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Art. 2560 Codice Civile

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281 provvedimenti

Cessione contenzioso bancario: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15675/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione del contenzioso bancario. Nel contesto dell'acquisizione di una banca in liquidazione, la banca acquirente non subentra automaticamente nelle controversie legali relative a rapporti bancari già estinti prima della data di cessione. La Corte ha chiarito che il criterio decisivo non è la mera pendenza della lite, ma la natura del rapporto sottostante. Se il rapporto non è più 'inerente e funzionale' all'attività dell'acquirente, come nel caso di un conto corrente già chiuso, la passività e il relativo contenzioso restano in capo alla procedura di liquidazione della banca cedente, rientrando nel cosiddetto 'Contenzioso escluso' definito dal contratto di cessione.
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Contenzioso escluso: debiti di conti estinti
Una società aveva citato in giudizio una banca per l'applicazione di condizioni illegittime su un conto corrente, chiuso anni prima. Successivamente, la banca è stata posta in liquidazione e un suo ramo d'azienda è stato ceduto a un grande istituto di credito. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'istituto acquirente non è tenuto a rispondere del debito originario. La motivazione si basa sull'interpretazione del contratto di cessione, che definiva come 'contenzioso escluso' tutte le liti relative a rapporti giuridici già estinti al momento del trasferimento, in quanto non più funzionali all'attività d'impresa della banca cessionaria.
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Cessione contenzioso escluso: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel contesto della cessione di azienda delle banche venete, la banca acquirente non è responsabile per le passività derivanti da rapporti bancari già estinti al momento della cessione. Tali controversie rientrano nel cosiddetto "cessione contenzioso escluso", come definito dal contratto di cessione, la cui interpretazione è centrale per delimitare il perimetro delle passività trasferite. La funzionalità del rapporto rispetto all'attività futura dell'acquirente è il criterio decisivo.
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Cessione d’azienda: quando si ereditano i debiti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 15159/2025, ha stabilito che in caso di cessione d'azienda, l'acquirente subentra nei contratti non ancora conclusi, inclusi quelli di appalto pubblico il cui collaudo sia ancora provvisorio. Nel caso specifico, una società che aveva acquistato un'azienda edile è stata ritenuta responsabile per i danni derivanti dal crollo di un'opera realizzata dalla società venditrice, poiché al momento della cessione il rapporto contrattuale con il Comune committente era ancora pendente.
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Cessione ramo d’azienda: debiti e responsabilità
In una controversia su una cessione di ramo d'azienda, la Corte di Cassazione ha chiarito che la responsabilità dell'acquirente per un debito sorto da una causa in corso non è limitata dalla sua iscrizione nei libri contabili. Se il diritto controverso viene trasferito con l'azienda, si applica la successione nel processo (art. 111 c.p.c.). La Corte ha specificato che i limiti dell'art. 2560 c.c. non operano se manca una 'effettiva alterità soggettiva' tra le due società, cioè se il trasferimento è meramente formale. La sentenza d'appello è stata cassata per non aver verificato questo presupposto fondamentale.
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Prededuzione credito: non si trasferisce con la cessione
Il credito di un fornitore, sorto durante la procedura di concordato preventivo di una società, è stato richiesto in prededuzione nel successivo fallimento dell'azienda acquirente. La Corte di Cassazione ha negato la prededuzione del credito, chiarendo che si tratta di un attributo procedurale legato a una specifica procedura concorsuale e non si trasferisce automaticamente con il debito in caso di cessione d'azienda, mancando il nesso funzionale con la nuova procedura.
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Cessione di azienda: la responsabilità del cessionario
La Corte di Cassazione conferma che, in una cessione di azienda, l'acquirente è responsabile in solido per i debiti del venditore se questi risultano dalle scritture contabili obbligatorie. La sentenza chiarisce che anche le scritture ausiliarie, come i partitari, rientrano in tale nozione. Viene respinto il ricorso dell'acquirente, che contestava la validità delle prove contabili e cercava di rivalersi su un garante terzo, estraneo al rapporto di cessione.
