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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Sezione Quarta Penale

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Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Gravi indizi di colpevolezza: dal furto d’oro al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di furto con destrezza di una collana d'oro. L'indagato, insieme a due complici, aveva distratto la vittima spruzzandole del liquido sulla maglietta. La difesa contestava l'attendibilità del riconoscimento fotografico e la gravità degli indizi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che i gravi indizi di colpevolezza vanno valutati nel loro insieme e non in modo frammentato. Gli elementi raccolti, tra cui i filmati delle telecamere, il noleggio dell'auto e il possesso di documenti falsi al momento dell'arresto, giustificano ampiamente la misura cautelare per il concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Misure cautelari personali: tra parentela e affari di mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un sodalizio mafioso e di un'associazione dedita allo spaccio di droga. La difesa sosteneva che i comportamenti dell'indagato fossero legati solo a rapporti di parentela con il capoclan e che mancassero prove fisiche, come le impronte sulle armi. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che la Cassazione non può rivalutare i fatti ma solo verificare la logica della motivazione. Nel caso specifico, le intercettazioni e le indagini dimostrano un ruolo attivo dell'indagato, che andava ben oltre il semplice legame familiare, partecipando alla gestione della cassa comune e compiendo atti intimidatori. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche per aiuti minimi
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e la saltuarietà dei contatti con il gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare la partecipazione all'associazione non occorre un patto formale né una lunga osservazione delle condotte. È sufficiente un contributo causale anche minimo e limitato nel tempo, purché consapevole e idoneo a rafforzare il sodalizio dedito al traffico di stupefacenti. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il fornitore non evita la cella
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga guidata da una famiglia locale. Secondo l'accusa, Il Fornitore e i suoi fratelli garantivano da Roma un approvvigionamento stabile di cocaina e hashish alla Calabria. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando il ruolo di partecipe all'associazione e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la costante disponibilità a rifornire il gruppo configura la partecipazione all'associazione. Inoltre, per il reato associativo opera la presunzione di attualità del pericolo e di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il clan.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice debitore dei capi del gruppo e non un membro attivo, contestando anche l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisto costante di droga per la rivendita integra la partecipazione all'associazione, poiché crea un affidamento stabile. Inoltre, per questo reato opera una presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il gruppo criminale. Di conseguenza, L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: lavoro lecito non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato gestiva una "casa dello spaccio" a Palermo, occupandosi dei turni notturni e della contabilità come stretto collaboratore del capo del sodalizio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi e l'affievolimento delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e lo svolgimento di un lavoro lecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita non esclude il pericolo di recidiva, poiché il lavoro regolare può essere usato come copertura o integrazione dei proventi illeciti. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Dichiarazioni spontanee dell’indagato: valide anche senza avvocato
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato per detenzione di hashish, basandosi sulle sue dichiarazioni spontanee rese alla polizia senza difensore. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'utilizzabilità di tali affermazioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni spontanee dell'indagato, rese liberamente alla polizia giudiziaria senza coercizione, sono pienamente utilizzabili nella fase cautelare per valutare la gravità degli indizi, anche se raccolte senza l'assistenza di un difensore e non verbalizzate formalmente. Di conseguenza, la misura cautelare è stata confermata e il ricorrente condannato alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: quando lo spaccio è associazione
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che i singoli episodi di fornitura non dimostrassero la sua stabile partecipazione al gruppo criminale e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la stabilità dei rapporti di fornitura, l'ingente volume d'affari e il ruolo di garante dell'approvvigionamento provano l'inserimento organico nel sodalizio. Inoltre, per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata in mancanza di elementi contrari. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato fungeva da stabile canale di approvvigionamento calabrese per un gruppo criminale messinese. La difesa contestava la stabilità del vincolo associativo, la durata limitata dei rapporti (due mesi) e l'uso del termine criptico 'erba' per indicare in realtà cocaina. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, rilevando che la brevità del rapporto dipendeva solo da un controllo di polizia e che i prezzi e i quantitativi intercettati dimostravano inequivocabilmente il traffico di cocaina. Viene ribadita la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per i reati associativi di droga.
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Dimissioni inutili: confermata la custodia cautelare in carcere
Un operatore portuale, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico internazionale, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi, evidenziando la partecipazione a soli due episodi e le dimissioni volontarie dal lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione della custodia cautelare in carcere, bastano gravi indizi di colpevolezza senza la necessità di precisione e concordanza richieste per la condanna. Inoltre, le dimissioni non eliminano il pericolo di reiterazione del reato, poiché i legami criminali e la disponibilità del badge d'accesso al porto persistevano. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere.
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Riparazione per ingiusta detenzione: indennizzo confermato
Un funzionario pubblico, accusato di corruzione e falso, viene sottoposto a custodia cautelare. Successivamente, la misura viene annullata per mancanza di gravi indizi e l uomo viene assolto con formula piena. Il richiedente presenta domanda di riparazione per ingiusta detenzione, ottenendo un indennizzo dalla Corte d Appello. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che i rapporti informali del funzionario con un imprenditore costituissero colpa grave, escludendo il diritto all indennizzo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando che la diversa valutazione dello stesso materiale probatorio iniziale non configura colpa grave del richiedente. Il funzionario conserva quindi il diritto al risarcimento.
