione.
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Pedinamento e tentata rapina aggravata: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per il reato di tentata rapina aggravata in concorso. L'indagato sosteneva che il pedinamento della vittima costituisse solo una fase preparatoria non punibile e contestava la competenza del Tribunale di Bari. I giudici hanno invece stabilito che l'attività di monitoraggio e inseguimento, inserita in un piano criminoso unitario poi interrotto dalle forze dell'ordine, integra pienamente gli estremi del tentativo punibile. La competenza territoriale spetta al giudice del luogo in cui l'azione unitaria è stata interrotta, confermando così la legittimità della misura cautelare applicata.
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Sospensione dai pubblici uffici: il cambio di Comune non basta
Un dipendente comunale, indagato per abuso d'ufficio e falso, ha subito la misura della sospensione dai pubblici uffici per sei mesi. L'indagato aveva partecipato all'assegnazione di un appalto a un'impresa nonostante un evidente conflitto di interessi. Anche dopo aver dichiarato la propria incompatibilità, aveva continuato a gestire le fasi successive dei lavori. Nonostante il trasferimento presso un altro Comune con mansioni diverse, la Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare. I giudici hanno evidenziato la gravità e l'ostinazione della condotta, ritenendo concreto il rischio che il soggetto possa commettere illeciti simili all'interno della pubblica amministrazione.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per il reato di rapina pluriaggravata. La difesa sosteneva l'assenza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando lo stato di incensuratezza del soggetto. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della misura, evidenziando che la meticolosa organizzazione del colpo, l'uso di un'arma e la sottrazione della pistola a una guardia giurata dimostrano una spiccata pericolosità sociale e una condotta non occasionale. Di conseguenza, lo stato di incensurato passa in secondo piano di fronte alla gravità e alla professionalità dell'azione criminosa, rendendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea.
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Custodia cautelare per estradizione: no al carcere automatico
Un cittadino italiano, condannato nel Principato di Monaco per riciclaggio, è stato attinto da un mandato di arresto a fini estradizionali. La Corte di appello ha disposto la sua custodia in carcere su richiesta del Ministero della Giustizia. L'interessato ha fatto ricorso contestando l'assenza di un reale pericolo di fuga e il suo forte radicamento in Italia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la custodia cautelare per estradizione non si applica in modo automatico. I giudici devono valutare in concreto la sussistenza del pericolo di fuga e l'eventuale adeguatezza di misure meno severe del carcere. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Esigenze cautelari e tempo: perché la condotta regolare non basta
L'Imputato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha richiesto la revoca o la modifica della misura dell'obbligo di dimora. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti (circa undici anni) e il comportamento corretto tenuto durante la misura avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per reati di stampo mafioso caratterizzati da una stabilità del vincolo associativo, il semplice decorso del tempo ha un valore neutro. Di conseguenza, la regolare osservanza delle prescrizioni e il passaggio degli anni non bastano, da soli, a dimostrare l'attenuazione delle esigenze cautelari, in assenza di elementi concreti che provino la fine della partecipazione all'associazione.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: confermati domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per una donna accusata di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. La ricorrente svolgeva un ruolo attivo di intermediazione e trasmissione di informazioni tra il coniuge e il padre, capo di un sodalizio criminale, facilitando la richiesta di "pizzo" a danno di alcuni imprenditori locali. La difesa sosteneva che la donna si fosse limitata a trasferire telefonate. Tuttavia, i giudici hanno accertato la sua piena consapevolezza del linguaggio criptato utilizzato e la sua partecipazione diretta alle trattative per quantificare le somme da estorcere. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la sussistenza delle esigenze cautelari dovute al concreto pericolo di reiterazione del reato e al legame non rescisso con l'organizzazione.
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Divisa e reati: il pericolo di reiterazione del reato rimane
Un Carabiniere è stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con l'accusa di essersi introdotto nelle case di alcuni spacciatori per rubare droga e denaro, abusando della sua divisa. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la competenza del giudice di Napoli, l'attendibilità dei testimoni e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la misura cautelare, stabilendo che il passaggio di tre anni dai fatti non cancella il pericolo di reiterazione del reato, soprattutto se emerge una spregiudicata condotta abituale e manca qualsiasi segno di ravvedimento da parte del militare.
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