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Ricorso per cassazione fallimento: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da due società creditrici che chiedevano l'estensione del fallimento a un'altra società e a persone fisiche, sulla base dell'esistenza di una presunta 'società di fatto'. La Suprema Corte ha ribadito il suo orientamento consolidato secondo cui il decreto che rigetta un'istanza di fallimento non è impugnabile in Cassazione, poiché non ha natura di sentenza definitiva e non esiste un 'diritto al fallimento altrui'. La decisione conferma la chiusura procedurale per il ricorso per cassazione fallimento in caso di rigetto dell'istanza.
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Improcedibilità ricorso Cassazione: oneri e termini
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità di un ricorso a causa del mancato deposito della copia autentica della sentenza impugnata e della relativa relata di notifica. La vicenda riguardava una richiesta di pagamento avanzata da un erede nei confronti di una società. Dopo una sentenza di secondo grado sfavorevole, l'erede ha presentato ricorso in Cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato il vizio procedurale, sottolineando come tale adempimento sia essenziale per permettere al giudice di verificare la tempestività dell'impugnazione. Di conseguenza, l'improcedibilità del ricorso Cassazione ha reso inefficace anche il ricorso incidentale presentato dalla società.
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Cessione di ramo d’azienda e debiti: la Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata su una complessa controversia relativa alla responsabilità per debiti sorti nell'ambito di una cessione di ramo d'azienda. Il caso verteva su debiti verso una compagnia telefonica, trasferiti insieme a un ramo d'azienda. La Corte ha chiarito la distinzione tra la successione nei contratti non ancora esauriti (art. 2558 c.c.) e la responsabilità per i debiti puri e semplici (art. 2560 c.c.). Rigettando il ricorso principale, la Corte ha confermato che l'acquirente subentra nei rapporti contrattuali in essere, rispondendo degli obblighi derivanti. La sentenza ha inoltre affrontato temi procedurali come l'inammissibilità dell'intervento del successore a titolo particolare nel giudizio di legittimità e i limiti del sindacato sulla motivazione della sentenza d'appello.
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Giudicato su precetto: preclusione a nuove opposizioni
La Cassazione chiarisce che il giudicato formatosi su una prima opposizione a precetto impedisce di sollevare nuove contestazioni in un'opposizione a un secondo precetto basato sul medesimo titolo esecutivo, anche se con prospettazioni diverse. Il caso riguarda la successione nel debito di una società a seguito di operazioni straordinarie. La Corte ha stabilito che la preclusione del giudicato copre ogni questione sulla titolarità passiva del debito, rendendo il secondo precetto una mera rinnovazione del primo.
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Interpretazione del giudicato: chi paga il debito?
Un Comune citava in giudizio un'impresa di costruzioni per vizi in un appalto pubblico. Durante il processo, l'impresa cedeva il ramo d'azienda coinvolto a una seconda società, che a sua volta lo cedeva a una terza. La sentenza di primo grado condannava genericamente la "convenuta". La Corte d'Appello riteneva che la condanna riguardasse solo l'ultima società acquirente. La Cassazione ha cassato tale decisione, stabilendo che l'interpretazione del giudicato non può limitarsi al dato formale, ma deve considerare l'intera vicenda processuale e sostanziale. Il giudice deve valutare tutti gli elementi, inclusa la motivazione e gli atti di causa, per identificare correttamente il soggetto obbligato, estendendo l'efficacia del titolo esecutivo anche al dante causa originario e ai suoi successori.
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Cessione d’azienda e fideiussione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che in una cessione d'azienda, il contratto di fideiussione non si trasferisce automaticamente all'acquirente. La sentenza chiarisce che la norma sulla successione dei contratti (art. 2558 c.c.) si applica solo ai contratti a prestazioni corrispettive, escludendo quindi la fideiussione, che è un contratto con obbligazioni a carico di una sola parte. Questa decisione sottolinea l'importanza di analizzare la natura di ogni singolo contratto nell'ambito di operazioni di cessione d'azienda e fideiussione.