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Spaccio e utilizzabilità delle dichiarazioni: il carcere resta
Il Tribunale di Bari confermava la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato per spaccio di stupefacenti. L'indagato ricorreva in Cassazione eccependo l'inutilizzabilità delle dichiarazioni degli acquirenti assuntori e la mancanza di gravi indizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'utilizzabilità delle dichiarazioni autoindizianti rese da terzi non indagati opera solo a tutela del dichiarante e non dei terzi. Inoltre, ha escluso la lieve entità del fatto data l'organizzazione professionale dello spaccio (presenza di telecamere, ingenti somme e diversità di droghe) confermando la necessità della custodia cautelare in carcere.
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Misure cautelari personali: l’obbligo di firma resiste dopo anni
Il Tribunale del Riesame ha sostituito la custodia cautelare in carcere con l'obbligo di firma per un giovane accusato di concorso in spaccio di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'identificazione, la natura della sostanza e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari dopo quattro anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la validità del quadro indiziario, basato su video e intercettazioni telefoniche chiare. La Corte ha ribadito che in tema di misure cautelari personali il controllo di legittimità si limita alla coerenza logica della motivazione, senza poter rivalutare i fatti. Le esigenze cautelari rimangono attive a causa dei legami familiari del giovane con ambienti criminali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: la Cassazione cancella il no
Il Ricorrente, dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere. La Corte di Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che l'indagato avesse concorso all'errore giudiziario con colpa grave, basandosi su dichiarazioni generiche di collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che i comportamenti addebitati erano troppo generici e privi di un reale approfondimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione di rigetto, rinviando il caso alla Corte di Appello per una nuova valutazione approfondita della condotta del Ricorrente.
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Misure cautelari personali: arresti anche senza prove dirette
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un soggetto accusato di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. Sebbene la difesa sostenesse la mancanza di prove dirette sul contenuto di alcune buste sospette riprese dalle telecamere e l'assenza di attualità del pericolo di recidiva a distanza di tempo dai fatti, i giudici hanno ritenuto legittimo il provvedimento. La Suprema Corte ha chiarito che, nella fase cautelare, per valutare la gravità degli indizi non occorrono gli stessi rigorosi criteri richiesti per una condanna definitiva. I sistematici contatti dell'indagato con esponenti di un'associazione criminale dedita allo spaccio giustificano la misura restrittiva, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Traffico di stupefacenti: quando l’acquisto diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, basate su intercettazioni e videoriprese, hanno svelato un sodalizio criminale dedito allo spaccio. Il Ricorrente sosteneva di essere un semplice acquirente esterno. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i suoi acquisti costanti e a credito dal capo del gruppo dimostravano un rapporto stabile e duraturo. Questo legame supera la semplice compravendita e configura una vera e propria partecipazione all'organizzazione. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e la mancanza di elementi che dimostrino una rottura dei legami con il clan.
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Solo fornitore o complice? Carcere per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente, ritenuto il fornitore stabile di cocaina per un gruppo criminale, contestava la sussistenza del vincolo associativo e l'adeguatezza della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che per configurare la partecipazione al sodalizio non occorre un accordo formale, essendo sufficiente la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione con modalità collaudate. Inoltre, la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata nel caso di specie anche a causa della precedente latitanza dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del pusher
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti de Il Ricorrente, indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'insussistenza dei gravi indizi, il mancato riconoscimento della lieve entita del fatto e negando la sussistenza delle esigenze cautelari. Chiedeva inoltre la retrodatazione dei termini di custodia a un precedente arresto in flagranza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la custodia cautelare in carcere e giustificata dalla presunzione di pericolosita per i reati associativi legati alla droga. Inoltre, la retrodatazione e stata esclusa poiche l'ipotesi associativa non era desumibile dagli atti al momento del primo arresto. Il Ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Concorso nella detenzione di stupefacenti: dormire lì non basta
Un uomo, ospite saltuario in un appartamento, viene arrestato dopo il ritrovamento di cocaina in una stanza diversa dalla sua. Nella sua camera la polizia trova solo sostanza da taglio. Il Tribunale del Riesame conferma la custodia in carcere, ipotizzando il concorso nella detenzione di stupefacenti. La Corte di Cassazione annulla l'ordinanza. I giudici chiariscono che la semplice coabitazione o la presenza sul luogo non bastano a dimostrare la complicità. Senza un contributo attivo, materiale o morale, si configura solo una connivenza non punibile. Anche le risposte reticenti dell'indagato non possono sostituire la mancanza di prove oggettive del suo coinvolgimento.
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Dai domiciliari al carcere: svolta sul traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza che aveva concesso gli arresti domiciliari a un indagato, escludendo l'ipotesi di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto che i rapporti tra i soggetti fossero solo bilaterali e privi di una struttura organizzata comune. La Cassazione ha invece chiarito che per configurare il reato associativo basta un'organizzazione rudimentale e un patto di collaborazione reciproca (affectio societatis), anche facilitato da vincoli familiari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame che potrebbe ripristinare la custodia in carcere per l'indagato.
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