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Soglie di fallibilità: prova senza scritture contabili
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un fallimento che contestava la revoca della dichiarazione di fallimento di una S.r.l. La Corte ha stabilito che, per verificare il rispetto delle soglie di fallibilità, il giudice può basare la propria decisione su elementi probatori alternativi e attendibili, come i verbali della Guardia di Finanza, anche quando l'imprenditore non ha tenuto regolarmente le scritture contabili.
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Sanzioni antiriciclaggio: favor rei e calcolo
Un direttore di banca e l'istituto cessionario di un ramo d'azienda sono stati sanzionati per omesse segnalazioni di operazioni sospette. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di secondo grado, stabilendo l'applicazione del principio del 'favor rei', ovvero della legge successiva più favorevole, per la determinazione delle sanzioni antiriciclaggio. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per ricalcolare la sanzione alla luce della normativa sopravvenuta.
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Responsabilità solidale: conferimento d’azienda
La Corte di Cassazione stabilisce che la responsabilità solidale per i debiti fiscali si applica anche al conferimento d'azienda, equiparandolo alla cessione, persino per operazioni antecedenti alla modifica legislativa del 2016. La Corte ha ritenuto che la norma del 2016 avesse natura meramente interpretativa e non innovativa, cassando la decisione di merito che aveva escluso tale responsabilità per una società che aveva ricevuto un'azienda tramite conferimento.
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Recesso cessione d’azienda: quando scatta il termine?
La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale in materia di cessione d'azienda. In un caso riguardante un trasferimento aziendale con efficacia differita, la Corte ha stabilito che il termine di tre mesi per l'esercizio del diritto di recesso da parte del terzo contraente (nel caso di specie, un istituto di credito) decorre non dalla comunicazione dell'accordo di cessione, ma dal momento in cui il trasferimento diventa effettivamente operativo. Questa interpretazione dell'art. 2558 c.c. tutela il contraente ceduto, permettendogli di valutare la nuova controparte al momento del suo effettivo subentro. La sentenza, pur confermando questo principio, è stata cassata con rinvio per un vizio di motivazione su un altro aspetto della controversia.
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Retrocessione d’azienda: chi paga i debiti?
Una società, in amministrazione straordinaria, aveva trasferito la propria azienda a un'altra entità che successivamente è fallita, portando alla risoluzione del contratto di cessione. La Corte di Cassazione ha affrontato la questione di chi fosse responsabile per i canoni di locazione maturati nel periodo tra la risoluzione del contratto e la restituzione fisica dei beni. La Corte ha stabilito che la retrocessione d'azienda comporta il trasferimento automatico e immediato delle obbligazioni contrattuali all'originario proprietario al momento della risoluzione, indipendentemente dalla riconsegna materiale dei beni. Di conseguenza, la società originaria è stata ritenuta responsabile per i pagamenti.
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Cessione ramo d’azienda: debiti e contratti
In una cessione di ramo d'azienda, sorge una controversia su un finanziamento bancario: è un contratto che si trasferisce con l'azienda (art. 2558 c.c.) o un debito che resta in capo al cedente (art. 2560 c.c.)? La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, qualificandolo come debito pregresso. Il ricorso della società cedente è dichiarato inammissibile perché mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità, ribadendo la distinzione fondamentale in materia di cessione ramo d'azienda.
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Vendita forzata concordato: garanzia vizi esclusa
Una società acquirente ha citato in giudizio il fallimento di una società cedente dopo aver riscontrato gravi difetti in un complesso aziendale acquistato tramite una procedura competitiva in fase di concordato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la vendita forzata in concordato preventivo, essendo una procedura giudiziale volta a soddisfare i creditori, esclude l'applicazione della garanzia per vizi e difetti del bene venduto, secondo l'articolo 2922 del codice civile. La Corte ha chiarito che tale principio si applica anche alle vendite effettuate prima dell'omologa del concordato.
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